lunedì, Maggio 10

Lo Smart working conviene field_506ffb1d3dbe2

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La società cambia nel tempo, cambiano i tempi e i modi di vivere il lavoro, seguendo l’evoluzione tecnologica che oggi ci accompagna in ogni azione quotidiana con tablet, smartphone e pc. Siamo costantemente connessi al web, per lavoro e per svago. Le organizzazioni aziendali di successo sanno cogliere questi cambiamenti e talvolta decidono di abbandonare modelli organizzativi inefficaci per creare condizioni di lavoro che permettano alle persone di rispondere contemporaneamente a nuovi obiettivi di business e alle proprie esigenze personali. L’organizzazione del lavoro oggi dovrebbe essere affiancata a principi come la collaborazione emergente, l’autonomia e la flessibilità nella scelta degli spazi e degli stili di lavoro, la valorizzazione dei talenti, la responsabilità e l’innovazione diffusa. Lo sviluppo e l’enorme diffusione delle tecnologie Ict che possono supportare la comunicazione e la collaborazione, e la creazione di social network possono agevolare e supportare le aziende in questo cambio di paradigma, con forme di telelavoro o dello svolgimento di almeno una parte del lavoro non necessariamente tra le mura di un ufficio.

Già da tempo i Paesi del Nord Europa e gli Usa hanno iniziato a vedere lo sviluppo, in molte aziende, di una forma di lavoro chiamata smart working, traducibile in italiano come “lavoro agile”. Si tratta di un modello di lavoro reso possibile dalle tecnologie mobile e che permette ai dipendenti e alle aziende di ripensare gli spazi, gli orari e l’intera organizzazione imprenditoriale. Con questo modello decade l’idea di lavoro legata a un luogo fisico in cui si trascorrono 40/50 ore a settimana, e inaugura un nuovo modo di portare avanti le proprie mansioni la sera dopo cena, in treno mentre si raggiunge casa oppure da una spiaggia durante una gita fuori porta. La cosa fondamentale per ogni dipendente è portare a conclusione gli obiettivi che gli sono stati assegnati, e lo può fare stando sul divano di casa, senza limiti di orario e senza nessuno che lo controlla per pause troppo frequenti o lunghe. Non si tratta, però, di semplice telelavoro. I dipendenti, infatti, dovranno comunque recarsi in ufficio, ma con maggiore flessibilità e questo, secondo alcuni studiosi, potrà contribuire alla diminuzione dello stress del lavoratore avendo dei riscontri positivi sulla sua operatività. Si lavora per obiettivi e non per ore di lavoro trascorse in ufficio e questo, secondo uno studio effettuato dal Politecnico di Milano, accrescerebbe la produttività e la motivazione del dipendente del 5,5%.

I vantaggi di questa modalità lavorativa sono stati già compresi da alcune aziende italiane e altre stanno pensando di sperimentarlo. La grande partecipazione alla Giornata dello smart working, promossa nei giorni scorsi dal Comune di Milano, ha visto la partecipazione di una cinquantina di aziende che hanno già attivato forme di lavoro flessibile, come Ibm, Telecom, Barilla, Nokia, Accenture, Zurich e Nestlé, ma anche di molte altre che hanno testato questa modalità per la prima volta, come Nh Hotels, Philips, Allianz, Tnt e Intesa San Paolo.

D’altra parte capita sempre più spesso che il lavoro si sposti anche fuori dall’ufficio, rispondendo a una telefonata di un cliente in orari fuori da quelli canonici, o semplicemente controllando e rispondendo alle e-mail tramite i dispositivi mobile di cui siamo quasi tutti dotati e che non ci lasciano mai soli, spesso neanche in vacanza. Dare la possibilità ai dipendenti di organizzarsi il lavoro con i tempi e i modi che preferiscono, senza necessariamente dover essere presenti in ufficio a orari stabiliti e rigidi, può essere una prospettiva stimolante, soprattutto per le donne, che potrebbero conciliare meglio i tempi del lavoro con quelli della vita privata, alleggerendo di conseguenza la domanda di costosi servizi di welfare.

A questo proposito, forse non a caso, tre deputate di diversi schieramenti, Alessia Mosca del Pd, Barbara Saltamarini del Nuovo Centrodestra e Irene Tinagli di Scelta Civica, hanno depositato lo scorso 29 gennaio una proposta di legge che regolamenta lo smart working nei contratti collettivi di lavoro di qualsiasi livello. Il documento, oltre a dare una definizione puntuale del lavoro agile, contiene disposizioni precise sulla necessità di un accordo scritto fra lavoratore e datore di lavoro, che definisca modalità di esecuzione del lavoro fuori dai locali aziendali, gli strumenti utilizzati, l’organizzazione dei tempi, le modalità di recesso e quelle di proroga e rinnovo. L’accordo, infatti, può essere a tempo indeterminato o determinato, per un massimo di due anni. La proposta di legge definisce anche che «il trattamento economico non può essere inferiore a quello previsto per gli altri lavoratori subordinati, a parità di mansioni» e che «scatti di carriera, aumenti in busta paga, formazione, diritti sindacali, incentivi fiscali e premi di produzione spettano anche agli smart worker, compresi quelli con paga oraria».

Un altro punto importante della proposta di legge riguarda la sicurezza sul lavoro. Secondo quanto si legge nel testo «spetta al datore di lavoro garantire la protezione dei dati utilizzati ed elaborati dallo smart worker. Il lavoratore, dal canto suo, deve custodire con diligenza le informazioni aziendali ricevute anche tramite strumenti informatici o telematici eventualmente utilizzati». Il datore di lavoro dovrà anche garantire la sicurezza sul lavoro per gli smart worker, adottando «un’informativa sui rischi generali e specifici connessi allo svolgimento della prestazione; strumenti Ict conformi ai migliori standard tecnici e normativi in costante aggiornamento e il monitoraggio delle condizioni di lavoro mediante colloquio annuale sulla prevenzione dei rischi legati al lavoro in remoto».

L’idea della proposta di legge nasce forse per favorire il lavoro delle donne e la possibilità di poter lavorare anche con bambini piccoli da accudire, ma probabilmente anche dalla presa di coscienza dei vantaggi, in termini di produttività e risparmio, che si possono avere con questa modalità di lavoro. Secondo Mariano Corso, professore e responsabile scientifico dell’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano, che ha promosso la Giornata del lavoro flessibile “esistono molte ricerche che confermano che con il lavoro agile e flessibile la produttività aumenta. Anche il nostro report lo conferma: stimiamo che la produttività delle imprese possa aumentare del 5,5%”. Secondo le ricerche effettuate dall’Osservatorio, infatti, «con una diversa organizzazione del lavoro si potrebbero risparmiare e generare 37 miliardi di euro: 27 derivanti da una maggiore produttività e altri 10 per la riduzione dei costi fissi di gestione, come la razionalizzazione degli spazi e le minori trasferte». Non solo. Riducendo i viaggi per andare a lavoro in un luogo fisico definito, si potrebbero produrre risparmi economici per i cittadini pari a circa 4 miliardi di euro, circa 550 euro per lavoratore, e una riduzione di emissioni di Co2 pari a circa 1,5 milioni di tonnellate l’anno.

Sono solo stime, e vanno prese con le molle, perché è difficile quantificare quante siano le imprese effettivamente in grado di riorganizzarsi, ma le prospettive sembrano essere interessanti per i lavoratori, le imprese e l’economia in generale. “La Giornata del lavoro agile” dice Corso “è un’ottima iniziativa con cui Milano può diventare l’apripista nello sviluppo di un nuovo modello di organizzazione del lavoro, in grado di portare benefici importanti per i lavoratori, le imprese, l’ambiente e la società nel complesso”.

La promozione di questa modalità lavorativa adesso è importante, perché sono ancora poche le realtà italiane che hanno deciso di adottarla. L’Osservatorio rileva, infatti, che «l’Italia è al 25° posto sui 27 censiti, con un misero 2,3% dei lavoratori che telelavora per almeno un quarto del tempo, contro il 15,5% della Repubblica Ceca, il 14,4% della Danimarca, il 13% del Belgio e il 12% della Norvegia. Dati poco positivi anche per quanto riguarda la flessibilità dell’orario di lavoro: con il 32% medi di diffusione, siamo distanti anni luce dai danesi (62%), svedesi (61%) e tedeschi (52%)».

“A Milano” spiega Corso “notiamo un crescente interesse verso l’introduzione di modelli di lavoro agile, che passano attraverso l’adozione di telelavoro, flessibilità oraria, riorganizzazione degli spazi e utilizzo di device digitali per la comunicazione e la collaborazione. Modelli che, mettendo in discussione i vincoli tradizionali e andando alla ricerca di nuovi equilibri fondati su una maggiore responsabilizzazione dei lavoratori, possono portare effetti concreti per il sistema Paese. Innanzitutto in termini di maggiore qualità della vita, soddisfazione personale e conciliazione tra i tempi del lavoro e della famiglia, ma anche di minore inquinamento per la riduzione delle emissioni di Co2, di maggiore produttività e competitività delle imprese”.

Qualche azienda che si è arrischiata a sperimentare lo smart working, comunque, c’è anche in Italia. Una di queste è Barilla, che recentemente concluso la seconda fase del suo progetto di promozione del lavoro a distanza. Alessandra Stasi, che si occupa di risorse umane per la Barilla, sostiene che lo smart working consenta «un migliore equilibrio tra l’attività professionale e la vita privata, minori tempi di trasferimento, più tempo per la riflessione e la pianificazione. Le persone, infatti, ci hanno riportato un aumento di produttività derivante dal recupero di tempi morti. Pensiamo solo ai trasferimenti casa-lavoro e le pause, che nel caso dello smart working si riducono». L’unico problema riscontrato, come sostiene la Stasi, riguarda «la pianificazione settimanale richiesta, che molti dipendenti hanno ritenuto troppo vincolante o comunque a lungo termine».

Altra esperienza positiva è stata quella di Tetra Pak in Italia. Secondo Gianmaurizio Cazzarolli, l’adozione dello smart working è «più che altro un investimento sulle persone e sui talenti. Se ben applicato e condiviso permette all’azienda di valorizzare i propri dipendenti, da un lato facendo sentire loro la fiducia del gruppo, dall’altro permettendo loro di regolarsi con orari e trasferte e, quindi, migliorandone il tempo libero. Due fattori che aumentano la produttività dei dipendenti e il clima in azienda».

Eppure sono ancora molte le aziende restie all’adozione di questa modalità di lavoro. Secondo Mariano Corso, “il problema è culturale e riguarda soprattutto il management. In Italia si vuole tenere tutto sotto il proprio e diretto controllo; delegare è una consuetudine poco diffusa. Molti mettono l’accento sui costi della ristrutturazione o degli strumenti digitali, ma la difficoltà è quella di cambiare la mentalità del management. In Italia i dirigenti sono abituati ad avere un controllo diretto dei propri dipendenti, non averli più sott’occhio rappresenta un problema. Per questo il primo passo per chi volesse fare smart working è quello di formare i propri manager. Ci sono già esperienze di successo in Italia, ma per intraprendere questa strada le imprese devono ripensare in modo coerente le policy organizzative sulla flessibilità di orario e di luogo di lavoro, i comportamenti e gli stili di leadership, il layout fisico degli spazi e l’utilizzo delle tecnologie digitali”.

Le potenzialità dello smart working sono molte, ma occorre dare delle regole precise per la sua attuazione, in modo da evitare eccessi. Se è vero, infatti, che questa forma di lavoro dovrebbe consentire di valorizzare i tempi lavorativi in situazioni informali e fino ad oggi non contabilizzati in alcun modo, il lavoro agile rischia anche di sfociare in pervasive forme di intrusione nei fisiologici tempi di vita, non trovando più ostacoli nei limiti d’orario e di confine aziendale.

 

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