mercoledì, Giugno 16

Lo (s)governo del nostro scontento field_506ffb1d3dbe2

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Cominciamo da un caso concreto. Immaginate un’azienda che nonostante la crisi, riesce a dare lavoro a una quarantina di persone e procura altro lavoro a un altro centinaio, con l’indotto. Un’azienda che fattura una decina di milioni di euro l’anno, specializzata in motori elettrici venduti in tutto il mondo, e regge la concorrenza spietata di altre aziende affermate, grazie a una qualità eccellente e a costi competitivi. Questa azienda se la volete trovare, ha sede a San Giovanni in Persiceto, vicino Bologna. Il titolare è un signore che viene dalla Calabria, si chiama Virgilio Rende. I suoi genitori hanno abbandonato la loro terra molti anni fa, Virgilio Rende ormai parla come un emiliano, e ogni tanto gli scappa di bocca anche qualche colorita espressione tipica di un bolognese. Rende ha studiato, poi ha lavorato per anni come dipendente in un’azienda, alla fine rischiando ogni sua proprietà ha deciso di mettersi in proprio, di ‘fare impresa’. Avrà avuto fortuna, avrà avuto coraggio, avrà avuto capacità imprenditoriale, avrà avuto quello che volete, ma ce l’ha fatta. Lavora sodo, è il primo a entrare in azienda, l’ultimo ad uscire, è molto attento a fare il passo secondo la gamba, e può essere orgoglioso di quello che ha fatto.

Di persone come Virgilio Rende ce ne sono più di quanto si creda. Non fanno ‘notizia’, ma producono ricchezza, lavoro, e sentono molto la responsabilità di lavoratori che dipendono dalle sue scelte.

A San Giovanni in Persiceto l’inverno è inverno: la nebbia ti entra nelle ossa, piove e nevica, e quel materiale elettrico si rovina a tenerlo fuori dai capannoni, quando si tratta di caricarlo sugli autotreni che devono portare quei delicati motori elettrici in Germania, in Scandinavia, in Francia… C’è una tettoia che corre tra il capannone adibito a laboratorio e l’altro poco distante che funge da magazzino. Quello che chiede Rende è di poter ‘allungare’ quella tettoia, in modo che i suoi dipendenti possano caricare il materiale al coperto, e senza che quei motori si danneggino.

Rende fa una prima domanda alle autorità, e gli rispondono picche. Poi le leggi cambiano, i vincoli si allentano; insomma, grazie a quel decreto che hanno chiamato del fare‘, quella tettoia la si può realizzareQui comincia il calvario. Perché la burocrazia è micidiale. La piccola opera non deve passare più come un tempo dalla commissione edilizia: infatti non si aumentano i volumi di edificabilità dell’area. Da un mese uno studio di professionisti specializzati è al lavoro; ma non basta: per mettere ordine a tutte le carte è poi intervenuto un secondo studio, e per la consegna dovrà provvedere un terzo. Perché non possa fare tutto uno studio, e ne occorrano tre, non me lo chiedete, è la legge. Documentazione cartacea, in triplice copia: modulistica unica regionale della denuncia deposito; asseverazione di conformità e congruità; asseverazione da allegare alla richiesta; denuncia dei lavori; durc; relazione di calcolo delle strutture; pianta fondazioni e armature; tavolo dei particolari costruttivi; manutenzione; relazione sui materiali e relazioni geologica…Una marea di carte, che messe sulla bilancia fatto cinque chili di peso.

Dottor Rende, tutte questa documentazione gliela danno gratis?
Vuole scherzare? Si paga, si paga tutto.

Quanto costano tutte queste scartoffie?
Ho calcolato circa trentamila euro.

Trentamila euro di certificati?
Euro più, euro meno.

E la tettoia quanto le dovrebbe venire a costare?
Circa sessantamila euro.     

Il dottor Rende è una persona tranquilla, molto paziente; non farebbe male a una mosca. Ogni tanto sospira: “Se potessi, me ne andrei subito all’estero, in Croazia, in Canton Ticino…ma come si fa? C’è tanta gente che dipende da me, non posso mica buttarli su una strada”. Poi guardando il titolo di un giornale: “Altro che forconi ci vorrebbero…Mi dica lei come si può continuare a lavorare in queste condizioni. E ogni giorno è peggio”. Dà la colpa ai politici, che si inventano leggi strampalate, astruse, complicate, con regole che non hanno alcuna corrispondenza con la realtà. Quei politici però non sono una maledizione biblica, qualcuno li manda là dove sono, qualcuno li vota, dà loro fiducia.

“Sempre meno”, dice Rende. E non ha davvero torto: A ogni elezione cresce il bacino di chi – rifiutando i politici e i partiti in blocco – non va a votare; e l’exploit del Movimento 5 Stelle non può certo essere interpretato come un’adesione alle sgangherate teorie di Beppe Grillo o alle strampalate “profezie” di Gianroberto Casaleggio. Se tanti hanno votato Grillo è per mandare un preciso segnale alla classe politica: “Attenti, avete tirato troppo la corda, basta”. Volendo il successo di Matteo Renzi può essere letto allo stesso modo; e quando alle passate elezioni amministrative, a Milano come a Napoli, a Palermo come a Cagliari, a Genova come a Parla e un come un po’ ovunque, l’elettore ha rifiutato sia il candidato ufficiale del centro-destra e quello del centro-sinistra, è sempre lo stesso segnale, che è stato mandato.

Evidentemente però non è sufficiente, visto che una volta entrati nel Palazzo, smentendo tutti i buoni propositi e le promesse, non se ne danno per inteso. Le cose, è vero, lentamente mutano, ma troppo lentamente, rispetto ai tempi e alle necessità imposti dalla cosiddetta società civile. Quest’ultima ha senz’altro una sua quota di responsabilità: se in tutti questi anni ha (s)governato una classe politica predatoria, spesso incompetente e responsabile dell’attuale stato di cose, lo ha fatto anche perché ha goduto dell’appoggio e del sostegno di una parte di opinione pubblica che ha beneficiato e preso parte al ‘banchetto’. Chi è causa del suo male pianga se stesso, si può dire.
Insomma: se la politica è diventata qualcosa di maleodorante di cui è bene diffidare, lo si deve certamente ai politici; ma anche ai cittadini, che hanno accettato di essere e fare i sudditi, al momento di scegliere i loro rappresentanti non hanno saputo (o voluto?) scegliere quei candidati (e c’erano, ci sono) che si pongono al servizio del bene comune. La frase contiene una buona dose di retorica, ma c’è del vero: “Non chiedetevi cosa può fare lo stato per voi, piuttosto cosa siete disposti a fare voi per lo stato”, ha detto una volta John Kennedy. Proviamo a ricordarcelo più spesso, magari andando a ripescare in quell’angolo polveroso di libreria dove l’abbiamo riposto il libretto scritto da Giuseppe Mazzini: non a caso si intitola: ‘Dei doveri e dei diritti’. Prima i doveri, poi i diritti. E si può cominciare dalle piccole cose: come esigere uno scontrino di cassa, quando si fa un acquisto…             

 

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