mercoledì, Aprile 14

Lo spazio del futuro: molte domande, moltissime incertezze C’è da augurarsi che questa volta prevalga il buon senso e che tutte le decisioni non siano affidate all’entusiasmo del momento o all’improvvisazione di facciata ma che puntino a scelte congruenti con le potenzialità nazionali e con gli impegni economici ed industriali che potrebbero far grande un Paese che oggi appare sempre più raggomitolato su una politica di trincea arcaica

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Proprio un anno fa si officiava a Bruxelles la 12a Conferenza sulla politica spaziale europea. A dire il vero 12 mesi possono essere una frazione trascurabile nei programmi spaziali ma a guardare la cronaca di quanto accaduto in un arco temporale sia pur così breve, sembra sia trascorso un secolo da quella platea: la dominante è stata una pandemia astiosa e maldestramente nascosta nelle fasi iniziali, che viene gestita ancora oggi artigianalmente e ha sfigurato il mondo causando un milione di morti, perdite finanziarie e una profonda destabilizzazione metodologica e economica. Dall’altra parte dell’oceano, Donald Trump ha appena lasciato la sua illusione di padrone senza ostacoli; e con luisempre in tema di spazio- sembrano diluirsi o allontanarsi i grandi progetti di sbarco sulla Luna programmati nei suoi quattro anni di mandato. Un primo segnale viene dall’amministratore della Nasa Jim Bridenstine, che subito dopo l’insediamento di Joe Biden ha chiuso il suo rapporto con l’ente spaziale più conosciuto al mondo. Quando il nuovo inquilino della Casa Bianca nominerà il suo successore sapremo con maggior approssimazione che cosa accadrà nello sconfinato scenario delle missioni oltre l’atmosfera terrestre.  

In Europa il passaggio un po’ anticipato da un tedesco a un austriaco potrebbe modificare il dirigismo dell’Agenzia Spaziale Europea: i più informati sospettano che è in vista uno spostamento dell’asse principale, allineato alle volontà francesi di affrancamento dalle regole del just return per una più aggressiva politica di competizione continentale.  

In Italia in questo anno così martoriato si è avuto tempo di cambiare il primo livello della manifattura spaziale: un nuovo e finalmente preparato tecnico del settore sta facendo rientrare nell’industria italiana una serie di contratti che sembravano arenati. Era ora!  

Ma qual è lo scenario globale?  

L’uso dello spazio esterno assume sempre più importanza sotto il profilo economico, strategico e militare. Stati Uniti, Cina e Russia sono i principali attori di una supremazia che non è stata ancora compresa del tutto ma che porterà presto a una rivoluzione sostanziale degli assetti economici e politici di un corso degli eventi dell’umanità che ha visto come precedente solo le scoperte colombiane.  

Cosa muova l’incredibile scenario dell’esplorazione spaziale non è riassumibile in poche battute, ma si può comunque evidenziare qualche spunto, almeno per ravvivare un discorso che non sempre le stanze della politica di casa nostra hanno chiaro.  

Se il volo suborbitale nasce tristemente nei laboratori nazisti dell’isola baltica di Peenemünde, la sua evoluzione dei missili balistici intercontinentali per il trasporto di ordigni nucleari costituisce da tempo il dominio incondizionato del nostro pianeta. Chi dispone di queste armi comanda. Chi ne è fuori è suddito. Questo la politica lo sa. Anche quella italiana.  

Per essere costruttori e gestori di questi strumenti sono necessarie altissime conoscenze di elettronica, di aeronautica, di balistica e di quant’altro sia di più avanzato sul sentiero della tecnologia. Non basta sapere ma è necessario sperimentare e costruire e prima ancora investire in capitali umani e materiali. Anche se non è semplicemente un elemento monetario, pagare i ricercatori è indispensabile se si vuol evitare di farli andar via a cercare all’estero una retribuzione dignitosa e una posizione sociale decorosa. Questo i politici italiani sarebbe necessario lo comprendessero; in particolare, quelli che sbraitano di amare gli italiani per poi non saper far niente per tutelarli!  

La ricerca per la difesa rappresenta un varco per le ricadute in campo dell’innovazione e poi della commercializzazione. Al momento la scienza non ha trovato altri stabilizzatori economici più efficaci. Chi riuscirà a formulare teorie diverse meriterà il massimo riconoscimento. Diciamocelo: proporlo a qualche nostro uomo di partito potrebbe essere immaginabile?  

E allora cerchiamo di guardare un po’ dietro il passato, perché è con la storia che si produce il futuro. Quando nel 1969 gli Stati Uniti sbarcarono sulla Luna, la loro impresa dimostrò al mondo intero che in quel momento Stars and Stripes rappresentavano in assoluto il massimo di capacità industriale ed organizzativa. E così furono zittite, bene o male, le furie velenose e poco veritiere dell’Unione Sovietica che pur avendo scaricato già a partire dal 13 settembre 1959 diversi gagliardetti comunisteggianti a ovest del Mare della Serenità, non aveva potuto mostrare ai suoi più stretti confinanti la marca delle scarpe dei cosmonauti con la Stella Rossa, come avevano fatto i rivali statunitensi.  

Oggi -è passato oltre mezzo secolo da allora- i cinesi scorrazzano con il loro rover nella regione nascosta del polo sud del nostro satellite acquisendo informazioni preziose di un suolo che non ha più una semplice valenza dimostrativa ma che sarà una grande opportunità economica. Sfruttamento minerario con il recupero di terre rare e idrogeno per tutti? Oppure più prematuramente una presa di possesso unilaterale di chi prima arriva?  

E qui si apre un altro capitolo che anticiperà giovedì prossimo all’Ordine degli Ingegneri di Roma in un seminario la ricercatrice Veronica Moronese. Perché la colonizzazione di ogni singola nazione non sarebbe contemplata nei programmi sanciti dagli accordi spaziali…  

Non è troppo presto per affrontare questi problemi. Anche perché, se l’ormai ex presidente degli Stati Uniti il 21 dicembre 2019 inaugurava la US Space Force, con un organico a regime di circa 16.000 unità tra militari e civilie una spesa complessiva di 1.400 miliardi di dollari, siamo certi che in buona parte queste risorse serviranno a proteggere i territori ultratmosferici su cui l’impero americano avrà edificato i propri impianti.  

Anche i francesi in uno spirito di emulazione sovranista hanno la loro forza spaziale: probabilmente il fatto che nel 2017 il satellite di telecomunicazioni Athena-Fidus, ruotando solidarmente intorno al pianeta Terra, abbia incrociato la sua posizione orbitale con quella della piattaforma Louch-Olymp delle ex repubbliche sovietiche, deve aver convinto l’Eliseo sull’opportunità di avere anche per sé il proprio giocattolo armato.  

E come si deve muovere l’Italia, almeno rispetto alla Cina? Noi sappiamo che tra gli obiettivi di Pechino c’è la realizzazione di una base di ricerca robotica-lunare nel 2050. La data è stata fissata per inseguirel’accelerazione impressa dall’amministrazione Trump per un primo insediamento umano sulla Luna. Ora, con Biden forse i cinesi se la prenderanno più comoda e –per inciso- tutti coloro che si sono impegnati per completare le prime fasi dei lavori entro il 2024, se ci saranno i prevedibili rallentamenti potrebbero dover attendere in ozio la lista delle priorità americane, se non ci saranno nuove e fattibili idee nel mentre.  

Non ci piace schierarci in modo ideologico, ma siamo convinti che al momento, con un’alleanza così forte tra Germania e Francia, lo sbocco più efficace per l’Italia è dato dagli accordi bilaterali con gli Stati Uniti. E però rileviamo che il premier Giuseppe Conte nella recente passata parlamentare, nel ribadire ai presenti che l’Italia sia un autorevole membro dell’Unione europea e pur essendo gli Stati Uniti il principale alleato e il partner strategico fondamentale, ha ricordato che c’è anche la Cina, «il cui rilievo è innegabile sul piano globale ed economico». Una brutta gatta da pelare, per una diplomazia in grado di sostenere il nostro governo. Fortunatamente nessuno nel mondo dà troppo peso alla Farnesina, adesso.  

Da parte nostra, non ci sembra che gli Stati Uniti abbiano mai gradito, almeno in campo strategico, che il suo alleato mediterraneo condividesse riservatezze con la più grande potenza asiatica. Ma staremo a vedere. Qualche altro coniglio potrebbe saltar fuori dal cilindro del premier per andare a governare un settore delicato e pieno di difficoltà, sia pur con tante opportunità da cogliere. Ci auguriamo che questa volta prevalga il buon senso e che tutte le decisioni non siano affidate all’entusiasmo del momento o all’improvvisazione di facciata ma che puntino a scelte congruenti con le potenzialità nazionali e con gli impegni economici ed industriali che potrebbero far grande un Paese che oggi appare sempre più raggomitolato su una politica di trincea arcaica e su una profonda incapacità di guardare al futuro, oltre che al presente.

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