domenica, Aprile 11

L'ombra del jihadismo in Marocco

0

Gli arresti di Fes del 12 settembre 2014 e quelli di Nador del 26 dello stesso mese hanno rimesso il Marocco sulla mappa del terrorismo di matrice islamica a circa un decennio dai sanguinosi attentati di Casablanca. Le indagini in coordinamento fra la polizia spagnola e le forze armate reali (FAR) marocchine hanno svelato una rete di supporto economico e reclutamento operante sul confine fra l’enclave spagnola di Melilla e il territorio di Nador, a pochi mesi dallo smantellamento di una cellula simile nell’altra enclave di Ceuta in agosto.

È notizia del 16 dicembre circa una nuova operazione coordinata fra i Paesi delle due sponde del Mediterraneo che ha condotto all’arresto di sette persone: fra di loro, cinque donne con passaporto francese e cileno, da far transitare per il Marocco prima del viaggio verso i territori del Da’ish (com’è chiamato l’ISIS, o Stato Islamico, nei paesi di lingua araba). Il Paese nordafricano sembra aver trovato nuovo impiego da parte dei centri di coordinamento del jihadismo transnazionale come punto di passaggio verso il conflitto siriano, dopo esserlo stato per quello del Mali: il richiamo esercitato dalla propaganda dell’auto-denominatosi Califfo al-Baghdadi è ben sintetizzato nelle parole registrate su nastro da un combattente marocchino dell’IS e ascoltate e condivise da tanti giovani connazionali. «Chiunque voglia la vita terrena, deve andare in Siria. Chiunque voglia la vita ultraterrena, deve andare in Siria».[1]

I segnali che hanno fatto scattare l’allarme al Ministero degli Interni di Rabat sono arrivati in forma di video nei quali l’esercito del Califfato minacciava attentati nel regno, unitamente agli annunci del Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa occidentale (MOJAO, acronimo inglese), operante nel Mali settentrionale, sulla volontà di colpire bersagli dell’attuale governo marocchino targato Benkirane, nello specifico il Ministro della Giustizia Moustapha Ramid. L’emanazione e la rapida attuazione del dispositivo Hadar non si configura in un vuoto legislativo in materia di anti-terrorismo (leggi specifiche erano state promulgate in seguito al già menzionato attacco multiplo di Casablanca del 2003), ma appare come un rafforzamento della posizione tattico-militare del paese (lanciarazzi, scudi antiaereo presso punti sensibili come aeroporti e lungo il travagliato confine algerino) e delle misure punitive contro gli aspiranti jihadisti (carcerazione da 5 a 15 anni e multe per un valore pari a 60.000 euro circa): disposizioni altamente promosse dal governo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (PJD, acronimo francese) e, in particolare, da Ramid. Questi si era già particolarmente speso nel convincere gli esponenti dell’Islam politico radicale del regno a distaccarsi dalle posizioni bellicose del “Califfo” al-Baghdadi.

Sono recenti le prese di posizione di alcuni fra i più importanti shuyukh salafiti (fuori e dentro il carcere), specie il loro esponente più in vista, lo sheykh Omar el-Heddouchi: le sue fatawa di disconoscimento delle pretese dell’ISIS, delle sue tattiche, delle sue tendenze esclusiviste e di condanna nei confronti dei giovani marocchini intenzionati ad arruolarsi nel conflitto da loro condotto hanno portato a una spaccatura all’interno del già marginale movimento dell’islamismo politico radicale del paese, che ne ha ulteriormente indebolito il mordente. “I movimenti dell’Islam politico radicale non hanno molto peso nella società marocchina”, afferma Kébir Sandy, professore di Cultural Studies presso l’Université Sidi Mohammed Ben Abdellah di Fes. “Le associazioni religiose con posizioni estremiste – come wahhabiti e salafiti – vanno a coprire i buchi lasciati dall’assenza di service-delivery statale, ponendosi come fonte di autorità alternativa per i tanti giovani con scarse prospettive economiche e rimasti delusi dall’assenza di implementazione in settori come educazione, occupazione e sanità”.

Implementazioni promesse almeno dal 2011, in seguito ai sollevamenti delle cosiddette “primavere arabe”, e attese invano da larghi strati della popolazione marocchina, i quali vivono quotidianamente le disuguaglianze di una società che cammina a doppia velocità: un settore imprenditoriale e finanziario rimasto fra i più solidi dell’area del Nord Africa ed intento ad estendere le proprie attività e i propri rapporti nel mondo musulmano e nella cosiddetta Françafrique (l’Africa francofona, come Mali, Costa d’Avorio, ecc.) e larghe fasce impoverite che sopravvivono nel vasto settore dell’economia informale. “Il rischio di produrre odio sociale è alto e palpabile”, afferma il professor Sandy, e non sorprende quindi che il richiamo al jihad globale suoni come una occasione di riscatto per i tanti giovani cittadini del paese che non credono più nella validità della politica dei partiti e nella possibilità di un miglioramento sociale guidato dalle istituzioni. In questo contesto, il gioco del PJD e del re Mohammed VI sembra ridurre il peso degli attori della società civile, delle organizzazioni “dal basso” e delle associazioni umanitarie nel voler cercare di costruire quell’alternativa sostenibile che sembrava possibile subito dopo la conclusione delle proteste della primavera araba, preferendo invece rafforzare l’indipendenza dell’operato del Ministero degli Interni e delle forze armate.

In un discorso pronunciato quest’estate dall’attuale Ministro, Mohammed Hassad, questi ha affermato la possibilità di associazione e coordinamento fra esponenti del terrorismo internazionale e le ONG operanti nel Paese, prodromo a una serie di misure di prevenzione del terrorismo che ha portato al divieto delle attività per 25 associazioni e a delle ingerenze delle FAR nei riguardi dell’Associazione marocchina per i Diritti umani (AMDH, acronimo francese). In un simile clima, la recente proposta di alcuni parlamentari del PJD di una legge, formalmente, atta ad evitare fenomeni violenti all’interno delle università si pone come un nuovo tentativo di marcare più decisamente il controllo statale sulla società civile: i violenti scontri dell’aprile di quest’anno nel campus Dhar el-Mehraz di Fes fra Attajdid Tollabi (organizzazione studentesca vicina al PJD) e Annahj Démocrati Al Qaidi (raggruppamento vicino ai marxisti dell’Unione degli studenti marocchini), con il bilancio di un morto e tre feriti, hanno dato occasione al governo di estendere il proprio controllo sulle organizzazioni di base. La priorità della sicurezza nazionale contro il terrorismo offusca il valore delle azioni di apertura politica della nuova costituzione del 2011.

Il peso dei movimenti sociali, largamente sostenuti dalla popolazione studentesca, sembra essere definitivamente ridimensionato: l’organizzazione-ombrello sorta il 20 febbraio 2011 (e che da questa data prende il nome), giorno della più grande manifestazione della “primavera” marocchina, pare essere stata definitivamente accantonata e vengono lasciati pochi dubbi su quale sia la posizione del monarca e del presente governo circa l’atteggiamento da tenere nei confronti dei gruppi organizzati di cittadini, come già emerso dalle violente repressioni del marzo 2012 a Taza. Secondo Chiara Cascino, laureanda in Studi Arabo-Islamici dell’Università Orientale di Napoli, impegnata in ricerche sull’Islam politico in Marocco e attualmente residente nel paese per motivi di studio: “L’entità del rischio terroristico non è commisurata alla gravità delle misure adottate, le quali rischiano di limitare fortemente l’azione individuale e collettiva dei marocchini. Il governo, con il benestare del re, sembra approfittare del clamore generato dall’insorgenza terroristica per portare avanti i propri interessi, ampliando il divario fra Stato e cittadinanza”.

 

[1]Parafrasando uno degli hadith del Profeta: «Chiunque voglia la vita terrena, deve andare [a cercare la conoscenza]del Corano. Chiunque voglia la vita ultraterrena, deve andare [a cercare la conoscenza]del Corano».

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->