venerdì, Settembre 17

L’offerta di Draghi: qualsiasi cosa serva Il ‘whatever it takes’ di Mario Draghi ha sconfitto la speculazione internazionale sui debiti sovrani e l’economia reale soffre ancora di più

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DRAGHI, RIFORMARE SISTEMA MERCATI A SERVIZIO UMANITA'

 

Una prima valutazione è stata fatta da ‘Il Sole 24 Ore’: il ‘whatever it takes’ di Mario Draghi -adottato dalla Banca Centrale Europea a fine luglio 2012 (come simbolo della fine del rischio di deflagrazione dell’Eurozona)- ha sconfitto, almeno per ora, la speculazione internazionale sui debiti sovrani prima di allora (non) sorretti da una Banca centrale europea incerta.  a causa di troppi contrasti decisionali interni.          

Dall’estate del 2012, l’euro si è rivalutato su tutte le principali monete del mondo. In particolare, il dollaro USA si è svalutato sull’euro del 12%, lo yen giapponese addirittura del 32%, la sterlina del 4% (con un picco però a gennaio 2013 del 12%), il dollaro australiano del 21%, quello canadese del 19%, la lira turca, del 25%.

Assistiamo, così, ad un paradosso. Da un lato, si proteggono i debiti sovrani dalla speculazione e pertanto cala lo spread nell’area euro con conseguenti benefici sulle finanze pubbliche su cui graveranno tassi di interesse più bassi da pagare ai possessori dei titoli di Stato di nuova emissione. Dall’altro, però, soffre ancora di più l’economia reale per la difficoltà di dover  esportare beni a prezzi crescenti dovuti all’apprezzamento dell’euro.

Questa situazione si ripercuote negativamente in modo pesante sulla nostra industria manifatturiera che, ove ne ha la possibilità, è costretta a delocalizzare in altri Paesi oltre che per il più basso costo del lavoro e della fiscalità e l’assenza di impedimenti burocratici, anche per utilizzare le svalutazioni competitive delle valute attuate dagli altri Paesi in modo da rendere i beni colà prodotti a prezzi più bassi.
Le imprese italiane più marginali, invece, sono costrette a chiudere.
Nell’un caso e nell’altro il risultato è l’aumento della disoccupazione e l’impoverimento del nostro Paese.

In una siffatta allarmante situazione, la B.C.E. dovrebbe attuare, in analogia a quanto posto in essere dalle altre banche centrali, una politica di svalutazione dell’euro.        

Occorre, pertanto, ribaltare la politica finora seguita battendo due strade.
La prima  è di carattere interno (tra il resto con la realizzazione di un Fondo di investimento per il patrimonio immobiliare pubblico) e dovrebbe essere destinata, da un lato, al taglio di almeno il 5% della spesa pubblica improduttiva e, dall’altro, all’abbattimento drastico del debito pubblico mediante un serio ed oculato processo di privatizzazione del patrimonio pubblico sia mobiliare che immobiliare. Dalle due manovre si potrebbero ricavare 60/65 miliardi di risparmi all’anno per interessi passivi da destinare, in particolare, a sgravi fiscali per i lavoratori, all’aumento delle pensioni minime, ad un concreto programma di opere pubbliche e alla promozione di imprese ad alta tecnologia.
E’ la classica ricetta keynesiana che, invece, a causa dei forti interessi delle varie caste politiche e burocratiche, non è stata finora attuata.
Questa ricetta rilancerebbe i consumi, ma non è detto che produrrebbe maggiore occupazione.  Il rischio è che l’aumento dei consumi auspicato si diriga su beni e servizi offerti da Paesi extra UE che, a causa del livello di cambio favorevole, possono offrire  beni a prezzi più bassi di quelli praticabili dalle imprese italiane che, essendo fuori mercato, non potrebbero procedere ad assunzioni.

Premesso che al momento della nascita della moneta europea occorrevano 1,30 euro per acquistare un dollaro ed ora invece occorrono 1,40 dollari per acquistare un euro, bisogna quindi porre in sede UE  il problema del ridimensionamento del valore dell’euro procedendo alla sua svalutazione competitiva in modo da riavvicinarsi al rapporto di cambio originario.

Ciò consentirebbe per il nostro Paese il rilancio del settore turistico, il consolidamento delle nostre imprese manifatturiere grazie alle esportazioni e ad un maggior costo dei prodotti d’importazione, nonché  la nascita, anche grazie ad un oculata politica di incentivi,  di nuove imprese innovative nel settore tecnologico.

Questo è quello che serve al nostro Paese e sicuramente Draghi ne è consapevole, ma sarà in grado di superare le resistenze tedesche?

 

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