domenica, Settembre 19

Lo Stato libero di Palestina, tra sogno e realtà

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Arriverà il giorno in cui nascerà uno Stato palestinese vitale, libero, indipendente? Le Nazioni Unite l’avevano già annunciato tempo addietro, nel 1947, con la risoluzione numero 181 del Piano di partizione, la stessa votazione che più tardi aveva portato alla creazione dello Stato d’Israele , e alla firma degli accordi di Oslo il 13 maggio 1999.  In realtà, quel giorno avrebbe già dovuto vedere la luce – secondo gli accordi – il 4 maggio 1999. Ma dopo ben 67 anni dal Piano di partizione e 21 dagli accordi di Oslo tutto è ancora sotto silenzio. Con il risultato che i palestinesi sono sempre sotto occupazione, l’Autorità Palestinese sempre in attesa e senza una potere sovrano reale  sul territorio in suo possesso, e la creazione di quello Stato si fa semplicemente attendere. Nonostante l’appoggio della comunità internazionale, il processo di pace sembra caduto nel dimenticatoio, ora non rappresenta più un punto prioritario. Un continuo sprofondare che ha spinto i capi palestinesi – che per lungo tempo hanno giocato al gioco della negoziazione ‘a vuoto’ –  a voltarsi nuovamente verso le Nazioni Unite per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Risultato: guerra diplomatica e pressioni di ogni tipo. Israele prevale, leva le minacce e alza i toni, gli Stati Uniti esprimono a gran voce il loro disaccordo, e l’Europa divisa si barcamena.

Ma il popolo palestinese ha abbandonato le sue ambizioni e lasciato andare quel sogno d’indipendenza? ‘No’ è la risposta. Quel popolo si batte contro le difficoltà, è rassegnato ma speranzoso, e fa orecchie da mercante alle dicerie di uno Stato palestinese libero incompatibile con la realtà. Voci pessimiste per alcuni, realiste per altri. Ma perché dopo vent’anni di incontri mancati, la soluzione sembra ancora più lontana che mai?

Per trovare risposte plausibili non resta che recarsi sul luogo e toccare con mano quello che è stato di questi territori occupati dalla politica dei fatti accaduti e seguiti dai governi israeliani dopo gli accordi di Oslo, forti nel loro fare del mutismo, del supporto e di un atteggiamento compiaciuto della comunità internazionale, in primis dell’America, ‘padrino’ del processo di pace.

Di fatto, non sono pochi gli ostacoli che impediscono la creazione di uno Stato di Palestina e, prim’ancora, delle frontiere su quel territorio. Gli israeliani si rifiutano di seguire il tracciato della guerra dei sei giorni nel 1967 come future frontiere della Palestina. E il famoso Piano di partizione del 1947 è stato reso nullo da quando i Paesi arabi hanno espresso il loro rifiuto, perciò vien facile pensare che non ci saranno frontiere interne fisse nella vecchia Palestina mandataria. Israele oggi difende la prospettiva per cui non si esclude che quelle frontiere possano cambiare. Persino una corrente della politica elitaria rifiuta di riconoscere la Cisgiordania come territorio occupato, preferendo qualificare il territorio come zona contesa, sotto i nomi di  Giudea e Samaria.

In ogni caso, fatta eccezione per i territori del 1948, Israele occupa attualmente quasi l’intera Palestina, dopo aver invaso con le forze militari e colonizzato il 22% dei restanti territori ai Palestinesi, secondo gli accordi. Questo, a causa ell’espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania dove il numero dei coloni non smette di moltiplicarsi per motivi strategici o di religione. Coloni che guadagnano l’acqua e le terre migliori, coloni che s’insediano in ogni dove, finanche a Gerusalemme Est, la città che i Palestinesi vorrebbero come capitale.

Per la Palestina questa politica di colonizzazione è un modo per appropriarsi di territori e snobbare il trattato di pace che prevederebbe la sovranità palestinese. Ed è vero che gli insediamenti dei coloni sono prima di tutto strategici : tagliano la Cisgiordania per dividere città e villaggi in tanti isolati, nell’intento di rompere la linea continua delle enclavi palestinesi, rendendo così impossibile la creazione di uno Stato libero di Palestina. A peggiorare il tutto, il sistema stradale fatto di raccordi per aggregare le colonie: strade riservate esclusivamente ai coloni e alle scorte che tracciano il perimetro delle località palestinesi, mettendole così in disparte.

Così, quei confini storici sanciti nel 1967 oggi sono radicalmente modificati. All’indomani degli accordi di Oslo, le autorità di occupazione si sono ritirate dalla Striscia di Gaza per restituire progressivamente la Cisgiordania all’Autorità Palestinese. O almeno così doveva andare. Quelle autorità sono diventate invece più voraci appropriandosi di nuovi territori palestinesi, incoraggiando la distruzione delle colonie al di là del cosiddetto muro di separazione, e facendo a brandelli i territori sotto il controllo dell’AP. Quel muro costruito nel 2002 tra Israele e Cisgiordania limita la libertà  rendendo il percorso verso scuole, ospedali e luoghi di lavoro un vero e proprio percorso da combattimento, e facendo delle città prigioni a cielo aperto.  Un ostacolo fisico che separa intere famiglie palestinesi, campi e villaggi, e in qualche caso anche proprietà familiari.

Non va dimenticato che il muro non è stato costruito lungo la linea verde del 1967, ma segue un tracciato verso Est, inglobando le colonie israeliane annesse allo Stato d’Israele. Tante sono le aree in cui il muro ha creato una voragine in pieno territorio palestinese, divorando grandi distese di terre come la regione di Ariel e Gerusalemme dove tutta la parte Est sta per essere inclusa all’interno della cinta.  Una Gerusalemme sotto tensione, dunque, quella che Israele ha voluto annettere, una Gerusalemme i cui responsabili cercano di variare la composizione demografica, dismettere siti storici, allontanare interi nuclei familiari, e i cui estremisti religiosi bramano la spianata delle moschee a rischio di far esplodere la regione con una causa così sensibile.

Ma il muro e le colonie sono anche ciò che complica qualsiasi possibilità di sviluppo economico, rendendo evidente il fatto che questa spartizione sia la chiave del consolidamento delle istituzioni politiche del Paese. Se per lo stato ebraico la cinta muraria di separazione dalla Cisgiordania rappresenta una misura di sicurezza finalizzata a ridurre il numero di attentati, sull’altro fronte, quello palestinese, viene associata all’immagine del muro dell’apartheid per rafforzare la separazione tra due popoli e compromettere la prospettiva dei due Stati – in effetti poco realista – tra una popolazione palestinese accerchiata e oppressa e una linea espansionista di occupazione.

Ogni giorno, il faccia a faccia tra gli abitanti della Palestina e Cisgiordania è teso ai massimi livelli. E ogni giorno, non mancano affronti e manifestazioni che spesso degenerano perché  a far da perno in tutto questo, al filo spinato delle barriere, ai punti di controllo per la sicurezza, alle decine di colonie, ai 5000 coloni insediati sul territorio, alla giudaizzazione della città di Gerusalemme, sono sempre la bramosia e la conquista delle terre. E la riduzione dello spazio vitale per i palestinesi diventa direttamente proporzionale all’espansione delle colonie.

Ma sono anche altri gli ostacoli che rendono sempre più un miraggio la creazione dello Stato palestinese, non ultima la questione dei rifugiati per cui Israele ha già espresso il suo ‘no’ categorico, e la divisione territoriale, politica e amministrativa tra la Cisgiordania occupata e controllata dall’Autorità Palestinese, e la Striscia di Gaza, bloccata sotto il controllo di Hamas che ha cantato vittoria con le elezioni del 2006 e che si è appropriato dell’enclave a suon di cruenti scontri. Una divisione non indifferente che compromette ogni calcolo a causa del declino dell’AP la cui sovranità non è assestata interamente in Cisgiordania e resta nulla a Gaza, nonostante gli accordi di riconciliazione promettessero ben altro, un tempo. Una pace su cui Israele ha preferito aprire una falla con tutte le sue forze.

Questi ostacoli di ordine politico, strategico e di sicurezza sono tutti la causa di una soluzione alternativa alla situazione tra i due Stati, spesso presa in considerazione sia dagli intellettuali israeliani, sia palestinesi: uno Stato binazionale, in cui le due popolazioni avrebbero gli stessi diritti. Secondo una stima condotta dal Jérusalem Media and Communications Center nel 2012, il 25% dei palestinesi sarebbe favorevole. Sì, ma questa soluzione porta con sé dell’utopia se si pensa che il governo israeliano ha appena proposto un progetto di legge che ridefinisce lo Stato d’Israele come  «lo stato nazione del popolo ebraico». Non è difficile capire che solo gli ebrei godrebbero di quei diritti sulla nazione; l’identità nazionale, esclusivamente ebraica, escluderebbe gli arabi israeliani. Questo progetto di legge rientra pienamente in una visione tipica dei fondamentalisti del sionismo religioso che combattono il processo di pace, gli stessi che si battono per la colonizzazione, e che invocano la fine degli arabi.

Ebbene, l’unica cosa ormai certa dopo gli accordi di Oslo andati in fallimento, è che la pace non sarà mai gridata fino a quando vigerà l’occupazione con le sue repressioni, le sue colonie, il disfacimento degli spazi palestinesi che continuano a sancire la morte della sovranità palestinese in casa. Secondo la legge, uno Stato non può esistere se non è Stato sovrano, senza una continuità territoriale e senza un ritiro dei terriori occupati da Israele dal 1967. Questo basterebbe per abbandonare ogni discorso fatalista e disfattista, in nome di un’azione efficace e concreta per un progetto di leva nazionale tanto sperato.

Ilan Pappe, professore israeliano e uno dei pionieri dell’attività dei «Nuovi Storici» ha preso in esame e analizzato la storia d’Israele e del sionismo con occhio critico, dichiarando che «una forte mobilitazione internazionale è ciò che serve, e i capi sionisti devono farsi protagonisti». Poi, ha proseguito: «In Israele, bisognerebbe prendere gli stessi provvedimenti che furono presi durante l’Apartheid in Africa del Sud in illo tempore». Facile così.

 

Traduzione di Silvia Velardi

 

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