venerdì, Ottobre 22

Lo spettacolo della politica

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Tuttavia, non c’è solo la televisione, come ci ricorda la Professoressa Mazzoli: “Esiste un pubblico che privilegerebbe un tipo di contenuto più sobrio, un tipo di contenuto messo dentro a dei recinti specifici di informazione o di entertainment, mentre oggi sempre di più vengono combinati insieme. Le emittenti invece sostengono che la gran parte del pubblico, e naturalmente la quantità vale molto di più della qualità, richiede proprio quel tipo di ibridazione rispetto all’altro tipo di audience. Tuttavia è un fatto che la televisione stia registrando degli abbandoni da parte di quel pubblico che privilegia altro”. I contenuti, infatti, vengono mescolati, confusi fra di loro. L’informazione è intrattenimento e l’intrattenimento paventa una blanda informazione che spesso e volentieri si limita al pensiero di un determinato personaggio in merito ad una determinata situazione. Si produce, allora, una confusione fra ciò che è un fatto e ciò che è un’opinione, non solo fra le colonne dei giornali, ma anche e soprattutto nella struttura di valori, idee e convinzioni che danno forma all’opinione personale e la politica non può che risentirne. Attraverso il reclutamento di personaggi dello spettacolo e dello sport, si pensi a Maria Valentina Vezzali l’atleta italiana più medagliata di tutti i tempi eletta alla Camera nelle file del partito Scelta civica con Monti per l’Italia nel 2013, il processo di personalizzazione è inevitabile e il ruolo di cinghia di trasmissione del consenso dalla cittadinanza alle istituzioni rappresentative viene svolto dal vip e non più dai partiti.

L’individuo non si stupisce di avere la stessa opinione in ambito politico di questa o di quella celebrità, ma anzi si ritrova ad essere lui il seguace, o follower se vogliamo, del parere dell’attore o del cantante preferito. L’illustre tesi del sociologo Marshall McLuhan «il medium è il messaggio» è stata formulata in relazione allo strapotere che la televisione aveva assunto negli Anni ’60 e in quelli a venire, si ripropone perfettamente anche ai giorni nostri, quando la celebrità è il mezzo e quindi il messaggio stesso, anche se si tratta di questioni politiche. Allora, il dibattito politico trascende le opinioni, la dimensione valoriale, le idee e, in qualche caso, la fede politica, per svuotarsi, per ridursi ad una gara fra personaggi che diventano grotteschi, quasi delle maschere della celebre Commedia dell’arte di Carlo Goldoni, che si avvicendano sul palco dei talk show, tutti diversi eppure talmente uguali. La gara si fa duello e i partecipanti si sfidano a chi strilla di più, a chi ha meno pudore ad usare un linguaggio sboccato, a chi è più sfacciato e arrogante perdendo completamente di vista i motivi per i quali varrebbe la pena arrabbiarsi e gridare il proprio disappunto per le scelte politiche fatte o da farsi.

Lella Mazzoli, però, ricorda che c’è un altro tipo di audience: “E’ chiaro che il processo di educazione fatto dalla televisione a partire dagli Anni ’50 e ’60 che ha avuto degli aspetti assolutamente positivi, ci tengo a sottolinearlo sempre: guai se l’Italia degli Anni ’60 non avesse avuto la televisione che ha avuto bella o brutta che sia stata ma comunque con una grande forza educativa. Certo è che oggi i nostri gusti, e lo dicono anche i grandi sociologi come Jürgen Habermas, vengono costruiti sulla base delle informazioni che noi riceviamo. Io credo che gli abbandoni che registriamo della visione dei programmi televisivi indica che non a tutti piace questa tv: aumentano le reti All news, aumentano i canali monotematici, aumenta la visione di canali culturali, stiamo parlando di numeri piccoli, però ci sono. D’altra parte la televisione è talmente brutta oggi, mi permetta di dire, costruita com’è con dei programmi talmente vecchi e noiosi che probabilmente le persone alla fine guardano quello che c’è e tanto vale che ci sia un po’ intrattenimento, altrimenti sarebbe davvero insopportabile”.

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