venerdì, Ottobre 22

Lo spettacolo della politica

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Il calo degli utenti del mezzo televisivo, impensabile fino a qualche anno fa, è invece oggi possibile grazie alla rete internet che ha allargato l’offerta informativa pressoché all’infinito, proponendo innumerevoli alternative per chiunque abbia accesso al web. Oggi, la società ha fra le mani uno strumento che non solo permette l’accesso ad un numero di fonti mai immaginato prima, ma rimette anche alla responsabilità individuale e collettiva la possibilità di riformulare le informazioni ricevute e condividere le proprie osservazioni con altri utenti che a loro volta hanno la stessa opportunità. A tal proposito Mazzoli ha formulato una teoria interessante, illustrata nel libro ‘Cross-news – L’informazione dai talk show ai social media’, soprattutto per quanto riguarda il rapporto del cittadino con la ricezione e la produzione personale di nozioni: “Personalmente sostengo che il cittadino che segue l’informazione, guardandola in tv o sentendola alla radio o leggendola sui giornali, costruisca un patchwork. Attenzione, non si tratta di un puzzle perché questo presumerebbe la precostituzione degli elementi: se non si incastra la tessera nell’unico posto in cui si può inserire, vuol dire che posso anche avere comunque una costruzione, un disegno ma non corrisponde alla realtà. In qualche modo la tessera quindi ha qualche imperfezione e si tratta di un puzzle che può essere costruito da tanti di noi, probabilmente una volta ogni tanto lo facciamo tutti, anche i più esperti nel campo dell’informazione. Io affermo che il cittadino ormai costruisce un patchwork, cioè mette insieme le tessere non predefinite, costruisce un paesaggio, un disegno che prescinde dalla tessera precostituita. Perché da una parte prende e consuma quello che viene detto da una emittente di informazione, dall’altra parte però costruisce per conto proprio un percorso, un messaggio e dei contenuti. Li produce e li restituisce a coloro che sono più vicini o che comunque possono raggiungere questa informazione, soprattutto attraverso i social network. Il nostro cittadino così restituisce a tanti altri la sua elaborazione o addirittura definisce un nuovo messaggio che non era presente nei palinsesti preesistenti. Questo fa sì che il nostro patchwork comprende una parte che viene ‘dall’alto’ ovviamente, perché la base informativa c’è ed è necessario che arrivi da un emittente, però questa viene elaborata e viene aggiunto a quello che viene consumato qualcosa che noi stessi produciamo e immettiamo in quello che può anche essere definito un ‘mercato alternativo’ dell’informazione. C’è però anche un rischio, nella rete ci sono tanti giornalisti che operano nelle testate mainstream, ma che hanno anche un blog, un sito, insomma un proprio luogo nel web all’interno della quale costruiscono un proprio percorso, un loro patchwork, che assomiglia molto ad un puzzle, e viene restituito ai cittadini come un pensiero più libero, più friendly, più innovativo. In verità esso ha delle caratteristiche molto simili al puzzle, cioè occorre prestare attenzione perché probabilmente siamo anche ‘ingannati’ da questi nuovi modelli di informazione che appaiono più liberi, più indipendenti ma che a ben vedere sono solo costruzioni leggermente più innovative, con nuovi linguaggi che comunque finiscono per essere delle costruzioni ex-ante cioè non davvero fuori dagli schemi, fuori dai confini, fuori dagli stream.

Il progresso tecnologico e la natura dei social network, poi, permettono di aggregare gli interessi e le curiosità di ciascuno e suggerire così altri argomenti o notizie che si sposano meglio con i gusti personali. In tal modo, però, si rischia di rimanere intrappolati in una nicchia digitale costruita da noi stessi, un loop autoreferenziale con le stesse persone, le stesse discussioni, le stesse tematiche da cui è difficile evadere. Ecco che la sconfinata libertà della rete internet diventa paradossalmente una gabbia d’oro in cui pensiamo di avere tutto a disposizione, mentre in realtà ci circondiamo solo di elementi che sono la proiezione di noi stessi. In questo modo si profila all’orizzonte una società atomizzata, nella quale la dimensione comunitaria dell’opinione pubblica e della politica non può più esistere perché deve lasciar spazio ad un nuovo fagocitante ego. Approdiamo, quindi, allo stadio finale della personalizzazione della politica e della perdita di fermi valori di riferimento per perdersi nella confusione fra la vita privata e pubblica, fra l’identità reale e quella digitale. Mazzoli affianca al concetto di autoreferenzialità quello di ‘omofilia’:“ La rete è altrettanto omofiliaca, cioè produce un sentimento per cui io navigo in rete e leggo il blog che mi piace di più, seguo il blogger che è più vicino a me. Dalle ricerche che ho personalmente condotto emerge chiaramente che gli individui seguono, leggono determinati autori e determinati giornalisti perché in qualche modo sono quelli che stimano di più, in cui si identifico di più ed è una scelta assolutamente omofilica. Rispetto alla teorica libertà della rete, l’omofilia è molto presente nel web, tanto che nella formazione dell’opinione pubblica sono addirittura gli amici quelli che ci sollecitano a fare determinate scelte sia di pensiero che di consumi materiali. A mio parere l’autoreferenzialità e l’omofilia sono così rilevanti perché siamo arrivati alla rete senza una cultura, non abbiamo un’informazione sufficiente per l’uso cosciente della rete. I ragazzini, i ‘millenials’, sono più sospettosi di noi adulti, rispetto all’utilizzo della rete, perché ne capiscono già di più di aspetti positivi e di quelli negativi e sono più attenti. È paradossale ma sono gli adulti gli utenti che ne fanno un uso più indiscriminato. Fermo restando che per me la rete è di una potenza e di un valore straordinari, guai se non ci fosse oggi, bisogna ammettere che queste due problematiche sono presenti.” In ogni caso, con qualsiasi nome si vogliano chiamare i fenomeni che minacciano la libertà della rete, l’unica sicurezza è rappresentata della disillusione dei cittadini nel significato e nelle potenzialità della politica. La vita pubblica, il tentativo di intavolare una discorso in merito a questioni politiche è ormai visto dalla maggior parte di cittadini come una perdita di tempo, qualcosa di antico e se non addirittura un atteggiamento da attaccabrighe. Forse, non se ne parla più neanche al ‘bar’.

A proposito di cittadini, risulta imprescindibile menzionare Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle da lui fondato. L’ex uomo di teatro è riuscito a ribaltare completamente il paradigma secondo cui gli uomini di spettacolo che intraprendono la carriera politica in Italia falliscono molto velocemente. Il MoVimento 5 Stelle è diventato la terza forza politica del Paese e ha il merito di aver rivoluzionato il metodo di elezione dei suoi candidati alle elezioni politiche, scelti attraverso le cosiddette ‘Parlamentarie’ svoltesi sulla rete nel dicembre 2012. Insomma, un movimento che crede profondamente nella libertà di espressione insita nella rete internet e slegato da qualsiasi tipo di ideologia, un elemento nuovo nella politica e quindi senza passato, senza storia. È interessante però notare come Beppe Grillo abbia in un qualche modo scoperto le incongruenze del sistema vigente oggi: l’uomo di spettacolo, orfano di qualsiasi reminiscenza politica è riuscito a vincere mettendo al primo posto, fra gli altri, i contenuti, messaggi che riguardavano questioni prettamente politiche e che avevano a che fare con l’amministrazione del bene pubblico. Nello stesso tempo, coloro che erano forti di una storia importante, depositari dell’eredità di uomini che hanno dato prova di intelligenza politica senza scorciatoie, ma soprattutto di un grande sistema valoriale e di una profonda fede politica si sono persi in slogan, simpatici siparietti e vacui riferimenti al presente, che hanno incrementato il distacco della base dai vertici del partito e, di conseguenza, dai luoghi istituzionali della politica. Naturalmente, non sono stati solo gli argomenti politici a dare la spinta al MoVimento dell’ex comico genovese, come conferma Lella Mazzoli: “Innanzitutto bisogna considerare il contesto, un momento problematico in cui c’era molta confusione e in una situazione in cui i cittadini erano arrabbiati e lo sono tuttora per determinati comportamenti e modalità adottate dal Governo e i suoi membri. Se l’avesse fatto il signor (ideale) Mario Rossi avrebbe avuto un successo molto minore, il fatto che Grillo abbia messo il coltello nella piaga, comunicato con un linguaggio molto semplice e pragmatico che ha colpito le persone più o meno colte e soprattutto la media borghesia, quindi il pubblico che è il cuore del nostro modo di essere, combinato con la notorietà che ha e la particolare capacità di comunicazione ha raggiunto il risultato che sappiamo. Non direi neanche più ‘il successo di Grillo’ bensì ‘il successo del Movimento 5 Stelle’ e ricordiamoci che ha cambiato la filosofia della comunicazione: se si pensa che all’inizio non era permesso ai membri del Movimento di parlare con i giornalisti, oggi sono ogni giorno sui media. Ha modificato la strategia perché si è dovuto adattare ad una nuova situazione in quanto non funzionava più quel modello chiuso come aveva pensato inizialmente. Insomma, riassumerei la vicenda in tre parole chiave: contenuto, linguaggio e notorietà del personaggio.

 

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