mercoledì, Ottobre 27

Locarno ’17, intervista a Fanny Ardant

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Immaginate un algerino naturalizzato francese che si chiama Farid. Niente di strano, non fosse che Farid non vuole essere Farid, si sente un altro. Anzi, un’altra. Si sente Lola. Quando viveva come Farid, ad Algeri, era ballerino dell’Opera Nazionale. Trasferitosi nel sud della Francia, come Lola, diventa insegnante di danze orientali. Nessun problema, uno è bene che sia quel che si sente. Però le cose si complicano un poco perché c’é anche un figlio, Zino. Morta la madre, Zino va a cercare il padre; solo che Farid non c’è più, al suo posto c’è Lola. Il rapporto tra il figlio e il padre che non è più padre si fa difficile: perché Farid è a tutti gli effetti Lola, ed essere nato in un corpo che non gli apparteneva, lo ha fatto soffrire per anni. Ma vai a spiegare la “liberazione” raggiunta in un contesto carico di pregiudizi come poteva essere l’Algeria degli anni ’60…

A grandi linee questa è la storia di ‘Lola Pater, di Nadir Moknèche, classe 1965, autore, nel 1998 di un film coraggioso, ‘Le Harem de Mme Osmane‘, seguito sei anni dopo da ‘Viva Laljérie‘. Del 2007 é ‘Délice Paloma‘, del 2013 ‘Goodbye Morocco‘.

Fanny Ardant è la protagonista di ‘Lola Pater; ruolo senz’altro inedito per quest’attrice che abbiamo visto diretta da Francois Truffaut e Claude Lelouch, Costa-Gavras e Ettore Scola, Sidney Pollack e Michelangelo Antonioni, e infine in un “cameo” nel film ‘La grande bellezza‘ di Paolo Sorrentino. Film originale e peccato per qualche sbavatura, qualche cedimento al macchiettistico che il regista non ha saputo evitare.

Perchè ‘Lola Pater‘?

Perchècondivido la determinazione di Farid di vivere la sua vita come ritiene. E comprendo la sua fragilità, la vulmerabilità che si nasconde dietro la pretesa che debba essere forte, “maschio”. È un ruolo che mi è piaciuto, perchè è la storia di una persona che non si arrende, e vuole riconquistare l’amore e la fiducia del figlio. Non è un vittimista, lotta, non si arrende, non accetta compromessi. E’ un personaggio con un’anima.

C’è qualcosa di Farid, in lei? Voglio dire: si riconosce in questo suo non arrendersi, in questa sua irriducibilità?

Indubbiamente. Farid è animato da un valore, quello della libertà e della dignità, e io mi riconosco in questi due valori. Poi, certo, si paga un prezzo, molto alto, a volte. Lo paga Farid, lo pago io, credo che lo paghino tutti quelli che non accettano di piegarsi. Ma Alla fine, almeno, si puo’ rivendicare di essere stati coerenti. E’ una bella cosa.

Lei ha detto di aver subito amato questo film. Perchè?

Pechè mi ha dato la possibilità di recitare un ruolo in qualche modo maschile e perchè mi sono trovata a rapportarmi con un figlio maschio. Io nella vita ho tre figlie femmine. E’ stata una bella esperienza.

Sia a teatro che al cinema, ha una certa consuetudine con personaggi “forti”; è pero’ la prima volta che indossa i panni di un transessuale…

Sì è la prima volta che mi è capitato. Vede: per me ogni film è come un’avventura, Questo forse di piu’. Ho 68 anni, mi mancava… Mi piacciono i registi che vanno al di là delle apparenze e devo dire che Nadir Moknèche con me è davvero andato oltre. Per quanto riguarda il personaggio, diciamo che l’ho interpretato come sempre faccio, con una sorta di incoscienza. Non sono scuola Actor Studio, non sono andata a ‘studiare’ i transessuali, non mi sono documentata. Mi sono fidata del regista, mi sono affidata alla sua guida. Lui ogni tanto mi raccomandava di parlare con un tono di voce piu’ basso, e io obbedivo…

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