giovedì, Agosto 5

Lo spazio italiano non deve essere strumentale a un rimpasto di governo Abbiamo il sospetto che qualcuno stia pensando di smontare l’intero impianto che regola la vita delle attività politiche dello spazio in Italia

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Chi segue il settore spaziale avrà notato un affollamento mediatico e declamatorio che si sta sviluppando in questi giorni in Italia. Ricordiamo pochi momenti in cui -come adesso- non c’è giorno che non si senta parlare di un’esposizione o di una teleconferenza sull’argomento.
Diciamocelo. Se di una cosa dobbiamo esser grati al coronavirus è proprio l’espansione dei sistemi di comunicazione a distanza, per cui se una volta sarebbe stato necessario spostarsi da una parte all’altra dello Stivale, oggi basta un semplice click su una piattaforma qualsiasi e ci si può assicurare la onnipresenza, l’illusione del protagonismo di porre le proprie domande, salvo poi a non essere riportate per far girare solo i grossi papaveri e restare così sempre on line, sempre con gli stessi attori e sempre con i soliti dubbi.

Una volta lo spazio era uno di quegli argomenti di nicchia che, salvo per qualche report su testate specializzate, restava nella fantasia di pochi come un’araba fenice. Fatta eccezione per i grandi eventi, per esempio lo sbarco sulla Luna, riportati dalle grandi firme come Oriana Fallaci, Piero Angela, Ruggero Orlando e poi riciclate dai soliti tesserati e affratellati della Rai e della sua diretta concorrente, per sentirsi ancor loro parte del grande carrozzone.

Per cui recentemente ci è sembrato singolare, pur nel rispetto massimo della libertà di stampa che è deve essere un cardine della nostra democrazia, che la seguitissimaDagospia’ –«Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena», come la definisce il suo fondatore Roberto D’Agostino- si sia interessata allo spazio, e in particolare al riporto di certe firme che hanno sempre brillato per aver primeggiato su indiscrezioni senza che il pubblico avesse mai contezza della fonte generatrice.

Ora, non dobbiamo andare a scomodare Aldo Giannulli, consigliere e amico personale di Gianroberto Casaleggio e autore del prezioso volume ‘Come i servizi segreti usano i media’, per pensare che forse dietro questa rovente esposizione, attorno allo spazio sta ruotando qualcosa di importante e forse di insolito. O di strumentale.

Quanto riportato da ‘Dagospia’ è la ormai triste vicenda pubblicata prima di tutti da Alessandro Da Rold per ‘la Verità’ in cui si racconta che l’Italia ha perso per questa tornata la possibilità di avere una propria figura professionale alla direzione dell’Agenzia Spaziale europea. Per dare la necessaria dimensione ricordiamo che l’Esa è un ente internazionale incaricato di coordinare i progetti spaziali di 22 Paesi europei, con uffici a Mosca, Bruxelles, Washington e Houston. 2.200 dipendenti e un budget di oltre cinque miliardi di euro.

L’Indro’ ha seguito con molta attenzione la vicenda (basti vedere in chiusura di questo pezzo il richiamo ai vari interventi sul tema), nella convinzione che la questione è strategicamente vitale per il nostro Paese e che la delicatezza di alcuni passaggi è stata compromessa da manovre di ragion di Stato non ancora chiarite.
Con la stessa convinzione non leggiamo da questi segnali che al momento stanno avvenendo fatti che meritano di essere portati all’attenzione di chi ci legge e poi da essi stessi valutati.

Il quotidiano ‘La Repubblica’ sull’argomento si è espresso quasi in toni trionfalistici. Dei tre candidati prescelti nella lista finale, ha vinto l’austriaco Josef Aschbacher anche presumibilmente con l’unico voto dell’Italia. E Matteo Marini sul blasonato giornale fondato da Eugenio Scalfari, mette come prima ragione del favore della posizione italiana «che l’austriaco è di casa in Italia», avendo avuto incarichi di responsabilità sia a Ispra che a Frascati.
Da parte nostra siamo certi che Herr Aschbacher sia idoneo a quella carica individuata da 18 Paesi su 22 e gli auguriamo buon lavoro e ottimi risultati. Diciamo che da un giornale molto vicino all’establishment del Partito Democratico ci saremmo aspettati motivazioni più forti. Se poi sarà un italiano che prenderà il direttorato che lascia Aschbacher, che ben venga.

Noi in queste righe abbiamo tracciato solo un esempio. Molto più chiaro è stato Ezio Bussoletti su un’attenta analisi pubblicata su ‘StartMag’ in cui, onestamente non ne esce molto bene l’istituzione. Specie perché alla valutazione finale l’Italia è stata rappresentata da un diplomatico e non da un tecnico. Non ne sappiamo il perché.

Noi non pensiamo che in questo momento ci sia una sciatteria istituzionale. Riteniamo piuttosto che se è vero, come è vero, che ormai tutti parlano di rimpasto, come scrive l’Agenzia Italia e che tutti o quasi ufficialmente negano di volerlo, ma a microfoni spenti indicano i ministri da sostituire, abbiamo il sospetto che qualcuno stia pensando di smontare l’intero impianto che regola la vita delle attività politiche dello spazio in Italia. Ancora una volta lasciamo il giudizio ai nostri Lettori.
Quello che ci sentiamo con forza di condannare, se la nostra ipotesi dovesse essere veritiera, è che in democrazia le azioni si giocano a carte scoperte senza far entrare nella partita forze trasversali e ragioni subliminali. Così non vale. 

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