mercoledì, Dicembre 1

Lo strano caso dei terroristi sul Ponte di Rialto

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L’addestramento all’uso degli esplosivi fabbricati in casa è un elemento che spesso destra preoccupazione, soprattutto dopo le dichiarazioni dei kosovari intercettate dagli inquirenti, di voler colpire il Ponte di Rialto, luogo gremito di infedeli. Come accade spesso in medioriente, non potendo fisicamente disporre di materiale esplosivo fabbricato seguendo norme industriali che rendono il composto stabile e maneggevole, i terroristi devono improvvisarsi chimici costruendo materiale esplodente con ciò che si trovano in casa.

Detergenti; solventi per unghie e prodotti di bellezza, per quanto possono essere naturali, contengono sostanze chimiche che mescolate insieme possono dar vita ad un composto effettivamente atto ad esplodere provocando danni e morti. Tuttavia è importante comprendere come questi composti ‘home made’ non sono da considerarsi alla stregua di esplosivi fabbricati legalmente perché di gran lunga più pericolosi ed instabili. Il materiale esplosivo risulta già abbastanza pericoloso quando prodotto seguendo norme standardizzate, la fabbricazione casalinga aumenta di gran lunga la vulnerabilità ad esplosioni accidentali e non controllate.

Non è un caso che le organizzazioni terroristiche si affidino a furti di materiale esplosivo dalle fabbriche (in rari casi dalle caserme o dalle cave) o si rivolgano ad esperti chimici per produrre elementi stabili e capaci di esplodere nel momento opportuno. Giovani come quelli fermati dalla Polizia italiana che non hanno accesso a materiale così sofisticato hanno rischiato più la loro incolumità che quella altrui. Inoltre produrre materiale esplosivo non è sinonimo di costruzione di un ordigno, semmai dell’intenzione di assembrarne uno, azione che richiede competenza tecnica e grande dimestichezza con i materiali utilizzati, elementi imprescindibili anche per i terroristi.

La volontà di colpire il Ponte di Rialto rientra nello schema di cui più volte si è parlato sulle pagine di L’Indro, sostenendo che il terrorismo islamico mirava a luoghi d’arte e meno sorvegliati rispetto alle più appetibili Milano o Roma. I luoghi d’arte rappresentano la storia e la cultura morale di un popolo, il Ponte di Rialto è rappresentato all’estero come simbolo distintivo dell’Italia. E siti come questi offrono al terrorismo una ferita morale oltre che fisica.

Tuttavia, il Ponte di Rialto è un obiettivo piuttosto complesso per elementi auto addestrati alle tecniche terroristiche. L’esplosivo ‘home made’ non può essere prodotto in quantità ingenti dunque la portata di un’eventuale ordigno sarà minima, forse arricchita con materiale che amplifica l’effetto spalling, come chiodi o biglie di ferro. Le persone che rimarrebbero coinvolte nell’esplosione sono quelle nelle immediate vicinanze dell’attentatore, se lo scopo è ‘colpire gli infedeli’ come dichiarato il Ponte di Rialto non è certo il luogo strategico spesso scelto dai terroristi. I così definiti infedeli sono inoltre presenti in molte chiese e luoghi di culto di Venezia, il Ponte di Rialto è un simbolo è come tale si è presumibilmente pensato di colpirlo.

Tutta l’indagine e l’attività di intelligence circa la cellula jihadista e i suoi traffici, è partita nel 2016 quando uno degli indagati è rientrato da un viaggio in Siria facendo scattare le misure antiterroristiche che hanno portato all’arresto. Polizia e Carabinieri hanno svolto un’attività serrata, passando sotto la lente d’ingrandimento non solo tutti i contatti fisici ma soprattutto quelli telematici, aspetto oggigiorno fondamentale.

I presunti terroristi, a differenza di molti loro ‘colleghi’ non hanno ritenuto necessario celare le loro intenzioni prendendo le normali misure di sicurezza utili a non farsi scoprire dagli organi inquirenti. Le telefonate ed i messaggi erano piuttosto espliciti, non veniva utilizzato un sistema di messaggistica criptata e non si è tentato di nascondere l’interesse nel compiere attentati sul suolo italiano.

Tutto questo lascia immaginare che i soggetti in questione fossero simpatizzanti dello Stato Islamico, una potenziale minaccia alla sicurezza nazionale che andava fermata e che è stata arginata velocemente dai servizi di intelligence.

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