sabato, Maggio 15

Lo strano caso del decreto Minniti-Orlando

0

Ad aprile la Camera ha approvato il decreto Minniti-Orlando sull’immigrazione, con 240 voti a favore, 176 voti contrari e 12 astenuti. All’interno le ‘disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale’. Secondo le dichiarazioni di Minniti,  si tratta dell’istituzione di nuovi centri detentivi, di rimpatri più veloci, della possibilità di prevedere lavori non retribuiti per i richiedenti asilo.

I punti principali del decreto sono: l’abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego; l’abolizione dell’udienza, l’estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari e l’introduzione del lavoro volontario per i migranti. Nel primo grado di giudizio l’attuale “rito sommario di cognizione” sarà sostituito con un rito camerale senza udienza, nel quale il giudice prenderà visione della videoregistrazione del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale. Il piano prevede un allargamento della rete dei centri per il rimpatrio, che si chiameranno Cpr (Centri permanenti per il rimpatrio). Si passerà da quattro a venti centri, uno in ogni regione, per un totale di 1.600 posti. Il fatto è che in molti hanno sollevato problemi di costituzionalità proprio sul processo. Su questo tema abbiamo intervistato Antonello Ciervo, avvocato, studioso di diritto costituzionale e membro di Asgi – Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione.

Il decreto Minniti -Orlando, approvato a Marzo di quest’anno, cosa rappresenta per il difficile tema dell’immigrazione?

Il cuore del decreto legge Minniti – Orlando non è entrato ancora in vigore, ossia la riforma del processo, e si tratta di una riforma che entrerà in vigore soltanto dopo ferragosto. Per noi (come Asgi) questo è un vizio di incostituzionalità. I presupposti del decreto legge sono la straordinaria necessità di urgenza, quindi il decreto legge dovrebbe entrare in vigore immediatamente. Se dichiarano che devono cambiare il processo, e questo cambiamento entra in vigore dopo 180 giorni, cioè dopo sei mesi, allora vengono a mancare i presupposti per emettere un decreto legge. Una legge di iniziativa parlamentare, mediamente impiega 200 giorni per essere approvata. Sostanzialmente, utilizzando la forma del decreto legge, si sta sottraendo al Parlamento la possibilità di discutere la legge in maniera democratica, utilizzando uno strumento che è utilizzabile nelle emergenze ma che certamente non può essere lo strumento con cui il Governo, unilateralmente impone al Parlamento, che non fa altro che ratificare, la riforma del processo in questa materia. E’ stato utilizzato il decreto legge per riformare il processo e per eliminare una serie di garanzie costituzionali.

Sembra più una mossa politica che un atto governativo per regolare i flussi  migratori?

Questa è stata sicuramente una mossa politica. Se devo dare un giudizio politico la mia impressione è la seguente. Alfano non è stato in grado di riformare questa materia o di affrontare in maniera effettiva il problema dei flussi migratori. Cadendo il Governo dopo il 4 Dicembre, ci siamo trovati un esecutivo fotocopia in cui l’unico volto nuovo era Minniti. Se teniamo conto di questo passaggio politico, (Minniti) si è reso conto che aveva carta bianca perché era l’unica novità in questo governo fotocopia, e questo gli ha consentito di avere un’esposizione mediatica che coprisse il fatto che il Governo nuovo era identico a quello vecchio. Minniti in qualche modo ha giocato su questa cosa, aveva un margine politico e ha portato avanti questo atto di forza che ha consentito di spostare l’attenzione dal vero problema politico, cioè che non era cambiato nulla nei componenti del Governo, e ha puntato tutto sulla sicurezza e sui migranti, utilizzando la tecnica della destra.

Nel Decreto si parla dell’allargamento della rete dei centri per il rimpatrio, gli attuali Cie si chiameranno Cpr (Centri permanenti per il rimpatrio). Si passerà da quattro a venti centri. Molti li criticano e li denomina addirittura ‘campi di concentramento’, un termine molto forte sia umanamente che storicamente. Cosa ci dice in questo senso?

Sono rimasto molto colpito che sia stato il Papa a chiamare questi centri, campi di concentramento. Quando alcuni di noi, che militavano o militano nei movimenti sociali, e facevamo questo tipo di affermazione, ci veniva risposto che eravamo esagerati.

Dal G7, appena terminato, si aspettavano dei risultati più concreti in termini di immigrazione, invece…

Si è parlato dei diritti delle persone e dei confini degli Stati. Questa è una contraddizione nei termini. I confini ci sono, il punto è che la protezione internazionale è un diritto soggettivo perfetto che discende da un trattato internazionale. Non possono essere messe delle curve all’ingresso degli stranieri che chiedono asilo da parte di nessuno. La protezione internazionale è legge costituzionale.

Questo decreto sarà realmente efficiente? O un motivo di caos sociale?

Il problema è che c’è un vizio di forma di mentalità, di cultura al fondo. Non è che se introduci una legge, o la cambi, per magia lo stato attuale delle cose cambia. Il mondo cambia se si eliminano le cause sociali di questi fenomeni. Se leggiamo il secondo decreto Minniti, sulla sicurezza, siamo di fronte ad una criminalizzazione dei soggetti più deboli della società. Non si risolve il problema dell’emarginazione sociale o della povertà criminalizzando i soggetti più deboli. Questo lo hanno fatto le peggiori destre, basta vedere la situazione in Europa.

C’è uno spostamento verso destra per quanto riguarda le politiche migratorie?

Si, c’è uno spostamento a destra della politica europea e occidentale in genere. Il problema resta sempre lo stesso. Bisogna risolvere le cause che determinano questi flussi se vogliamo anche stare in questa logica. Risolvere il conflitto in Siria, in Libia, risolvere la situazione di crisi nel Medio Oriente. Il primo flusso migratorio importante dei richiedenti asili in Italia era quello degli afgani che si è verificato tra il 2005 e il 2007. Noi siamo stati a sentire, per anni, questa retorica pubblica secondo cui andavamo in Afganistan a togliere il burqa alle donne, ad esportare la democrazia. Ne abbiamo portato talmente tanta democrazia che le persone che stavano lì sono venute da noi a chiedere asilo politico.

La democrazia non è facile da esportare, abbiamo molti esempi in questo senso.

Non abbiamo portato molta democrazia oppure ne abbiamo portata talmente tanta che quando queste  persone non ne hanno trovato più a casa nostra. Anche in Francia la condizione sociale coincide con il radicalismo islamico. Non è che gli islamici, per natura, sono più portati alla radicalizzazione. Il problema è che se questi soggetti vengono posti al margine della società  è chiaro che quando le persone si vedono sole, isolate e non ce la fanno a reggere al gioco  libero-concorrenziale del mercato, si radicalizzano. Si identificano sempre di più con quella che è la loro cultura di origine, in un contesto in cui la loro cultura non viene minimamente considerata. Siamo arrivati in Europa a vedere gli stranieri come potenziali stupratori e terroristi. In realtà l’isolamento, l’emarginazione sociale e queste politiche (compreso il decreto in oggetto) corroborano. Sono queste le situazioni che determinano l’insicurezza sociale di tutti.

I Governi puntano su questo tipo di misure per avere maggiore sicurezza, invece Lei dichiara che sono proprio queste misure a provocare le tensioni?

Il diritto dell’immigrazione, storicamente, è stato un laboratorio sociale. Si applica agli immigrati una serie di tecniche di controllo che una volta che funzionano sugli stranieri e che rientrano nel nostro ordinamento giuridico, perché questo politicamente trova un consenso da parte dell’opinione pubblica spaventata, poi quelle tecniche di controllo e di securitizzazione dell’immigrazione e della libertà personale quando hanno un esito positivo sugli stranieri poi vengono automaticamente trasportate a livello generale e si applicano anche noi.

Che cosa vuol dire?

Lo vediamo con questo nuovo tipo di processo che deroga tutti i principi costituzionali. Possiamo anche decidere di fare un processo speciale che deroga i principi costituzionali soltanto per gli stranieri perché dobbiamo risolvere il problema; poi però se funziona, la stessa tipologia si applica anche a noi. Introducendo una deroga ai principi costituzionali, per una buona intenzione, si crea una frattura, una ferita all’interno dell’ordinamento costituzionale da cui domani, legislativamente parlando, possono entrare le peggiori intenzioni.

Sono in pericolo i diritti costituzionali di tutti?

E’ chiaro che quando si inizia a stabilire delle deroghe ai principi costituzionali che valgono per tutti, perché la libertà personale vale per tutti, per tutti i soggetti che sono presenti sul territorio italiano. Se si inizia a considerare delle limitazioni alla libertà personale derogandola alla tutela processuale basica, a quel punto chi ci dice che domani mattina non possa essere applicata anche a noi?

Il processo è il vulnus del decreto legge, perché?

Noi vogliamo arrivare nel più breve tempo possibile davanti alla Corte Costituzionale per eliminare quei profili di evidente incostituzionalità del nuovo processo per la richiesta di protezione internazionale che ha introdotto il decreto Minniti -Orlando. riteniamo che da qui un anno una serie di questioni che sono di palese violazione non solo dei principi costituzionali ma anche dei regolamenti internazionali siano oggetto di valutazione da parte della Corte. E se così non dovesse essere, noi siamo intenzionati ad arrivare fino a Strasburgo.

Come mai ci sono sempre problemi di costituzionalità o meno?

Lo abbiamo visto anche qualche giorno fa; il Tar ha annullato le nomine di Franceschini. Noi dovremmo avere un approccio chiaro. Il diritto ad un giusto processo è un diritto di tutti, in tutti i processi si può sollevare una questione di costituzionalità, così come si può sollevare una questione pregiudiziale davanti alla corte di Strasburgo sospendendo il processo. Questo è un diritto fondamentale. Prendiamo come esempio la sentenza del Tar. Questo ha dichiarato invalide le norme sul principio che è sostanzialmente identico a quello del processo Minniti.

Sarebbe?

In quel bando si diceva che le prove orali per la selezione dei dirigenti non potevano essere fatte a porte chiuse. La pubblicità è una garanzia di legalità. Anche uno studente del primo anno non avrebbe fatto questo errore. La stessa cosa si vede nel decreto Minniti, anche se sono due situazioni differenti. Il Decreto dice che tutti questi tipi di processo devono essere fatti in camera di consiglio senza che ci sia l’udienza pubblica. L’udienza pubblica è una garanzia fondamentale che è riconosciuta dalla nostra Costituzione e soprattutto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Introdurre una norma del genere, millantando politicamente che così si fa prima, significa essere dei dilettanti allo sbaraglio perché è incostituzionale da trenta anni. Abbiamo dei ministri incompetenti e dei legislatori che non sanno fare le leggi. Il processo in Corte di Cassazione è stato riformato ad Ottobre dell’anno scorso, e si è introdotta la sola camera di consiglio per i giudizi davanti la Corte di Cassazione. La Corte si è posta il problema se questa norma sia o meno costituzionale perché c’è bisogno dell’udienza pubblica.

La Corte ha risposto nel seguente modo: si arriva in Cassazione dopo un processo in primo grado, poi l’Appello e poi in Cassazione. In via ordinaria l’udienza pubblica è prevista sia per il primo grado che per la corte d’Appello, quindi l’udienza pubblica in uno dei gradi del processo si è già data, e in Cassazione non è necessaria. In questo modo acceleriamo i tempi del processo. Il problema è che il decreto Minniti stabilisce che venga eliminato l’appello, l’udienza pubblica non c’è, e quando l’udienza viene prevista (soltanto in via eventuale non obbligatoria e l’udienza è in diritto ), quell’udienza viene fatta in forma privata, in Camera di Consiglio e non in udienza pubblica. Nel frattempo il processo in Cassazione è stato modificato prevedendo soltanto l’udienza in camera di consiglio e non prevedendo l’udienza pubblica, si ha un processo che i svolge in due gradi e in nessuno di questi gradi è prevista l’udienza pubblica. ergo è incostituzionale. Siccome è lo stesso legislatore che cambia il processo in Corte di Cassazione e in materia di protezione internazionale, dovrebbe sapere che in uno due dei gradi di giudizio rimasti l’udienza pubblica, se non c’è è incostituzionale.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->