mercoledì, Ottobre 20

Lo Zen e il sistema dei poteri contemporaneo

0

Ci sono messaggi talmente orrendi che è impossibile scriverli o dirli a voce. Eppure il loro contenuto va trasmesso. Allora chi vuole mandarli li trasforma in atti, e chi assiste a tali atti recepisce il messaggio.

L’assassinio di John F. Kennedy, almeno per quanto riguarda l’Occidente attuale, ha inaugurato questa pratica (secondo me). Ma anche nell’antichità troviamo qualcosa del genere: l’incendio di Roma del 64 d.C., per esempio. Quello di Nerone.

Sto dicendo che il mondo è un quaderno, e che chi ha il potere di farlo ci scrive sopra affinché chi ne ha l’interesse lo legga e si regoli di conseguenza. Sto dicendo, cioè, che la nostra vita (come la nostra morte, e tutto quel che sta nel mezzo: gioie e dolori, speranze e paure, felicità e dannazione) è pura sintassi, grammatica, alfabeto e interpunzione – insomma mero inchiostro, da un certo punto di vista.

Con buona pace di Kant, che così formulava – anche – il suo imperativo categorico nella Critica della Ragion Pratica: “Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come un mezzo.”

Invece no. Per chi ha l’interesse a farlo e il potere per farlo, la persona nostra e quella di chiunque altro è trattata puramente come mezzo. Specificamente, come mezzo di comunicazione.

Forse è perché i messaggi scritti possono essere falsificati, o quelli a voce intercettati. Forse perché tutti i potenti ormai hanno paura di roba come Anonymous e Wikileaks, forse perché nell’era dell’interconnessione mondiale, del villaggio globale e delle reti all-news h24, una cosa si fa prima a farla che a dirla e così sei sicuro che la vedano tutti quelli che la devono vedere – ma il fatto è che (secondo me) buona parte di quello che succede al mondo succede piuttosto per un’intenzione ‘semantica’, di chi lo fa succedere, che non per il valore intrinseco dell’atto stesso.

Ma chi è che usa il mondo come un quaderno, l’Umanità come vocali e consonanti e il nostro sangue come colore? Il Potere, come sempre.

Solo che oggi come oggi – ‘oggi come oggi’ sta per ‘da qualche decennio’ – il Potere non è una cosa unitaria (semmai lo sia stato), ma tutt’altro: è un sistema di poteri coesistenti, spesso divergenti, spessissimo conflittuali tra loro. Di unitario, dal punto di vista dell’osservatore (come me e voi ora, in questo piccolo lusso di analisi nel flusso della vita tribolata di sempre – tutt’altro che contemplativa), c’è giusto il ‘titolo’ da dare a questo sistema contemporaneo. E il titolo che mi piace, e che uso già da un po’, è: modo neocapitalista globale di produzione e scambio di beni e significati. Il Modo.

Quindi questo Modo, l’ho già scritto da qualche parte, non è un soggetto (come credono quelli che descrivono i fatti del mondo come la trama di una specie di Spectre malvagia, alla James Bond: i ‘dietrologi puri’), ma più che altro un’arena. E’ l’arena in cui si fronteggiano molti grandi soggetti d’interesse e di potere privato, con strategie cangianti (a ‘geometria variabile’), che hanno obiettivi di profitto e accumulazione differenti, talvolta convergenti e più spesso concorrenti tra loro. E la Storia che emerge – la storia pubblica, globale e locale, quella che va sui notiziari prima e poi sui manuali e i saggi (infatti ha la S maiuscola) – è proprio la risultante reale delle forze in relazione, competizione e conflitto in quell’arena che è il Modo.

Quanti sono gli esseri umani protagonisti nell’arena? Più o meno lo 0.1% dell’Umanità (secondo molti). E quanti sono (siamo) quelli ridotti a mero strumento, effetto, accessorio, delle forze in campo? Facile: il restante 99.9%.

E per quanto sembrino davvero pochi sul totale (sette miliardi), i protagonisti assoluti del gioco sarebbero sempre la bella cifra di 7.000.000 di unità. Ma per far parlare tra loro sette milioni di voci in uno spazio di incontro e scontro tanto importante da determinare il mondo e la Storia, è evidente che occorra un metodo sicuro: un metodo grazie al quale chi deve dire è certo di essere ascoltato e chi deve comprendere è certo di aver capito, e grazie al quale – soprattutto – chi invece non deve né dire né ascoltare né comprendere né capire, ma solo esistere come massa materiale per il funzionamento della ‘macchina’ (noi, il 99.9%), non si metta di traverso facendo domande o peggio facendo resistenza.

Questo metodo – ho esordito così – è appunto quello di trasformare i messaggi in atti. Specie, ripeto, i messaggi il cui contenuto è talmente orrendo che sarebbe impossibile scriverli o dirli a voce. Anche perché il 99.9% dell’Umanità probabilmente si ribellerebbe a leggerli o ad ascoltarli, e invece così semplicemente non li capisce. Al limite si spaventa, il che non guasta. Ma li capisce chi conosce il metodo – poiché fa parte dello 0.1% –, li capisce e agisce di conseguenza. E l’arena prosegue il suo corso, il Modo va avanti, il sistema dei poteri contemporaneo si estrinseca. Kant è messo a tacere.

Tecnicamente, i sette milioni di umani che guidano lo stato di cose presente costituiscono un ‘gruppo super-razionale’. Che è cosa ben diversa da una ‘stanza dei bottoni’ (mi dispiace per i complottisti ingenui), perché in una stanza dei bottoni classica – tipo appunto la Spectre – i potenti basta che si parlino e decidano il da farsi, mentre invece abbiamo appena visto che le cose non stanno così.

Un gruppo super-razionale è un insieme di soggetti che non hanno la possibilità (per tanti motivi, compresa la mancanza di tempo, fiducia o semplice voglia) di stabilire concordemente una strategia unitaria qualunque verso un qualsiasi obiettivo – per due fondamentali motivi: nessuno di essi ha modo di conoscere esattamente le intenzioni di tutti gli altri, e nessuno di essi è certo di avere le informazioni in possesso di ogni altro (e comunque, di avere tutte le informazioni) –, ma ciononostante è un insieme dal quale una strategia complessiva comunque emerge, con una sufficiente stabilità nel tempo. E la strategia stabile del gruppo in questione – lo 0.1% dell’Umanità, i protagonisti del Modo – è visibilmente l’autoconservazione di se stesso in quanto élite, e la conservazione dei propri metodi e del Modo in generale.

La prima volta che ho incontrato il concetto di gruppo super-razionale fu, mi pare, in un articolo di Martin Gardner, un divulgatore americano di matematica, da Le Scienze. Tanti anni fa. Lui lo applicava come soluzione al tipico gioco logico detto ‘Dilemma del Prigioniero’ (non entro nel dettaglio, qui non importa), per uscire dal quale dilemma per tutti gli attori coinvolti – diceva – l’unica è comportarsi come se ognuno sappia cosa conviene a tutti, anche se nessuno può parlare con nessun altro per sapere davvero ciò che pensa o ritiene sia conveniente, tantomeno ciò che farà. Se i giocatori – concludeva Gardner – individualmente decideranno di cooperare, come se si fossero messi d’accordo prima, allora usciranno dal gioco senza effetti negativi: così si saranno comportati come un gruppo super-razionale.

L’applicazione del concetto era ‘a fin di bene’. Per questo mi piacque, infatti me la ricordo ancora.

Ma come vedete trattasi di concetto del tutto tecnico, che come tale può incarnarsi in sfumature morali assai differenti.

Tanti anni fa non leggevo solo Le Scienze ma anche, per esempio, Robert M. Pirsig con il suo piccolo grande successo dell’epoca: Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. E con lo Zen stiamo più o meno nella stessa zona dei gruppi di Gardner, ossia sempre dalle parti dei messaggi scambiati a suon di fatti nell’arena del governo del mondo.

Infatti un maestro Zen non ti dirà mai cosa dovresti fare, non risponderà neanche a una delle tue domande su cosa sia la sua disciplina e come tu debba interpretarla. Un maestro Zen invece che parlare, o scrivere, farà una certa cosa, magari apparentemente scollegata dal contesto, come pesare una libbra di tè o tagliare del telo di canapa, o come colpirti con una verga, e poi starà a te afferrarne il senso, in quel contesto e più in generale.

I maestri, dice Pirsig, non si parlano quasi mai tra loro – e senz’altro non parlano mai e poi mai dello Zen. Agiscono, si comprendono, modificano e affinano così la propria dottrina e la pratica – anche didattica, verso i discepoli –, e la loro comunità procede nel tempo e nella Storia.

Alcuni conoscitori dell’antica civiltà indiana ritengono che questa forma di conoscenza intuitiva (a livello individuale, e super-razionale per il collettivo – come abbiamo visto) sia addirittura precedente al buddhismo zen, che risalga agli ultimi testi sacri induisti: le Upanisad, del secolo VIII a.C., coeve del Libro di Isaia, Vecchio Testamento, e redatte qualche generazione prima di personaggi storici o leggendari come Talete, Pitagora, Zoroastro, Buddha, Confucio e Lao Tse.

Quello che so io – perché l’ho intuito, diciamo così – è che il metodo di trasformare i contenuti discorsivi in atti concreti, e scambiarsi così punti di vista tra protagonisti e suscitare effetti per dominare il mondo, l’ho visto all’opera tante volte coi miei occhi: la più clamorosa l’11 settembre 2001 a New York, la più recente il 7 gennaio 2014 a Parigi.

Quindi, ricapitolando. Il sistema dei poteri contemporaneo è un’arena di interessi in competizione e comunica al proprio interno sulla pelle del mondo e dell’Umanità, è composto più o meno da un millesimo di tutti gli esseri umani e persegue l’obiettivo di autoperpetuarsi sulle spalle dei restanti 999 millesimi e del pianeta.

Ma – ne deduco, e mi avvio a concludere – se lo 0.1% dell’Umanità è il suo governo (benché conflittuale, come un governo di coalizione di pura tradizione europea continentale), allora il 99.9% è praticamente l’Umanità stessa. Il quale 99.9% se fosse davvero in grado di autodeterminarsi, così come fa l’élite, io credo che lo farebbe direttamente: anzi che l’avrebbe già fatto, spogliando di ogni potere precostituito l’élite globale di cui sopra.

E invece non lo fa: il 99.9% non si determina in alcun modo che non sia la mera e problematica sopravvivenza del qui e ora. Noi, se ci pensate, stiamo in questa esatta condizione: campiamo.

Dunque, in altre parole, il governo dello 0.1% surroga la naturale anomia (anarchia, sregolatezza, caoticità) del pianeta in sé – cioè del 99.9% degli umani più la Natura – istituendo con il potere (risultante dalle forze in competizione nell’arena del Modo) una qualche regola.

Perciò dal mio punto di vista la questione davvero fondamentale non è “come può il 99.9% appropriarsi dell’autogoverno?”, domanda oziosa, ma diventa: “la regola con cui l’élite governa mi piace?”. E poiché la mia personale risposta a questo interrogativo è un “no” deciso, la logica conseguenza di ciò è porre subito un altro piccolo gruppo di questioni: “come cambiare quella regola?”, “chi può farlo?”, e “con quale nuova regola governare la Terra?”.

Le risposte sono paradossalmente facili – almeno in termini astratti.

Come cambiare la regola presente? Togliendo il potere allo 0.1% protagonista, o almeno contendendoglielo al punto di determinare dialetticamente una regola differente per governare il pianeta.

Chi può farlo? Evidentemente un altro e diverso 0.1% di Umanità, almeno per avviare il processo di trasformazione (poi altre frazioni matureranno, io spero e confido, e si aggregheranno nel tempo all’obiettivo dell’autogoverno di tutti): una ben differente élite che emerga dal ‘grosso’ del pianeta dalla quale tutti gli esseri umani (il 99.8%, a questo punto) possano aspettarsi un’azione di contesa efficace rispetto all’azione conservatrice dell’élite storica e attuale.

E con quale nuova regola dev’essere sostituita quella di ora (e degli ultimi secoli)? Qui è a gusti. Il mio gusto l’ho detto e scritto non so più quante volte: con la regola dell’umanità – ma inteso come sostantivo di valore e non come denominazione collettiva. Più precisamente: la regola dell’Umanesimo Socialista.

Stiamo sempre là.

L’ultima domanda – ultima davvero – forse la più interessante, è la seguente: chi può, anzi deve, costituire questo nuovo 0.1%, soggetto antagonista nello stato di cose presente?

La risposta dipende dalle suggestioni culturali di ognuno. Chi ricorda meglio Lucas dirà “i Cavalieri Jedi”. Chi Platone, “i filosofi”. Chi Gramsci, “il Partito”. Ma le risposte non son tutte equivalenti. Perché le cose cambieranno: è sicuro che cambino. Infatti se gli umani che hanno interesse a modificare il sistema sono 1000 contro 1, ebbene lo cambieranno, poiché la forza del numero più la forza del tempo danno una risultante che nessun sistema di poteri può contrastare all’infinito. Però – qui è il problema – senza il soggetto giusto, senza l’attore idoneo a orientare il cambiamento, lo stato di cose muterà non secondo un progetto intenzionale, bensì di nuovo caoticamente. Ossia: impredittibilmente se in meglio o in peggio (ancora) di come stiamo messi adesso. E se non ci manca l’idea-forza rivoluzionaria per armare le scelte del soggetto, la quale sommata al numero e al tempo conduce davvero la Storia in una qualche direzione voluta (e l’ultima idea-forza capace di analizzare la realtà e di organizzare masse rilevanti è stata quella socialista, né io ne vedo altre buone all’orizzonte – motivo per cui l’ho fatta mia, con ogni precauzione di esaltarne la componente ‘umanistica’ su quella ‘burocratica’), tuttavia ci manca qualcosa di forse ancor più essenziale all’atto dello scontro nell’arena: la disciplina rivoluzionaria.

La raggiungeremmo, io credo, se potessimo almeno comunicare in modo efficace tra tutti coloro i quali hanno interesse al cambiamento radicale. Ma è impossibile.

A meno che non impariamo anche noi un po’ di Zen

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->