martedì, Ottobre 26

Lo strano caso dei ‘leghisti di colore’ Sono fan di Salvini e hanno incarichi nei Partiti dell'estrema destra italiana. Eppure hanno tutti un passato da migranti. Chi sono questi leghisti di nuova generazione?

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Essere l’unico straniero, e ancor più l’unico africano, in mezzo a persone che urlano di chiudere le frontiere e rimandarli ‘a casa loro’ non deve essere stato semplice: “Personalmente non sono mai stato discriminato in quanto nero“, racconta Paolo Diop. “Alcuni fanno fatica a capire e ad abituarsi, perchè all’interno dei movimenti di destra esistono persone barricate da anni all’interno delle loro ideologie. Questo è un freno. Non capiscono che il mondo è cambiato. L’immigrazione è un fatto e va considerato non ignorato“. “Se qualcuno più importante di me avesse voluto fermarmi a quest’ora non sarei nemmeno tesserato“, sostiene invece Gjeli. “Questo vuol dire che all’interno della Sezione mi vedono come un ragazzo serio ed integrato che partecipa e si impegna nelle attività del Partito. Mi vedono come tutti gli altri“.

Eppure le discriminazioni e la xenofobia nella destra italiana esistono, eccome. Almeno stando alle cronache, alle dichiarazioni, e perfino ai programmi dei Partiti. Ma allora come può verificarsi questo cortocircuito? Come può un figlio di migranti decidere di spendersi per un’idea apertamente in contrasto con le proprie origini e con la propria storia?

Secondo Marco Bruno, docente di Sociologia dei Processi Culturali alla Sapienza di Roma, esperto e saggista di migrazioni, la risposta sta proprio nell’allontanare ogni convinzione pregressa sui concetti di identità e appartenenza: “Bisogna sgombrare il campo dagli stereotipi, e riconoscere che in ogni parte del mondo esistono persone con opinioni e pensieri che potremmo definiredi destra‘, conservatori, o -peggio- semplicemente a loro volta xenofobe. Quello che fanno questi ragazzi è semplicemente ritagliarsi uno spazio di attivismo o militanza politica. Il tema non riguarda tanto l’appartenenza a un gruppo etnico, ma il rapporto minoranza / maggioranza, nel quale conta molto l’autopercezione dell’individuo e i rapporti di forza in determinato territorio o campo politico” .

Non si tratta, quindi, di appartenere ad una comunità piuttosto che ad un’altra. Si tratta di percepire di stare dalla parte della soluzione piuttosto che del problema. E se in contesti di crisi le società tendono fisiologicamente a frammentarsi e polarizzarsi, allora è ragionevole pensare che quello che muove questi ragazzi verso le idee della destra nazionalista sta semplicemente nel successo e nella fascinazione che queste idee hanno su tutta la società italiana.

Queste persone in pratica non svolgono quel ruolo nonostante sianoneri‘, ma proprio in quanto neri‘, trovando così una propria dimensione di accettazione nella maggioranza. Sarebbe ingenuo e altrettanto pregiudizievole rinchiudere le singole persone nelle aspettative relative alla propria appartenenza d’origine, schiacciando l’individuo nel gruppo“, conclude Bruno.

Quello che abbiamo imparato da questa storia è che in ragazzi come Paolo Diop e Mike Gjeli coesistono pacificamente più identità, più tradizioni, e più culture. Sono l’esempio più lampante di un’integrazione che funziona. E’ vero che le politiche di accoglienza in Italia vanno riviste, è vero che quanto fatto finora non è abbastanza, né per chi accoglie, né per chi viene accolto. Ma è altrettanto vero che forse anche alcune idee andrebbero riviste. Diop e Gjeli sono certi della loro italianità, ma sono altrettanto convinti ed orgogliosi delle loro origini. Sono italiani, ma sono anche stranieri. E nell’elaborazione della loro idea politica il peso dell’etnia ha giocato un ruolo marginale. Ne hanno fatto una risorsa piuttosto che un difetto. E questa è forse la prova che, in una maniera o nell’altra, si può davvero imparare a convivere.

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