mercoledì, Maggio 12

Lobbying italiano negli USA: quei milioni di dollari che non si dicono Il Governo italiano non ha lobbisti in USA, milioni di dollari sono investiti invece dalle grandi aziende italiane, da Leonardo a Eni passando per i Consorzi del Made in Italy e Confindustria, perfino il pecorino romano ha i suoi lobbisti. Intervista esclusiva con Julian Pecquet

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Quanto conta oggi l’Italia in USA? Secondo un recentissimo rapporto del prestigioso think tank Atlantic Council, molto. Molto malgrado gli sconvolgimenti che nell’era Trump ci sono stati nella politica estera -e non solo- americana e lo scetticismo transatlantico del Presidente, malgrado l’Italia abbia avuto un governo populista che ha strizzato l’occhio alla Russia e fatto accordi con la Cina, malgrado la politica estera italiana sia acciaccata e ondivaga da tempo. Malgrado tutto, insomma, le relazioni istituzionali stanno tenendo, tanto che Atlantic sostiene che per gli Stati Uniti l’Italia resta un ‘partner chiave’. Merito della nostra diplomazia, la quale è riuscita a mantenere ben salda la barra.

E qui siamo al livello governativo.

Scendendo di livello c’è l’azione, anch’essa politica, condotta dalle entità italiane che per i più disparati motivi hanno interesse a rapportarsi alle istituzioni USA. Si può trattare di istituzioni locali (c’è stato il periodo di quella che venne definita ‘politica delle cozze’ in riferimento alla politica estera delle Regioni), più spesso si tratta di grandi aziende italiane (dalle auto, alle armi, allo spazio) o di consorzi di produzione del Made in Italy.

Chiamatele relazioni pubbliche o relazioni istituzionali (termini preferiti nella ipocrita Italia), chiamatele azioni di pressione o influenza (come preferiscono gli americani), il termine più corretto, cedendo agli anglicismi, è lobbying.

Se condotta alla luce del sole, il lobbying è azione perfettamente legittima, eticamente corretta, eperfino utile. Utile lo può essere in modo particolare, per esempio, in situazioni come quella italiana in cui la qualità dei politici è andata di mano in mano a scadere, per tanto a Montecitorio piuttosto che a Palazzo Madama, piuttosto che alla Farnesina possono sedere ex venditori di bibite allo stadio che si devono occupare di politica internazionale, piuttosto che ex velisti, pastori, commercianti, operai, che devono di volta in volta occuparsi di sanità o autostrade o fisco, che vengono ‘informati’ e ‘formati’ alle peculiarità del settore e alle sue esigenze proprio dai lobbisti. In una relazione che, quando è sana, è più o meno quella che corre tra un informatore medico e un medico. Poi, certo, l’informatore deve anche fare in modo che il medico prescriva quel dato medicinale, così il lobbista lavora per ottenere la soddisfazione dell’interesse che è mandato a difendere.
Negli USA, dove la qualità dei politici è ancora mediamente alta, la funzione dei lobbisti più che informativa e formativa (e sicuramente è anche questa) è di pressione e difesa degli interessi di parte (aziende, piuttosto che Governi). Tale azione contribuisce, e in maniera completamente trasparente, all’attività legislativa, piuttosto che alla definizione di linee politiche dei partiti o dello stesso governo.

Julian Pecquet è il fondatore di ‘Foreign Lobby Report’, la risorsa più completa sull’industria dell’influenzastraniera a Washington, lanciata lo scorso 1° giugno sul mercato americano. Iniziativa figlia di una esperienza giornalistica simile che Julian ha condotto per ‘Al-Monitor’, dove ha lavorato per sei anni. Lì aveva avviato un servizio di lobbying, ‘Lobbying Tracker’, con i riflettori puntati sui Paesi del Medio Oriente, con alla base un progetto decisamente ambizioso. Una proposta editoriale molto ben fatta, anche tecnicamente oltre che dal punto di vista dei contenuti, che ha vinto premi nazionali dalla Online News Association e dalla Society of American Business Editors and Writers (SABEW). Una competenza specifica che Julian ha maturato anche grazie alla precedente lunga attività condotta per il quotidiano politico ‘The Hill’.

Mentre si organizzava la partnership editoriale che abbiamo avviato lo scorso 1° ottobre, ad un certo punto ho detto a Julian come sarebbe stato utile e interessante poter contare su di una corrispondenza settimanale da Capitol Hill dell’attività di pressione condotta attorno agli interessi italiani. La risposta è stata: “Certo, ma se per l’Italia non c’è nemmeno un lobbista registrato, di che dovremmo parlare?”…. Sono trasecolata e poi ho chiesto spiegazioni.

Credo sarà interessante anche per i Lettori di ‘L’Indrocapire cosa l’Italia sta facendo o non facendo a Capitol Hill e dintorni, e il contesto di tali attività. L’ho detto presentando la nostra partnership: sono convinta che ‘seguire’ l’influenza, nonché il denaro che fa muovere l’influenza e che ci muove attorno, oggi credo sia essenziale per riuscire a conoscere cosa c’è dietro i fatti, a monte dei fatti, decifrare i fatti che accadono, e dunque interpretare gli accadimenti.

Julian, prima di tutto ti chiedo di spiegarci quanto e come la componente lobbistica sia fondamentale nella dieta mediatica di oggi per comprendere i fatti che accadono nel mondo piuttosto che nell’orto dietro casa.

Come ci piace dire in America, i soldi parlano. I governi, le imprese e gli individui stranieri spendono ogni anno più di 500 milioni di dollari in campagne di lobbying e di pubbliche relazioni volte a influenzare l’opinione pubblica e il processo decisionale degli Stati Uniti. Questi investimenti sono la prova innegabile delle vere motivazioni delle Nazioni straniere, al di là del linguaggio legnoso (politichese?) spesso preferito dai diplomatici.

A volte, queste campagne possono avere un impatto reale. La recente morte dell’emiro kuwaitiano, ad esempio, ha ricordato a Washington che una delle sue mosse più audaci risale all’autunno del 1990, quando, come Ministro degli Esteri, ha lavorato con esperti di pubbliche relazioni statunitensi per costruire il supporto per un’offensiva statunitense. Quella campagna includeva la contestata testimonianza di un presunto testimone oculare delle atrocità irachene che in seguito si rivelò essere la figlia dell’Ambasciatore del Kuwait a Washington.

Oggi sono gli oligarchi russi e ucraini a fare costantemente notizia con le loro campagne per influenzare il Presidente Donald Trump. Ma anche centinaia di altri attori sono coinvolti in questo gioco di influenza. E il loro impatto può essere sentito ben oltre Washington, a causa della portata globale del potere militare statunitense e delle sanzioni economiche in particolare.

Per fortuna, gli Stati Uniti hanno alcune delle leggi sulla divulgazione pubblica più severe al mondo, che consentono l’accesso a mucchi di informazioni. Passare al setaccio questi documenti può rivelare informazioni preziose sulla geopolitica globale, per coloro che sanno come navigare nei database del governo federale! È qui che entra in gioco il ‘Foreign Lobby Report’. Offriamo i rapporti giornalieri più dettagliati e completi sulle campagne di influenza straniera che troverai ovunque.

Mi sbaglio o i media europei sono piuttosto ‘arretrati’ nella loro capacità di introdurre la giusta quantità di lobbying nel loro flusso quotidiano? Come giudichi il lavoro di noi europei?

Non so molto sulle aree di interesse dei media europei. Ma in generale credo che riferire sulle reti di advocacy -sia attività di lobbying legale che operazioni di influenza più losca- sia cruciale per capire come viene fatta la politica pubblica, che sia focalizzata sul Paese o sull’estero. Fortunatamente c’è un numero crescente di organizzazioni (Organized Crime and Corruption Reporting Project, the International Consortium of Investigative Journalists, ecc.) che stanno facendo questo importante lavoro e fornendo risorse alle redazioni di tutto il mondo.

Tu mi hai detto che nemmeno 1 lobbista italiano è registrato negli USA. Sono saltata sulla sedia. Puoi spiegare meglio ai miei Lettori?

Il governo italiano non ha lobbisti registrati negli Stati Uniti, si affida invece ai suoi diplomatici nazionali e alla missione dell’Unione europea per portare avanti la sua causa su questioni diplomatiche. Diversi gruppi, tuttavia, sono registrati nel registro delle lobby straniere per le attività di promozione dei viaggi e del commercio: The Italian National Tourist Board (Agenzia Nazionale del Turismo), Italian Trade Agency(Agenzia per la promozione all’estero e I’internazionalizzazione delle imprese italiane), Confindustria, IDM Südtirol. Diverse società private sono anche registrate nel registro nazionale del lobbismo.

Sai quale sarà l’opposizione del mio Lettore italiano? Sarà: “Va bene, non sono registrati, ma i lobbisti ci sono e lavorano sottocoperta”…

Questo è improbabile. La mancata registrazione come lobbista è un reato penale che può – e fa – portare le persone in prigione. E il Dipartimento di Giustizia è stato repressivo duramente negli ultimi anni. Un settore che potrebbe utilizzare una maggiore trasparenza, tuttavia, ha a che fare con chi c’è dietro le spese di lobbismo. La legge impone alle società di lobbismo di divulgare chi è il loro cliente e quanto vengono pagati, ma non chi firma effettivamente gli assegni. Nel caso delle diverse fazioni che esercitano pressioni in Libia, ad esempio, ciò rende impossibile sapere se sono coinvolti segretamente Paesi o società esterni.

Come è possibile che la quinta potenza economica del mondo, da sempre alleata degli USA, non abbia lobbisti a Washington?

Dovresti chiedere loro, ma la mia ipotesi è che non pensano di averne bisogno. E l’Italia non è la sola: Francia, Germania e Regno Unito non si impegnano in attività di lobbismo politico, anche se il Regno Unito ha recentemente dovuto registrare il suo piccolo esercito di studi legali che stanno aiutando nei negoziati su un accordo di libero scambio post-Brexit con gli Stati Uniti. Persino Israele fa pochissime pressioni dirette, basandosi invece su stretti legami con una rete di gruppi interni cristiani ed ebrei filo-israeliani negli Stati Uniti.

Penso che sia più un segno della maturità / stabilità della relazione ad essere onesti. È possibile che avere lobbisti che parlano direttamente con il Presidente Donald Trump possa essere stato utile agli europei per contrastare alcuni degli altri attori che gli sussurrano all’orecchio. Ma in generale, l’evidenza di una correlazione diretta tra spesa per lobbying e risultati positivi rimane, nella migliore delle ipotesi, debole.

In linea di massima, gli attori che hanno grandi operazioni di lobbying stanno cercando di mitigare i danni alla reputazione negli Stati Uniti (Arabia Saudita, Turchia, società tecnologiche cinesi) o sono impegnati in una corsa agli armamenti per l’influenza con un rivale regionale (Emirati Arabi Uniti vs. Qatar, Azerbaigian vs Armenia, Etiopia vs Egitto). Le democrazie meno mature vedranno talvolta anche candidati rivali tentare di fare pressioni sugli Stati Uniti per essere coinvolti nelle loro elezioni (vedi il nostro rapporto approfondito sulla Guyana).

Fanno eccezione Giappone, Taiwan e Corea del Sud. I tre Paesi sono alleati stabili degli Stati Uniti con personale diplomatico professionale, che tuttavia ha speso grosse somme in lobbismo. Ma ciò è in gran parte dovuto alla loro posizione geografica nell’Asia orientale, dove le tensioni geopolitiche sono molto più forti che nell’Europa occidentale.

Dunque è possibile essere una potenza che fa una seria politica estera e una forte politica economica senza avere lobbisti negli USA?

Nell’era pre-Trump? Sì, assolutamente. Semmai, una forte presenza di lobby era spesso un segno che c’era un problema nella relazione.

A causa della disfunzione politica negli Stati Uniti, tuttavia, vari attori si sono sempre più affidati ai lobbisti per fare una corsa finale intorno alla burocrazia e fornire un canale di comunicazione diretto ai responsabili delle decisioni nell’Amministrazione o nel Congresso -una tendenza che è solo accelerata negli ultimi quattro anni. Le prossime elezioni determineranno se gli Stati Uniti torneranno a un modo più tradizionale di condurre la politica estera.

Lo Stato italiano, quindi, si affida esclusivamente alla sua rete diplomatica. Ma i nostri diplomatici sono così bravi?

Non ne ho davvero idea.

E come lo fanno le aziende? Penso in particolare alle grandi aziende, magari quelle che hanno grossi ordini dagli USA, militari piuttosto che spaziali, o attinenti al Mede in Italy, ecc … Per esempio, l‘Italia sta portando avanti importanti programmi di attività nel settore spaziale con gli USA (la scorsa settimana l’accordo più importante). Anche in queste attività così importanti, Roma è priva di lobbisti che ‘spingono’ l’Italia e il suo sistema industriale?

Oltre al loro database sul lobbismo estero, gli Stati Uniti hanno anche un database sul lobbismo nazionale in cui le imprese straniere e le loro affiliate statunitensi possono scegliere di registrarsi. Questo registro del Lobbying Disclosure Act(LDA) è amministrato dal Congresso. Ha requisiti di divulgazione meno rigorosi rispetto al registro del Foreign Agents Registration Act (FARA), che è amministrato dal Dipartimento di Giustizia.

Diverse società private italiane e le loro filiali statunitensi sono registrate per esercitare pressioni nell’ambito dell’ADL. Leonardo DRS, l’appaltatore della difesa con sede negli Stati Uniti di proprietà di Finmeccanica, ha registrato un braccio di lobbying interno dal 2000, e da allora ha speso 26,86 milioni di dollari in attività di lobbismo. Leonardo DRS e Leonardo Electronics US mantengono attualmente i servizi di cinque società di lobbying esterne, tra cui Ballard Partners. L’azienda è di proprietà di Brian Ballard, un ex lobbista di Trump in Florida prima di essere Presidente. Gran parte di questo lobbismo sembra essere incentrato sugli appalti militari, ma alcuni di essi si riferiscono ai ‘sistemi spaziali’.

Altre società registrate sotto l’LDA includono la società energetica ENI, che ha gestito operazioni di lobbying interne a Washington dal 2016. Più recentemente ENI ha esercitato pressioni sul Congresso e sui dipartimenti di Stato, Energia e Tesoro per quanto riguarda le sanzioni contro il Venezuela. Anche il Consorzio per la Tutela del Formaggio Pecorino Romano ha assunto una società di lobby per aiutare con le questioni commerciali. I tuoi Lettori possono cercare aziende italiane selezionando ‘Nome cliente’ in questo database.

Beh, molto interessante! L’UE ha lobbisti? e su cosa stanno lavorando a Washington?

Non a mia conoscenza. Il Partito popolare europeo ha recentemente registrato uno dei suoi consiglieri come agente straniero per abbondanza di cautela, ma ha sede a Bruxelles e non fa lobby di per sé.

Il Vaticano ha lobbisti a Washington?

Nessuno che sia registrato.

E gli oppositori di Papa Francesco hanno lobbisti?

Non sono a conoscenza di tali attività.

Gli USA, invece, quanti lobbisti hanno a Roma? e su cosa sono impegnati?

Il governo degli Stati Uniti non ne tiene traccia. Sarebbe una domanda da rivolgere al governo italiano.

L’Italia non ha una legislazione chiara in termini di lobbismo, resta un’attività di fatto non regolamentata. Ritieni che questo sia uno dei motivi per cui l’attività di influenza in Italia esiste ma sempre troppo borderline per essere qualitativamente importante?
Non posso parlare per il modello italiano perché non lo conosco. In generale, penso che ciò che distingue gli Stati Uniti da molti altri Paesi è la struttura legale che riconosce l’attività di lobbying come un’attività perfettamente legale che dovrebbe essere regolamentata, piuttosto che un’attività indefinita e nefasta che il governo pretende non esista. La ragione di questa evoluzione è perché il lobbismo è visto come un’estensione del diritto del popolo di presentare petizioni al proprio governo, che è protetto dal Primo Emendamento alla Costituzione.
In mezzo a un diluvio di propaganda tedesca negli anni ’30, il Congresso approvò una legge -il Foreign Agents Registration Act del 1938- che richiede agli agenti stranieri di condividere le informazioni su chi li ha assunti e di etichettare chiaramente le informazioni destinate al pubblico statunitense come pagate da un entità straniera. Da allora molti politici hanno promesso di andare oltre e di vietare il lobbismo straniero (incluso Joe Biden come parte della sua attuale campagna
elettorale). Non è chiaro, tuttavia, che un tale divieto sopravviverebbe a una sfida legale. Il Primo Emendamento potrebbe non estendersi alla capacità degli agenti stranieri di petizione al governo degli Stati Uniti, ma il diritto legale degli agenti statunitensi di farlo per loro conto è un’altra questione e, naturalmente, c’è sempre il rischio che un vero e proprio lobbismo possa spingere clandestinamente alcune lobby straniere.

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