lunedì, Aprile 12

Lobby, i soliti sospetti field_506ffbaa4a8d4

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La notizia è che la Commissione europea ha appena avviato una consultazione pubblica di tre mesi su una proposta di miglioramento dell’attività di lobbying. La necessità di elevare il più possibile gli standard di trasparenza deriva dalla crescente importanza dell’attività politica svolta in seno all’Unione Europea. Un recente ‘paper’ del ricercatore italiano presso il Parlamento europeo, Gianluca Sgueo, ricostruisce il quadro di un’attività che presenta molti ritardi anche a livello comunitario. Il primo riconoscimento ufficiale del lobbismo in sede europea risale al 1988, quando la Commissione rilasciò il ‘Cecchini report’ sul completamento del mercato unico, raccomandando la partecipazione al processo legislativo di tutti gli interessi coinvolti. Nel 1995 fu istituito presso il Parlamento europeo il primo registro, in cui iscrivere i portatori d’interesse accreditati. Nel 2008 fu la volta della Commissione e nel 2011 si arrivò all’unificazione dei due registri, dando vita al ‘Joint European Trasparency Register’ (TR).

Lo sprint verso un’iscrizione obbligatoria nel registro di tutti i soggetti portatori d’interessi che oeprano nelle sedi istituzionali è rimasto tuttora insufficiente, sebbene il nuovo presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, abbia messo il tema nella sua agenda politica, promettendo di introdurre una proposta di Registro obbligatorio entro il 2016. Secondo il più recente rapporto ‘Lobbying in Europe’ di Trasparency International, sulla base dei criteri adottati, le istituzioni europee certamente non raggiungono ancora l’eccellenza. In discussione ci sono la trasparenza, l’integrità e la parità d’accesso alle istituzioni, in merito alle quali soltanto la Commissione supera il 50%, mentre il Parlamento si ferma al 37% e il Consiglio non va oltre il 19%, per una media complessiva del 36%. Una performance che in tema di regolamentazione delle lobby lascia le istituzioni europee al di sotto dei paesi più virtuosi (qui c’è una mappa interattiva) come la Gran Bretagna (44%), l’Irlanda 39%, l’Austria (40%) e la Slovenia (55%), mentre a fondo classifica languono i paesi latini, Italia (20%), Spagna (21%) e Portogallo (23%), con Cipro (14%) fanalino di coda.

Nel caso dell’Unione Europea ci sono quattro preoccupazioni principali riguardo all’affidabilità delle pratiche di lobbying. In primo luogo non si sa quanti siano i gruppi d’interesse ufficialmente attivi nelle istituzioni. Una stima univoca è molto difficile, poiché diverse sono le fonti attive, tra directories sparpagliate in vari uffici pubblici e privati, database più o meno ufficiali, registri non obbligatori e raccolte di dati di enti non europei. Dovendo per forza dare una cifra, al momento, nel Registro unificato (TR), risultano iscritti 8728 lobbisti ed è possibile stimare tra il 25 e il 40 per cento in più di soggetti operanti, a seconda del settore di attività. Un’altra stima del ‘Corporate Europe Observatory’ parla addirittura di una stima tra i 15mila e i 30mila lobbisti attivi nel 2011.

Molto difficile è stabilire la tipologia di soggetti al lavoro nei corridoi e negli uffici di Brussels e Strasburgo. Secondo i dati ufficiali del Registro unificato, il 50% sono portatori d’interessi di commercio e affari, seguiti da percentuali più basse di Ong e di studi legali. Questi stime però non sembrano rispecchiare la realtà, poiché pur essendo proprio gli studi legali ad essere considerati i soggetti più dinamici nell’attività di lobbying, nel Registro unificato non superano le 100 unità, spesso iscritti con informazioni incomplete. Anche sul giro d’affari mosso da questi soggetti ci sono documentazioni molto disparate. Per farsi un’idea, sul sito lobbyfact è riportata la classifica delle spese sostenute dalle prime 10 compagnie impegnate in Europa, per un ammontare di 39 miliardi di euro.

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