venerdì, Settembre 17

Lo spirito di Taizé è più forte delle bombe Respingere il nuovo volto che i migranti danno alle società equivale a combattere contro la propria natura

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Quando la parola si riflette limpida nell’azione, lo spirito e il corpo si animano contemporaneamente: così, pur rimanendo con i piedi ben piantati per terra, si compiono atti straordinari, si superano gli ostacoli del quotidiano e del comune buon senso, che spesso stritolano gli slanci più coraggiosi e puri dell’uomo.

Quando frère Roger Schutz, fondatore della comunità monastica ecumenica di Taizé, si chiedeva per quale motivo le popolazioni europee non traessero più vigore dal Vangelo, la risposta non poteva che giungergli dalla predicazione del Messia: non bastano le parole, servono segni concreti, tangibili, vivi, per trasmettere il messaggio cristiano. Quando calò il sipario sul Concilio Ecumenico Vaticano II e gli entusiasmi di quell’evento si abbassarono di volume, tanto da fare svanire i sogni ecclesiali di unità, fu allora che il priore di Taizé si impegnò con tutte le sue forze affinché quelle speranze non si trasformassero in ricordo, per poi assumere la forma del rimpianto. Per evitare che i cristiani separati non fossero destinati a proseguire il rispettivo cammino su vie parallele, tentò di sperimentare l’unità concreta del corpo di Cristo, rifiutando di schierarsi solo da una parte: allo scandalo della separazione rispose con un grande movimento; al centro la piena consapevolezza che al mistero ci si accosta solo ritenendo tutte le confessioni indispensabili, come un mosaico si compone di ogni singolo tassello.

Nacque quel ‘Pellegrinaggio di fiducia sulla terra’ che ancora oggi, da più di 40 anni, anima i ragazzi di tutto il mondo. La Comunità ecumenica di Taizé prosegue il suo cammino con l’Incontro europeo dei giovani, recentemente concluso, che ha visto riunirsi trentamila persone a Valencia; ‘Il coraggio della misericordia’ è stato il filo conduttore. «Voi sapete che la Chiesa è qui presente per tutta l’umanità e laddove sono i cristiani, ciascuno dovrebbe poter trovare un’oasi di misericordia. Questo è ciò che le vostre comunità possono diventare», così Papa Francesco si è rivolto a quelle giovani speranze. Gli fa eco il messaggio del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I: «L’anno appena concluso è stato caratterizzato dall’impronta purtroppo rinnovata dell’odio. Gli attentati e gli attacchi terroristici non hanno cessato di minacciare la pace sul nostro pianeta. Di fronte a tanta incertezza e tanta paura, dobbiamo portare i nostri cuori sopra le acque fangose della malvagità».

A quei ragazzi è giunto anche l’augurio dell’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, leader spirituale della Comunione anglicana, il quale spera che questo pellegrinaggio quotidiano della Comunità ecumenica di Taizé possa «vincere lo stato d’animo di disperazione che pervade il mondo a causa di tanti conflitti e ingiustizie che gli esseri umani infliggono ad altri esseri umani». La storia sembra drammaticamente ripetersi e dal passato riemerge con forza l’esempio del fondatore, frère Roger: all’inizio della seconda guerra mondiale, terminati gli studi di teologia, lascia la Svizzera e si reca in Francia; il  20 agosto 1940, a pochi chilometri dalla linea di demarcazione che separa il territorio libero da quello occupato dai tedeschi, si stabilisce in una grande casa nel villaggio di Taizé, accogliendo profughi, soprattutto ebrei. Costretto a tornare in Svizzera in seguito all’invasione, si apre a un’esperienza di vita comune e di preghiera con altri tre studenti protestanti. Consacrato pastore riformato nel 1944, torna in Francia con i suoi compagni, occupandosi dei bambini rimasti orfani a causa del conflitto. La comunità di Taizé iniziò così a muovere i primi passi.

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