domenica, Giugno 20

Lo spazio come nuova frontiera di civiltà 'Ci vuole la volontà politica di investire in questa direzione per obiettivi che sono di trazione scientifica pur con dei risvolti politici e diplomatici'

0

«Dobbiamo riflettere sul fatto che le grandi tensioni internazionali si attenuano in campo spaziale». Con questo incipit Franco Frattini, già ministro nei governi di Lamberto Dini e Silvio Berlusconi ha aperto il decimo corso master in Istituzioni e Politiche Spaziali del Sioi, la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, che secondo il suo statuto, intende «promuovere la conoscenza dei problemi della politica internazionale allo scopo di contribuire all’instaurazione di un giusto e pacifico assetto della comunità internazionale, al progresso dell’unificazione europea e alla diffusione della conoscenza e della tutela dei diritti umani». E che l’affermazione di Frattini sia un buon auspicio in quest’anno iniziato già con un cumulo di inquiete pressioni tra l’est e l’ovest del mondo, dobbiamo sinceramente augurarcelo e ricordarlo a tutti gli uomini di buona volontà, accarezzando un riferimento all’enciclica PACEM IN TERRIS di papa Angelo Roncalli (Giovanni XXIII) e immaginando che se le discipline e l’uso dello spazio dovessero arrivare a tale traguardo, sarebbe d’uopo proporre all’intero settore il Premio Nobel per la Pace. Meglio almeno di quello conferito al presidente di un Paese in guerra con mezzo mondo!

Siamo soliti parlare di Spazio e lo facciamo perché è il nostro mestiere e nella convinzione che la ricerca e il suo sviluppo in un segmento di frontiera deve rappresentare progresso, condivisione dei risultati e prospettive di ricchezza. Elementi che a ben pensarci possono essere contenuti tutti nel paniere di cui parliamo. Unica difficoltà però è solo il modo di uso delle singole componenti e della distribuzione di carichi e incarichi.

L’apertura di un corso specialistico è stata un’indubbia occasione per adunare una buona porzione dell’intellighenzia che si occupa di spazio, più accademica che industriale partendo dal presupposto che gli intellettuali ideologicamente impegnati che costituiscono la mente direttiva e organizzativa di una disciplina così elevata, hanno vissuto una sala molto affollata grazie alla presenza di Samantha Cristoforetti che ancora più del solito ha dato una straordinaria misura della capacità comunicativa e dell’impegno nel trasferire preziosi elementi di esperienza vissuta per 200 giorni a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. E infatti, in queste doti scorgiamo un ruolo di forti opportunità per un’area tecnico-scientifica che l’Italia deve proteggere dalle dipendenze straniere e dalle incursioni di ingerenze internazionali. E allora, chi meglio di un soldato per difendere tante pregiate risorse?

Ma le attività spaziali, nel loro insieme così poliedrico rappresentano molte angolazioni. Una tra queste è proprio la Stazione Spaziale, concepita quando le ostilità politico-militari tra il mondo capitalistico e quello a economia pianificata non avevano abbassato le loro barriere insormontabili e che con buona approssimazione possiamo asserire sia stato un adattamento civile a quella macchina furiosa che avrebbe dovuto essere la Strategic Defense Initiative; la proposta – lo ricordiamo – aveva la paternità del presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan che il 23 marzo 1983 sui canali televisivi nazionali aveva proposto la dottrina di utilizzazione dei sistemi d’arma con base al suolo e nello spazio, meglio conosciuta da noi con il nome rassicurante di Scudo Spaziale. Un progetto imponente che poi non ebbe seguito ma molte tecnologie e buona parte dei suoi fondamenti poterono trovare una via più pacifica in cui molte nazioni contribuiscono proattivamente con la propria identità.

«Un esempio per il futuro che dovremo fare in modo di superare per essere più inclusivi come attori» ha affermato Roberto Battiston, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana che al Sioi ha fatto parte dei presentatori del corso proponendo una serie di slide molto significative. Quanto alla SSI c’è da intuire quale sarà il suo destino, visto che i moduli abitati (costruiti per la metà dall’industria italiana) sono impegnati ininterrottamente già da 18 anni dagli astronauti e che la previsione del suo ciclo di vita volge al termine. Cosa ne sarà nel 2024? Le idee sembra che siano reali ma dovranno necessariamente coniugarsi con i propositi di future spedizioni sulla Luna e su Marte, due riferimenti di un futuro relativamente vicino, irraggiungibili però se non si uniscono i soldi delle principali amministrazioni mondiali e se non si definiscano le priorità degli investimenti. È così, le cose per lo spazio stanno in questo modo e dopo tutto non deve meravigliare.

Quando iniziò quella che è stata definita la corsa verso l’extraterrestre, «l’azione considerata in rapporto a una meta» era semplicemente un’esibizione di muscoli di due superpotenze e l’espressione di superiorità tecnologica; la appena virgolettata definizione del Treccani dunque di agonistico non aveva nulla. Ma col tempo lo spessore geopolitico dell’argomento si è modificato in uno più strettamente economico e ora finalmente si è compreso che la parola space – perdonabile inglesismo – è sostanzialmente sinonimo di business ma i programmi spaziali per loro costituzione impegnano un numero insostenibile di risorse, troppe per qualunque singola potenza industriale, anche per quelle che nel passato prossimo e presente tentano in tutti i modi di essere i leader indiscussi. Così, se americani e sovietici, oggi i russi di Vladimir Putin, ritenevano di essere i soli a poter occupare un punto strategico in orbita bassa con una postazione fissa, si sbagliavano perché la Cina, esclusa con rudezza dal programma della SSI, come ha fatto per i satelliti della navigazione (leggi costellazione Galileo), da sola ha realizzato delle postazioni in grado di vivere e operare dallo spazio dimostrando di poter sostenere la grande competizione senza alleanze.

«Sembrava una mission impossible venti anni fa», ha detto Battiston e invece la storia si è ribaltata perché i cinesi sono in possesso di una macchina industriale imponente e hanno comprovato di saper fare bene le cose difficili: ricordiamo a tutti che dopo la Russia e gli Stati Uniti, solo la Cina ha inviato uomini nello spazio con propri vettori. Gli altri, ovvero Europa, India, Giappone per restare tra i più emancipati, anche se con motivazioni diverse fanno ricorso a lanciatori altrui tutte le volte che devono inviare propri astronauti oltre l’atmosfera terrestre.

Si comprende che la governance ha necessità di una drastica manutenzione e che l’intera struttura portante delle missioni spaziali va modificata. Già oggi anche le immagini più scontate mostrano fianchi diversi. Se è vero che in Russia, mantenendo il monopolio del trasporto degli astronauti sono i più conservatori nel proseguire la missione della SSI quanto più a lungo possibile, si dovrà accettare che i privati possano rappresentare un ruolo più incisivo di qui a qualche anno. Come accade fin da ora che i rifornimenti della SSI sono stati accaparrati dalle imprese di proprietà non più statale, nella prossimità delle spedizioni su Marte, con la presenza umana presumibilmente in tempo non inferiore a trent’anni, i produttori di mezzi di lancio e i gestori definiranno un’alternativa importante se in grado di offrire una gamma di prodotti più vasta e prezzi competitivi. Ma questo indirizzo potrebbe anche comportare la fine delle industrie statali con forniture di prodotti e servizi. Programmi che oggi appaiono lontani ma che hanno una via intermedia fatta di progetti, di sviluppi e investimenti.

Visualizzando 1 di 2
Visualizzando 1 di 2

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->