lunedì, Settembre 20

Lo Yemen diviso all’ombra di Al Qaeda Il complicato processo di democratizzazione nel paese più difficile del Golfo

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Un uomo armato ha aperto il fuoco contro un convoglio del capo del comitato per l’eleborazione della bozza di Costituzione, Ismail al-Wazir, uccidendo tre persone tra cui suo figlio. Il fatto è avvenuto nel centro della capitale Sana’a, martedì scorso. Giovedì, cinque militari sono stati uccisi in un attacco ad un checkpoint nel sud-est del paese, mentre un leader di un partito sciita è stato coinvolto in uno scontro a fuoco automobilistico nella capitale. Nulla di nuovo in uno Yemen che vive un clima di tensione i massimi livelli.

L’inconcludente conclusione della Conferenza per il Dialogo Nazionale, strumento di conciliazione fra le parti elaborato in seno al Consiglio di Cooperazione del Golfo, ha ribadito quanto le fratture interne al paese siano estremamente difficili da appianare. A seguito della cerimonia di chiusura del 25 gennaio scorso, le consultazioni e i lavori del comitato deputata all’elaborazione della bozza della nuova Costituzione stanno proseguendo. Lunedi 7 aprile, il presidente in carica Abd-Rabbu Mansour Hadi, ha ricevuto i membri del Comitato, guidati da Ismail al-Wazir. Il presidente ha ribadito la necessità che tutti i poteri nazionali nel paese si facciano carico della responsabilità di tradurre i risultati della Conferenza per il Dialogo Nazionale fattivamente, per riuscire a portare lo Yemen al di fuori della crisi imperante.

Sicurezza e stabilità, questi gli obiettivi auspicati, per scongiurare il timore di una guerra civile. La violenza, che sembra aumentare a ritmi esponenziali, evidenzia la volatilità del sistema politico che sta cercando di guidare il paese a due anni dalla destituzione del Presidente Ali Abdullah Salah, sulla scia delle rivolte arabe. Il suo successore, Abd-Rabbu Mansour Hadi, ha diverse sfide da affrontare, dal movimento secessionista del sud, alla ribellione dei gruppi armati sciiti al nord, finanche all’insorgenza legata alla cellula di Al Qaeda operante nel paese.

Il primo scontro dello Yemen (paese che per altro diede i natali al padre di Osama Bin Laden) con il terrorismo internazionale nell’accezione che oggi tutti conosciamo, risale al 2000. Il porto di Aden fu il teatro di un attentato rivendicato da un gruppo affiliato al Qaeda contro un cacciatorpendiniere battente bandiere statunitense, il Cole. Un barchino carico di materiale esplosivo si gettò contro il Cole, ormeggiato al porto per fare rifornimento. L’esplosione, che avvenne al di sotto del livello del mare, causò una falla importante che provocò la morte di 17 marinai a bordo e ferì circa una quartina di persone. Un attacco certamente non sensazionale se confrontato con quelli che seguirono nel resto nel mondo, ma che accese un campanello d’allarme che in pochi colsero, all’epoca.

A seguito di quell’episodio, il governo americano fece insistenti pressioni sulle autorità yemenite, che però non riuscirono ad arginare la crescita dei gruppi radicali di matrice islamica nel paese. Non fu solo una oggettiva inefficienza tecnica del governo di Sana’a la causa del mancato contenimento dei terroristi, infatti una preponderante porzione dell’esecutivo era vicina al salafismo, dunque poco incline ad attuare politiche troppo repressive nei confronti dei gruppi violenti di matrice islamica.

Sarà solo dopo l’11 settembre che il presidente Salah deciderà di sostenere pubblicamente la ‘guerra al terrore’ di George W. Bush. I rapporti con gli Stati Uniti non erano dei migliori dalla Prima Guerra del Golfo, quando lo Yemen si allineò in sostegno di Saddam Hussein. Una aperta dichiarazione di vicinanza a Washington all’indomani dell’attentato al World Trade Center, rafforzò la fiducia nelle autorità centrali yemenite da parte della comunità internazionale, che lasciò di fatto al Presidente Salah grande libertà di manovra nella gestione dei dissidenti interni, gli Houti, e dei secessionisti del sud, a scapito del processo di democratizzazione.

Gli Houti, ribelli di ideologia sciita zaidita, la stessa della storica dinastia regnante negli altipiani del nord, rivendicano una discendenza diretta dal profeta Maometto. Il movimento opera per ristabilire il governo dell’Imam Zaid, presente nel nord fino al 1962. Il conflitto fra i ribelli zaiditi e il governo di Salah iniziò nel 2004, scatenato da proteste innescate da slogan antiamericani e anti-istraeliani lanciati dai sostenitori degli Houti. L’uccisione del leader del movimenti, Husayn al-Huthi, accese la miccia del conflitto. Il conflitto restò localizzato nelle aree settentrionali vicine alla capitale Sana’a, nell’area di Sa’da al confine con l’Arabia Saudita.

Col passare degli anni, le tensioni di frontiera sono andate ad alimentare la violenza dei ribelli con questioni che poco erano connesse al nodo del contendere. Il movimento, attivo ancora oggi, ha assunto un ruolo di opposizione che molti analisti definiscono ‘a prescindere’. L’irrendentismo delle tribù del nord, che mai hanno accettato il governo centrale, si è trasformato in una lotta contaminata da ingerenze esterne. L’Iran, che interpretò il movimento come un baluardo della lotta sciita in un’area vicina all’egemonia Saudita, alimentò il movimento con armi e denaro. Gli stessi Houti, però, si sono sempre discostati dalla dicotomia per cui ‘ribellione sciita’ equivarrebbe a ‘guerra per procura fra Iran e Arabia Saudita’.

Oggi, i leader Houti hanno accettato di prendere parte alla Conferenza sul Dialogo Nazionale, pur mantenendo una posizione diffidente e poco collaborativa. Al governo di Hadi viene condannata la vicinanza con gli Stati Uniti, che troppo interferiscono negli affari interni del paese e che con i droni causano troppe vittime civili, nel tentativo di stanare le cellule terroristiche di Al Qaeda.

Anche il movimento secessionista del Sud, l’Hirak, è stato accusato di complicità con la rete di Al Qaeda, nell’esecuzione di numerosi attentati contro le forze di sicurezza governative. Secondo alcuni esperti, il movimento separatista sarebbe direttamente finanziato e sostenuto militarmente da Al Qaeda e dai salafiti. Il movimento rivendica la separazione del su dello Yemen, un tempo sotto la sfera comunista, dal governo di Sana’a. Un terzo della popolazione yemenita vive nelle regioni del sud, e secondo i sondaggi più del 70% della popolazione del sud sarebbe favorevole alla secessione.

Marginalizzazione politica e discriminazioni economiche, questi i due fattori principali che alimentano il malcontento. La maggior parte delle risorse petrolifere yemenite sono localizzate al sud, ma i profitti dell’industria energetica confluiscono alla capitale, che mal amministra i proventi a scapito di una coerente redistribuzione del reddito. L’Hirak non ha preso parte al Dialogo Nazionale, lamentano una totale sfiducia nei confronti del governo di Sana’a. Gli sceicchi del nord, secondo i militanti secessionisti, non avrebbero nessuna intenzione di cambiare la loro politica, persistendo nell’influenzare le divisioni e la frammentazione progressiva del paese.

Il dramma esistenziale dello Yemen, frammentato e incapace di trovare una linea comune di dialogo, non fa che alimentare la capacità pervasiva sul territorio di gruppi come l’AQAP, Al Qaeda nella Penisola Arabica. La combinazione di tutti gli elementi sopra citati, è terreno fertile per lo sviluppo e l’insediamento dei nuclei terroristici, che nello Yemen hanno radici storiche e campi di addestramento perfettamente funzionanti ed attrezzati. In una riorganizzazione globale degli obiettivi strategici di Washington, dare poco peso al contesto yemenita, potrebbe essere un errore. 

 

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