lunedì, Giugno 21

Lo Yemen distrutto resiste grazie a Khomeini Lo Yemen resiste al wahabismo dell’Arabia Saudita

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Nel Paese si sta consumando la più grave crisi umanitaria mondiale del momento. Dallo scoppio del conflitto, nel marzo 2015, oltre 20 milioni di persone, l’80% della popolazione, ha un disperato bisogno di assistenza umanitaria. Solo il 14% del fabbisogno nazionale di carburante è arrivato ​​nel Paese dalla fine del mese di marzo 2015.

Eppure lo Yemen resiste al wahabismo dell’Arabia Saudita. Un ruolo in questa resistenza è da attribuire, secondo molti analisti, all’Iran della rivoluzione dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. «Khomeini ha offerto un legame tra il Divino e il Politico, invitando i suoi compatrioti a costruire un sistema in cui fosse possibile riflettere, seguire e attenersi ai principi islamici che sono alla base di qualunque società islamica», ha sostenuto Mohsen Kia, ricercatore indipendente in Iran, di cui lo Shafaqna Institute for Middle Eastern Studies pubblica spesso i lavori.
Secondo l’analista, quella che si è andata a recuperare con l’ayatollah Khomeini è la tradizione islamica più pura, la rinnovata proclamazione di un sistema politico ispirato alla legge divina.  Khomeini ricordava ai suoi seguaci, e non solo, che lo Stato e la religione possono attingere e sostenersi l’un altro per manifestarsi in una tradizione politico-religiosa sostenuta dalla legittimazione popolare. E se alcuni hanno scelto di vederci soltanto una teocrazia, di fronte alla crescita della Repubblica islamica, altri hanno riconosciuto un richiamo all’emancipazione dall’imperialismo e dal diktat politico occidentale. «Imam Hussain ha insegnato a tutti noi cos’è il Governo della tirannia e a opporci e resistere alla crudeltà», diceva al suo popolo, a tutti i popoli. Un mero richiamo alla verità, la semplice promessa che, quando si è nel giusto, la vittoria giace dietro ciò che appare possibile: l’ayatollah Khomeini ricordava a una Nazione che poteva e doveva restare a schiena dritta, perché gli uomini nascono liberi, e non vi è monarca né tiranno che possa renderli schiavi, se non con la loro complicità. E così le catene della paura, dell’inganno e della codardia si sono spezzate. E un popolo ha marciato, spavaldo e senza paura, per la libertà, forte delle proprie convinzioni. Per quella gente, la Rivoluzione islamica iraniana non è stata tanto una lotta quanto un’affermazione della verità.

Oggi il grido dell’Iran e il coraggio mostrato dalla sua gente sono ancora lì. La Rivoluzione islamica iraniana non si è conclusa all’interno dei propri confini: il suo vento soffia lontano. Oggi quello spirito rivoluzionario vive in Yemen.
Lo spirito della Rivoluzione iraniana si sta lentamente dimostrando un grande movimento di rivoluzione panislamica, che si trova in opposizione all’interpretazione dogmatica dell’Islam esercitata dal wahabismo e dall’Arabia Saudita.

Va detto che la lotta dello Yemen, la sua marcia verso la libertà politica e individuale, ha avuto inizio molto tempo fa, nel lontano 1962, quando il Presidente egiziano Gamal Abel Nasser portò il panarabismo e il repubblicanesimo a sconvolgere tutte le monarchie del Golfo, mentre aiutava il capovolgimento del sovrano yemenita Muhammad al-Badr. Allora, la sete di emancipazione in Yemen era ancora agli esordi, un’idea vaga che non possedeva ancora né forma né radice. Poi lo Yemen ha trovato la sua identità sotto il peso terribile della tirannia assolutistica, quella esercitata dall’Arabia Saudita.
Proprio come l’Iran aveva appreso a parlare di libertà sotto la massima repressione, lo Yemen ha appreso la semantica del sogno rivoluzionario islamico dell’ayatollah Khomeini sotto l’oppressione religiosa, politica e civile. Dalla sua stessa lotta, e contro ogni previsione, è nato un movimento che in prima battuta fu incarnato dagli Houthi, la tribù del nord dello Yemen il cui fragore sarebbe venuto a scuotere la casa reale saudita.
Oggi la Resistenza non ha più quel carattere esclusivo e lo Yemen, nel suo intero, ha fatto sbocciare un grande movimento.

Dove il panarabismo ha fallito, la Rivoluzione islamica iraniana può avere successo. A differenza del Presidente Nasser, la cui visione politica era priva di spiritualità religiosa, l’ayatollah Khomeini richiamava il dovere dei religiosi di guidare la politica, così che la responsabilizzazione potesse indurre una maggiore rappresentazione popolare. Come una volta osservò l’ayatollah Khomeini, «un’ideologia materialistica non può portare l’umanità fuori dalla crisi dovuta alla mancanza di fede nella spiritualità, primaria afflizione della società umana in Oriente così come in Occidente».

 

Traduzione: Roberta Cotroneo e Barbara Turitto 

 

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