sabato, Novembre 27

Lo Sri Lanka torna alle urne tra dubbi e fantasmi del passato La ricerca della pacificazione nazionale e l’ombra dell’ex Presidente Rajapaksa che aleggia

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Come in buona parte d’Asia, anche in Sri Lanka la Democrazia si vena di autoritarismo: si segnalano casi di corruzione, la vita politica nazionale risulta alquanto stantia e si cristallizzano dinastie politiche molto spesso a tono familiare dove ci si tramanda i ruoli di generazione in generazione o all’interno di un proprio clan. Sullo sfondo la figura dell’uomo forte che guida paternalisticamente la Nazione in modo verticistico e nient’affatto inclusivo.

L’elezione al ruolo di Presidente di Maithripala Sirisena nel 2015 aveva diffuso la speranza che si fosse finalmente scardinata la successione dei governi di Mahinda Rajapaksa, l’uomo forte della guerra contro le Tigri Tamil che – dopo una opportuna modifica alla Carta Costituzionale – stava apertamente modificando le cose per poter ottenere un terzo mandato presidenziale consecutivo. Così non fu nel 2015, con elezioni anticipate, dato che si sono svolte con due anni di anticipo rispetto ai tempi previsti.

Oggi lo Sri Lanka torna alle urne, sebbene sulla data si sia tergiversato molto, anche e non solo per il fatto che anche questa volta la maggioranza al potere viene accusata di procrastinare le cose per potersele aggiustare al meglio in proprio favore. Ora c’è una più chiara definizione delle prossime scadenze elettorali per pronunciamento delle fonti istituzionali preposte al settore specifico. Tutti i 341 singoli Consigli dello Sri Lanka potrebbero essere compresi in un’unica data per le elezioni presidenziali nel prossimo mese di febbraio.

Le elezioni, a loro volta, potrebbero essere, così, intese come il primo test valido per la coalizione di Governo guidata dal Presidente Maithripala Sirisena e dal Primo Ministro Ranil Wickremesinghe, una coalizione peraltro attualmente caratterizzata da una certa turbolenza interna su una vasta serie di tematiche. La fazione politica vicina a Sirisena nello Sri Lanka Freedom Party è stata accusata di ritardare le elezioni per più di un anno per il timore di perdere a causa della fazione guidata dall’ex Presidente Mahinda Rajapaksa. Il Governo ha posposto le elezioni per i 341 Consigli locali nell’Isola Stato fin dal 2015 per le riforme elettorali. In relazione al posporre le elezioni di un anno, il Governo aveva proposto un emendamento alla Costituzione per tenere le elezioni per tutti i Consigli delle nove Provincie in una singola data. La Corte Suprema, nello scorso mese di Settembre, aveva stabilito che il 20° Emendamento alla Costituzione proposto per tenere le elezioni dei Consigli locali in una singola data richiede i due terzi della maggioranza parlamentare ed un referendum su scala nazionale.

Ma il Governo, successivamente, ha stabilito in via definitiva che tutti i 341 Consigli locali dello Sri Lanka possono avere le elezioni in singola data dopo che un gruppo che si era fermamente opposto ha ritirato la propria istanza di opposizione. «Ora siamo nella posizione di avere le elezioni in un’unica data», ha affermato il Capo della Commissione Indipendente sulle Elezioni Mahinda Deshapriya. Il quale ha aggiunto ai media che ritiene le elezioni locali possano svolgersi nel prossimo mese di febbraio. Quindi, tutto ciò sarebbe il primo test vero e proprio sulla tenuta del Governo, dato che aveva posposto le elezioni fin dal 2015.

Gli alleati hanno a lungo avuto scontri interni sulla politica economica e circa le indagini in corso su casi di corruzione riscontrati durante il periodo di governo dell’ex Presidente Rajapaksa, il quale proviene anch’egli dal partito SLFP di Sirisena: questo e lo United Party UNP di Wickremesinghe hanno una coalizione di governo congiunta ma ognuno dei due partiti partecipa alle elezioni separatamente. Il partito personale del Presidente mostra spaccature interne. Il partito SLFP si afferma in giro che abbia colloqui con il campo politico di Rajapaksa per correre uniti al fine di sconfiggere il partito UNP.

Mahinda Rajapaksa, in verità, è una figura diventata parecchio ingombrante sulla scena politica moderna dello Sri Lanka. Fino al 2009 nell’Isola Stato si è combattuta una guerra durissima, conclusasi in modo ancor più cruento, dato che le stime si attestano su circa 100mila persone morte. Negli ultimi mesi di guerra Rajapaksa era già Presidente e si tratta proprio della coda velenosa di una guerra che si era ancor più insanguinata proprio in quel momento. L’offensiva scatenata dall’Esercito del Governo centrale contro le Tigri Tamil LTTE, un movimento che voleva ottenere l’indipendenza del Nord del Paese, aveva provocato anche 9mila civili morti e 40mila sfollati nell’ultimo periodo di guerra. Oggi nel Nord e nell’Est del Paese l’Esercito regolare è di stanza in via permanente.

Rajapaksa incarna in sé sia colui che si è assunto la responsabilità della fine di quella guerra sanguinosa sia la figura di un regime autoritario che non si è mai preoccupato delle condizioni reali di vita dei Tamil nel Nord del Paese. E che non si è fatto scrupoli nell’agire con tutta la violenza possibile nella propria terra, pur di ottenere lo scopo: il motivo principale della rottura personale, militare e politica con l’ex Generale Sarath Fonseka che aveva compartecipato l’attacco finale alle Tigri Tamil ma non ne aveva condiviso i metodi, sconfessandoli anzi pubblicamente, il che gli è valsa la carcerazione e la estromissione dall’agone politico nazionale proprio per mano di Rajapaksa.

La vittoria di Sirisena nelle elezioni anticipate del 2015, con il 51,2 per cento a fronte del 47.5 per cento di Rajapaksa, lo stop imposto alla successione di Rajapaksa a se stesso per la terza volta, aveva ingenerato nella popolazione cingalese la speranza in una sana alternanza democratica, mentre lo stesso Sirisena già parlava di riconciliazione nazionale, quale via definitiva per una più sicura pace nazionale. Aveva anche promesso una Commissione nazionale sui crimini di guerra. Ma – come accennato all’inizio – Rajapaksa è di quel genere di familismo politico – in questo caso, asiatico – che non cede facilmente terreno. Se proprio costretto si mette all’angolo e aspetta di colpire nuovamente. E nulla vieta di pensare che possa tornare in luce sulla scena politica nazionale proprio attraverso la via delle urne.

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