lunedì, Aprile 12

Lo shale gas USA fra politica ed economia

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Da qualche mese a questa parte, il giudizio degli osservatori sul mercato statunitense del gas di scisto (shale gas) sembra essere cambiato. Gli entusiasmi – forse un po’ forzati – degli anni passati sembrano, infatti, avere ceduto il posto a un’attitudine più riflessiva. Anche il favore di cui questa fonte di energia ha goduto nel mondo della politica appare in calo. Il perdurare dell’attuale fase di bassi prezzi sul mercato internazionale concorre a spiegare la debolezza di un comparto che pure ha continuato a ‘tirare’ anche in anni di prezzi calanti. Da questo punto di vista, non è senza significato il fatto che – fra il 2009 e il 2015 – la produzione del Marcellus Shale (il giacimento a cavallo fra Pennsylvania, West Virginia, Ohio e lo Stato di New York, il cui sfruttamento ha avuto inizio nel corso del 2008) sia schizzata da meno di due miliardi di piedi cubici al giorno (bcf/d) a più di 16,5 bcf/d. Quelli che paiono essere entrati in crisi, negli ultimi tempi, sono, piuttosto, i presupposti latu senso ‘politici’ su cui il ruolo ‘rivoluzionario’ dello shale gas (e del suo corrispettivo: lo shale – o tight – oil) si fondava: primo fra tutti, la capacità di garantire agli Stati Uniti e ai loro alleati – in Europa e fuori – un’alternativa veramente credibile alla dipendenza dai fornitori tradizionali soprattutto dopo l’entrata in crisi del rapporto di do ut des con l’Arabia Saudita, a suo tempo sancito con gli accordi del Grande Lago Amaro (14 febbraio 1945).

L’espansione della ‘bolla dello shale’ negli Stati Uniti coincide, in larga misura, con gli anni della presidenza Obama e si inserisce nel quadro di un più ampio rafforzamento del comparto energetico del Paese avviata intorno alla metà degli anni Duemila. Dopo una lunga fase di flessione produttiva iniziata negli anni Settanta, nel decennio 2005-14 il volume di gas naturale commercializzato è, infatti, cresciuto da 51,9 a 74,7 miliardi di piedi cubici al giorno (bcf/d), mentre quello di gas naturale liquefatto (LNG) prodotto è cresciuto da 1,74 a 2,96 milioni di barili al giorno. Parallelamente, nel periodo 2008-14, la produzione di petrolio è aumentata da 5 a 8,72 mb/d, toccando – nel marzo 2015 – il valore-record di 9,69 md/d. Da tempo, ormai, gli Stati Uniti sono il terzo produttore di petrolio al mondo dopo Arabia Saudita e Federazione Russa, e un importante produttore di gas naturale; due risorse che, combinate, nel 2014, contribuivano per più del 70% ai consumi energetici del Paese, seguite da carbone (23%), nucleare (8%) ed idroelettrico (3%). Nello stesso anno, il settore delle rinnovabili (incluso l’idroelettrico) contribuiva per poco meno del 10% ai consumi (98,3 quadrilioni di BTU) e per poco più dell’11% alla produzione totale di energia (87,0 quadrilioni di BTU); un valore che – seppure in costante aumento – rimaneva lontano dalle aspettative sollevate dalla spesso annunciata ‘svolta verde’ dell’amministrazione.

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