giovedì, Luglio 29

Lo spread fra parole e fatti image

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Dopo aver incassato ieri la fiducia al Senato, oggi il governo Renzi ha ottenuto il via libera anche alla Camera con 378 voti favorevoli e 220 contrari. «Da domani gli italiani vorranno misurare lo spread tra parole e fatti»: è la battuta di Pier Luigi Bersani quella che meglio sintetizza la giornata politica di oggi. L’ex segretario del Pd, tornato in aula dopo il malore del 5 gennaio (con un gesto di grande rispetto nei confronti del Parlamento e del suo partito), non si fa incantare dalla oratoria sfoggiata da Matteo Renzi durante il discorso con cui ha chiesto la fiducia.

Il discorso di Matteo Renzi alla Camera è, tuttavia, molto meglio strutturato rispetto a quello fatto al Senato. Ieri, la paura di cedere alle solite liturgie, aveva spinto Renzi a improvvisare un discorso a braccio che ha generato non poca confusione in chi lo ascoltava (per i più maliziosi era solo un tentativo di sfuggire ai chiarimenti sul reperimento delle risorse). Oggi, invece, le priorità sono state elencate con un altro tono e un altro ritmo e le citazioni sono state quelle giuste (Scalfaro, Moro, Berlinguer).

Ha parlato di Europal’Italia non può arrivare in Europa con la stessa piattaforma di problemi che ha da anni perché altrimenti non possiamo immaginare di metterla in discussione») riconoscendo il giusto merito all’ex premier («il governo guidato da Enrico Letta ha investito molto su questo punto e costituirà un punti di rifermento in questo senso»), di scuola, di lavoro di legge elettoralela mancanza di una legge elettorale è un dramma perché impedisce al cittadino di dare una responsabilità ed una colpa. Per questo governo – ha aggiunto – non ci devono essere alibi: se non riusciremo la responsabilità sarà mia»). Parole coraggiose e inusuali a cui i suoi avversari sono già pronti ad inchiodarlo se non dovesse raggiungere gli obiettivi promessi.  

Nonostante l’esito del voto fosse scontato per la schiacciante maggioranza di cui gode il governo alla Camera, diversi sono stati gli spunti di riflessione offerti dalla giornata politica. Innanzitutto gli attacchi più insidiosi non sono pervenuti dai vivaci interventi dei grillini ma dalle fila del Pd.

Innanzitutto gli attacchi più insidiosi non sono pervenuti dai vivaci interventi dei grillini ma dalle fila del Pd. Gli interventi di Stefano Fassina e Pippo Civati, infatti, non sono stati proprio un augurio di buon lavoro. «Voterò a fiducia ma valuterò i singoli provvedimenti» ha dichiarato il primo aggiungendo che non lascerà al premier «nessuna  delega in bianco». Scoppiettante l’attacco del discorso del secondo: «Ciao Matteo, volevo dirti che stai sbagliando». «Voterò la fiducia solo perché penso che non si debba sfasciare tutto», ha aggiunto inoltre Civati non mancando di ricordare all’Aula la subdola manovra con la quale Renzi è arrivato alla premiership. Due esponenti molto rilevanti del Pd, quindi, dichiarano esplicitamente la propria insofferenza al governo (dopo aver spinto per settimane Renzi ad assumersi responsabilità di governo e non limitarsi a lanciare stilettate quotidiane al vecchio governo).

Ma non sono stati tanto questi due interventi a cantare il de profundis al governo, quanto una scena avvenuta qualche ora più tardi quando Enrico Letta è entrato in Aula e, senza degnare di uno sguardo i banchi del governo, ha abbracciato platealmente Bersani suggellando di fatto un’alleanza fra chi ha perso la guida del partito e chi ha perso la guida del governo (il tutto accompagnato dagli applausi scroscianti e commossi dei deputati Pd). 

Una chiara sfida a Matteo Renzi lanciata attraverso un’operazione politica studiata nei minimi particolari e di un cinismo senza pari. D’altronde Renzi ne ha voluti rottamare troppi, tutti insieme e qualcuno persino in anticipo. 

 

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