domenica, Maggio 16

Lo scacco di Matteo Renzi Forte della debolezza dei suoi avversari, il Premier all'assemblea PD è stato il mattatore-gigione di sempre

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La solita camicia bianca alla Barack Obama, la solita lingua svelta e a tratti tagliente, le stesse evocazioni, le frasi buone per un titolo di giornale (‘Pretendo lealtà‘, ‘Questo partito vuole bene all’Italia e non si accontenta di vedere i sogni dell’Italia stuprati da anni di mal Governo‘, ‘Abbiamo restituito Grillo e il suo talento alla comicità: andrà in tour, in bocca al lupo‘ …). Insomma, all’assemblea nazionale del Partito Democratico convocata all’hotel Parco dei Principi a Roma Matteo Renzi è stato il mattatore-gigione di sempre. Nessuna sorpresa, da questo punto di vista, un copione ben collaudato, il suo: frasi ad effetto, un profluvio di promesse da stordire e incantare l’ascoltatore; forte coi deboli, cauto con i forti. Buon per lui che questi ultimi, al momento non ci sono; così, all’indomani di una visita in Vaticano che costituisce pur sempre un biglietto da visita da esibire a quella componente cattolica del PD che ancora si interroga sul che fare, e da giocare nei confronti di quegli avversari che fino a ieri si accreditavano come sponda sicura delle gerarchie ecclesiastiche, Renzi ha potuto affrontare a viso aperto una minoranza che si muove confusamente, e conferma tutti i suoi limiti. Massimo D’Alema, reduce da una umiliante contestazione nella ‘sua’ Bari (al punto da suscitare la pena di un Massimo Cacciari che con lui non è mai stato tenero), ha polemicamente disertato l’appuntamento; l’altro grande oppositore, Pierluigi Bersani ha accusato un mal di schiena, e non si è visto neppure lui. Pippo Civati ormai è come Pierino che grida al lupo: ogni giorno minaccia la scissione («Se si va alle elezioni, vedremo di creare qualcosa di diverso» ha dichiarato questa volta), quando davvero la farà finirà che nessuno se ne accorgerà …

Con l’atteggiamento di un Brenno che getta lo spadone sul piatto dei pesi Renzi ha pronunciato il suo ‘Vae victis!‘, senza peraltro che nessuno che al pari di un Marco Furio Camillo gli abbia risposto ‘Non auro, sed ferro‘.

«Basta con le beghe interne», intima Renzi, che poi indossa i panni del pedagogo:  «Vi rendete conto che stiamo affrontando la più gigantesca trasformazione? Voi siete qui non per discutere tra una corrente e l’altra. Siete qui per cambiare l’Italia». Non sono mancati i toni sprezzanti: «Non facciamo le riforme a colpi di maggioranza, ma non ci facciamo nemmeno bloccare le riforme dai diktat della minoranza. Non staremo fermi nella palude per guardare il nostro ombelico». Ancora più esplicito il vicesegretario Lorenzo Guerini: «Questo è l’ultimo appello, non ci sono altre chiamate: o siamo tutti consapevoli che il tempo dei giochini, delle rivincite congressuali e degli sgambetti è finito. Oppure, altro che disciplina, saranno gli elettori a sanzionarci».
Gli oppositori rispondono picche: per il bersaniano Alfredo D’Attorre «è offensivo definire agguato un voto su un emendamento. Mi aspetto che Renzi oggi ringrazi i membri della commissione Affari costituzionali per il lavoro fatto in Parlamento». Francesco Boccia taglia corto: «La conta non conta perchè i numeri sono quelli»; e Gianni Cuperlo rimbecca: «Saremo leali, ma pretendiamo autonomia». Una girandola di battute e contro-battute che rivelano nervosismo e navigazione a vista senza grandi prospettive. «Nuovi equilibri nel partito» chiedono Cuperlo e Stefano Fassina; e Renzi dice loro di stare sereni: «Hanno tempo da qui al 2017». «Enecessario un nuovo Esecutivo», sostengono D’Alema e Rosy Bindi; e sempre Renzi raccomanda loro di stare sereni: «Hanno tempo da qui al 2018».

Vero fino a un certo punto. La vecchia guardia volta le spalle, ma non sa bene dove andare e che fare, è vero; ma altrettanto vero che i sondaggi dicono che Renzi gode ancora di una discreta fiducia, che tuttavia è in costante calo; ed è soprattutto all’estero che zoppica: i conti non quadrano per i gelidi funzionari della BCE guardano ancora con occhio sospettoso la funambolica politica economica del Governo italiano; Jean Weidmann, il potente Presidente della Bundesbank tedesca ci fa sapere che non basta elencare le riforme, bisogna metterle in pratica.
Non solo: con ogni probabilità il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per fine gennaio avrà rassegnato le sue dimissioni. Renzi accarezza l’idea di una donna per il Colle, ma è ben lontano dall’aver realizzato un piano per una candidatura condivisa con Silvio Berlusconi, il quale da parte sua non dispone di un partito compatto disposto a condividere le sue scelte.
I malumori che covano nel centro-sinistra sommati a quelli che covano nel centro-destra potrebbero essere fatali.
Non solo: nella vicina Grecia la situazione potrebbe evolvere con conseguenze imprevedibili. Basti dire che il Presidente della Commissione Jean-Claude Junker è sceso in campo pesantemente, l’idea di possibili elezioni anticipate in Grecia non gli piace affatto: «Non vorrei vedere forze estreme al potere».
A fine mese, infatti, nel Parlamento greco si terranno tre scrutini per eleggere il Presidente della Repubblica, con la probabilità che falliscano: il candidato promosso dal Governo in carica dispone di un blocco di voti piuttosto risicato, 155 sui 180 necessari.  Ciò significherebbe andare a delle elezioni politiche anticipate in cui, almeno nei i sondaggi, la favorita è la sinistra radicale di Alexis Tsipras, Syriza. Il partito di Tsipras, si è più volte pronunciato a favore della cancellazione del debito di Atene nei confronti della Troika (Commissione, Fmi e Bce), che ha eseguito il piano di salvataggio della Grecia nel 2011. Un’affermazione di Tsipras, come pronosticano molti sondaggi, avrebbe inevitabilmente effetti negativi su tutte le Borse, e a risentirne in modo particolare sarebbero Francia e Italia.

Napolitano, insomma, si appresta a lasciare il Colle in un momento che si annuncia particolarmente agitato.
Anche per questo che i ‘renziani‘ sono sempre più tentati (pur negandolo) di andare a una resa dei conti definitiva: elezioni anticipate, a costo di spaccare il partito, e subire una pesantissima emorragia sotto forma di astensioni.
Quello che accade al Consiglio comunale di Roma non aiuta, tutt’altro.
Tecnicamente è indubbio che esistono tutte le condizioni per uno scioglimento del Consiglio per infiltrazioni mafiose. Chi dice ‘No’ a questa ipotesi lo fa sostenendo che l’immagine del Paese ne verrebbe durissimamente colpita a livello internazionale; ma già quello che è emerso dalle carte dell’inchiesta (e ci sono ancora sessantamila pagine circa coperte da segreto) è sufficiente per infangare la capitale e la sua classe politica. Il Sindaco Ignazio Marino al momento è stato blindato da Renzi, cui preme levarsi di torno una federazione, quella romana, che gli è sempre stata ostile, ed è consapevole che le elezioni anticipate per il Campidoglio costituirebbero per lui un difficilissimo banco di prova. L’unica sua possibilità è guadagnare tempo, e cerca di imbellettare la situazione come può: «Deve essere chiaro che chi è disonesto, non può camminare con noi. Non tutti gli onesti votano il Pd, ma tutti quelli che stanno nel Pd devono avere l’onestà come elemento fondamentale. Niente sconti su questo». Ma a volerla dire tutta sembra un chiuder la stalla quando le vacche sono già scappate via.

 

 

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