domenica, Aprile 11

Lockdown: chi segue ancora le regole? Ce lo dice Google Gli Europei disobbediscono alle restrizioni, a tradirli sono i loro cellulari. I dati suggeriscono che il rispetto delle misure restrittive non sia stato altrettanto rigido nella seconda ondata che nella prima e che sia quindi diminuito nel tempo

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Guardandosi intorno, a volte sembra che le restrizioni non vengano rispettate alla lettera come succedeva un anno fa. Nel Regno Unito, per esempio, ci sono state frequenti segnalazioni di persone che non hanno rispettato le misure imposte dal lockdown, con un conseguente aumento, negli ultimi mesi, delle sanzioni nei confronti dei trasgressori. Ma è giusto che la gente prenda le cose meno sul serio?

Sotiris Georganas, docente in Economia comportamentale alla City University of London, spiega in un articolo pubblicato dal sito The Conversation, come i dati raccolti tramite i nostri smartphone grazie a Google diano un indizio su come il rispetto del lockdown sia cambiato nel tempo.

Possiamo infatti mettere a confronto i diversi periodi di lockdown per verificare – anche se in maniera approssimativa – se il rispetto delle limitazioni sugli spostamenti sia cambiato rispetto all’ inizio della pandemia.

Naturalmente, si tratta di un approccio limitato. Il monitoraggio dei cellulari non mostra in maniera esaustiva quali siano stati i movimenti delle persone. In più, un maggior numero di spostamenti non significa necessariamente che le persone abbiano infranto le regole.

Fin dall’inizio della pandemia, Google ha accumulato dati sugli spostamenti raccolti dai dispositivi che utilizzano il suo software (come Android e Google Maps). I luoghi visitati sono stati suddivisi in sei categorie: abitazioni, luoghi di lavoro, parchi, fermate/ stazioni di trasporto pubblico, negozi di alimentari e farmacie, luoghi di vendita al dettaglio e ricreativi.

Per oltre 200 Paesi e territori, Google ha aggregato i dati raccolti e attribuito gli spostamenti a ciascuno di questi tipi di luoghi mettendoli a confronto con il periodo di riferimento che va dal 3 gennaio al 6 febbraio 2020. La successiva deviazione dalla linea di base (a parte le tendenze di comportamento stagionali, come andare in spiaggia d’ estate o lo shopping natalizio) può essere interpretata come una risposta collettiva delle persone alle restrizioni.
Questi dati sono stati poi confrontati con i comportamenti delle persone in diversi Paesi europei tra metà febbraio 2020 e fine febbraio 2021. Come sospettato, sembra che la gente non abbia rispettato alla lettera le restrizioni imposte durante la seconda ondata.

Nella maggior parte dei Paesi, le persone sembrano essere rimaste a casa significativamente meno tempo durante la seconda ondata (dalla fine del 2020 in poi) rispetto alla prima (primavera 2020). Questa scoperta è particolarmente importante considerando che il numero di contagi è stato più alto e le condizioni meteo meno favorevoli durante la seconda ondata.

Tuttavia, non tutti i Paesi hanno adottato delle misure altrettanto severe in entrambe le ondate. L’Italia, per esempio, è entrata in lockdown nazionale nel marzo 2020, chiudendo tutte le scuole e le attività non essenziali. Ma quando i contagi sono aumentati di nuovo in autunno, ha introdotto un sistema di lockdown a zone che ha permesso ad alcune regioni certe libertà. Solo recentemente, durante le festività pasquali, si è tornati a qualcosa che assomiglia a un vero e proprio lockdown nazionale.

Quindi, per avere una percezione più realistica, concentriamoci sui paesi le cui restrizioni sono state simili durante la prima e la seconda ondata. Il Reuters COVID-19 Tracker suggerisce che Regno Unito, Danimarca, Grecia e Irlanda rientrino in questa categoria. La Svezia, che ha introdotto e mantenuto poche restrizioni legalmente vincolanti, è stata aggiunta per confronto.

Lo scorso autunno, sono stati introdotti dei lockdown nel Regno Unito, in Grecia e in Irlanda. Se ne possono riscontrare chiaramente gli effetti con un brusco aumento del tempo passato a casa a fine ottobre-inizio novembre. Tuttavia, come mostrano i dati di Reuters, le misure autunnali di questi paesi tendevano ad essere meno stringenti di quelle adottate in precedenza. Le scuole, per esempio, tendevano ad essere lasciate aperte. Questo può spiegare perché i tassi di permanenza a casa fossero più bassi nell’autunno 2020 che in primavera.

Tuttavia, dopo un certo allentamento intorno a Natale, i lockdown si sono rafforzati. A gennaio 2021, le misure di contenimento in questi Paesi erano molto simili a quelle della primavera 2020. Tuttavia, il tempo trascorso a casa era inferiore.
In alcuni paesi le restrizioni sono state effettivamente più importanti. In Grecia, per esempio, è stato imposto un coprifuoco nella seconda ondata, a differenza della prima. Tuttavia, i dati suggeriscono che nel febbraio 2021 i Greci abbiano trascorso appena il 10% di tempo in più a casa rispetto a febbraio scorso, quando le misure di contenimento non erano presenti.

Tra i Paesi rappresentati, solo la Danimarca ha registrato un picco di ore di permanenza a casa nella seconda ondata paragonabile alla prima. Tuttavia, le restrizioni qui si sono intensificate più tardi rispetto agli altri paesi, il che spiega un tasso di permanenza a casa rimasto basso nel novembre-dicembre 2020.

Complessivamente, possiamo forse considerare queste tendenze come un segno di abitudine e stanchezza. Che a nove mesi dopo l’ inizio della pandemia, la gente si fosse abituata alle cattive notizie e fosse stanca di stare a casa? Le attività delle persone quando non erano a casa sono state diverse da paese a paese. Prendiamo, per esempio, la spesa.

In Grecia, i dati suggeriscono che la gente sia stata molto spesso nei negozi di alimentari nel 2021, a volte anche più che nel periodo di riferimento pre-pandemia. Nel Regno Unito, in Danimarca e in Irlanda la gente ha reagito alle restrizioni di quest’anno facendo meno acquisti, anche se sono andati sempre più spesso nei negozi.

In questi ultimi tre Paesi, questo è forse un altro segno di stanchezza, o forse una risposta al rischio percepito, dato che i contagi sono diminuiti e la copertura vaccinale è aumentata in tutti e tre i paesi in questo periodo (specialmente nel Regno Unito). Di questi tre, solo la Danimarca sembra aver eguagliato i comportamenti di acquisto visti nella prima ondata.

Infine, prendiamo in considerazione gli spostamenti verso i luoghi di lavoro. Restrizioni più severe dopo Natale sembrano aver ridotto il tempo trascorso sul posto di lavoro, anche se non così tanto come nella primavera del 2020.

Si noti, però, che la frequentazione dei luoghi di lavoro non è aumentata nel 2021, in particolare nel Regno Unito e in Irlanda. Il che suggerisce qualcosa di interessante: le persone sarebbero più rispettose delle restrizioni quando queste sono mediate da qualcun altro (per esempio, il loro datore di lavoro) e meno quando sono solo loro a decidere.

Non bisogna dimenticare che i dati dei dispositivi mobili non forniscono prove definitive sul fatto che le persone abbiano rispettato o meno le misure restrittive, quindi qualsiasi conclusione tratta da essi è parziale e provvisoria. Tuttavia, i dati suggeriscono che il rispetto delle misure restrittive non sia stato altrettanto rigido nella seconda ondata che nella prima e che sia quindi diminuito nel tempo.

Di fronte all’aumento dei contagi, alcuni Paesi europei stanno reintroducendo i lockdown. Altri, come il Regno Unito, hanno pianificato lunghe uscite dal lockdown che richiederanno ai cittadini di continuare a rispettare le restrizioni per i mesi a venire.

Uno sguardo ai dati sulla mobilità del passato suggerisce che in entrambi gli scenari, il rispetto delle regole potrebbe diminuire, il che potrebbe avere un impatto sul numero di contagi e sul numero di morti. Quando pianificheranno le prossime mosse, i governi dovrebbero tenere conto del fatto che è improbabile che il comportamento delle persone sia sempre coerente.

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