mercoledì, Dicembre 1

Lo spazio come nuova frontiera di civiltà 'Ci vuole la volontà politica di investire in questa direzione per obiettivi che sono di trazione scientifica pur con dei risvolti politici e diplomatici'

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Cosa deve accadere nell’immediato è difficile prevederlo perché in tutto il mondo si vive una stagione di grande instabilità. Barack Obama affrontando il dossier dello spazio si era mostrato favorevole alle missioni scientifiche marziane, ma subentrato Donald Trump alla Casa Bianca il suo staff ha parlato più favorevolmente della Luna come piattaforma per utilizzare commercialmente le risorse e per impostare una base di lancio a bassa gravità e senza l’ostacolo atmosferico.

Il passaggio alla fase di industrializzazione e commercializzazione è comunque un dato di fatto solo se passerà dalla validazione di nuovi materiali, da una robotizzazione spinta e con una veicolazione a basso costo, che ne sono i cardini imprescindibili. Ma poi sul driver occidentale deve esserci anche la risposta europea, che resta un enigma sia per la precarietà dei governi che della parzialità delle agenzie internazionali. Attualmente l’Agenzia Spaziale Europea è guidata da Jan Wörner, un direttore generale tedesco ed è difficile immaginare che l’industria della Germania (primo contributore in Esa per l’esplorazione umana) non sia un interlocutore privilegiato per lo spazio europeo. Forse è la logica delle regionalizzazioni in un continente che storicamente ha vissuto faziosità e conflitti di ogni tipo ma queste prospettive relegano l’Europa al ruolo di comparsa più che di primadonna.

In campo italiano la situazione si complica dalla discontinuità dell’esecutivo e dalla svogliatezza con cui si affronta qualunque argomento di politica industriale, lasciando ad altri poteri la determinazione delle aspettative. In campo spaziale l’agenzia governativa si appresta a una mutazione epocale -primo tra tutti lo statuto- dato che è stata approvata sia dal Senato che dalla Camera dei Deputati a parlamento quasi sciolto la legge che ne sposta il controllo da un singolo ministero alla Presidenza del Consiglio. Il vantaggio di abbracciare uno scenario strategico più consistente è innegabile ma il periodo di transizione sarà lungo e potrebbe trovare qualche severo oppositore. Su questa incertezza si incentrano le novità dei futuri abitanti di Palazzo Chigi che dovranno arrivare dopo il 4 marzo. Chi guiderà il nuovo governo sarà in grado di annoverare l’importanza delle nuove tecnologie abilitanti? Ovvero, ci sarà la volontà di dare le informazioni adeguate basate non solo sull’entusiasmo ma anche sulla concretezza del valore del sistema spaziale nazionale in un contesto mondiale?

Sono interlocuzioni sostanziali che meriterebbero molte riflessioni, per tesaurizzare una lunga teoria di cognizioni e per evitare di disperdere conoscenze e posti di lavoro qualificati. A che servono le università specialistiche se poi i neolaureati devono recarsi all’estero per svolgere una professione dignitosa?

Andare sulla Luna sarà molto costoso. Per Marte l’ordine di grandezza sale di una unità (da 100 a 1.000 miliardi di dollari, per capirci). Non è nemmeno troppa la spesa, se va paragonata al costo di una guerra regionale. «Ma – ha detto Battiston – ci vuole la volontà politica di investire in questa direzione per obiettivi che sono di trazione scientifica pur con dei risvolti politici e diplomatici». È questo probabilmente il cuore di tutto quanto elencato dal numero uno dello spazio nazionale: ha più valore dominare un pezzo di superficie impregnata di una risorsa fossile che servirà per un secolo o si è più propensi all’esplorazione sistematica di nuovi terreni oltre i confini terrestri, con prospettive certe ma non necessariamente note? Abbiamo apprezzato che il presidente di Asi non si sia soffermato troppo sul segmento militare parlando ai futuri allievi del corso: quello sarà compito dei docenti se riterranno di affrontare gli argomenti da tutte le visuali: tra le giovani promesse della diplomazia spaziale, parlare di guerre è avvilente. A noi basta ricordare che il 17 luglio 1975 la navetta sovietica Soyuz si incontrò in orbita con il modulo americano Apollo. Tom Stafford, Deke Slayton e Vance Brand quel giorno si abbracciarono con Aleksey Leonov e Valeriy Kubasov a 27.800 km/h. In quell’incontro nello spazio i due equipaggi dimostrarono platealmente che è possibile abbattere transenne di ogni tipo in nome della scienza e della cooperazione. Un modello che certamente si potrà ripercorrere lungo lo sgangherato sentiero di una nuova civiltà.

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