domenica, Giugno 20

Lo hajj della discordia tra Iran e Arabia Saudita field_506ffbaa4a8d4

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Rabat – Teheran non invierà pellegrini in Arabia Saudita per lo hajj di quest’anno. L’IRNA, agenzia stampa ufficiale della Repubblica Islamica, ha riportato la dichiarazione rilasciata il 12 maggio scorso da Ali Jannati, Ministro della Cultura e della Guida Islamica, in visita alla città sacra di Qom insieme a eminenti figure religiose sciite: «Abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere, ma i Sauditi hanno operato un sabotaggio. Ormai è troppo tardi». Questo è l’ultimo atto del braccio di ferro tra Teheran e Riyad, frutto di tensioni per il predominio regionale che sono state ulteriormente acuite da due incidenti occorsi durante il pellegrinaggio dell’anno scorso e dall’esecuzione di un leader sciita dissidente nel Regno Saudita.

Pellegrinaggio annuale alla Mecca, lo hajj è il quinto pilastro dell’Islam e, in quanto tale, obbligo da adempiere almeno una volta nella vita per tutti i Musulmani dotati di forze e mezzi sufficienti. Manifestazione di solidarietà e uguaglianza all’interno della comunità dei credenti, il pellegrinaggio si svolge nel dodicesimo mese del calendario lunare islamico e vede accorrere ogni anno all’incirca due milioni di fedeli alla Mecca, città talmente sacra per l’Islam da essere off-limits per i non-musulmani. Il pellegrinaggio si svolge in un periodo di una decina di giorni ed è scandito da diversi riti, tra cui il più noto ai profani è sicuramente la circumambulazione della Ka’aba, quando i pellegrini, rigorosamente vestiti di una tunica bianca simbolo di uguaglianza, compiono sette giri in senso antiorario intorno al cubo dichiarato da Maometto il primo tempio innalzato da Abramo e suo figlio Ismaele al vero Dio.

Oltre alle ormai usuali polemiche sulle disparità di trattamento tra pellegrini ‘deluxe’ e i comuni fedeli, lo hajj del 2015 ha lasciato dietro di sé una scia di sangue. In agosto il crollo di una gru sulla Grande Moschea della Mecca aveva già causato 111 vittime, tra cui otto cittadini iraniani, e indotto i vertici della Repubblica Islamica a esprimere preoccupazione sulla sicurezza dei pellegrini durante lo hajj che si sarebbe svolto da lì a un paio di mesi. A conferma dei dubbi dell’Iran, un incidente ancor più grave si verificò in ottobre, durante lo hajj, quando più di duemila persone morirono in seguito a un enorme accalcamento. Anche in questa occasione, forte di 464 iraniani rimasti uccisi nella calca, la Repubblica Islamica biasimò il Regno wahhabita per l’inefficienza nei soccorsi e la superficialità nella gestione di un evento di portata mondiale; a ciò si aggiunga poi l’incongruenza tra il bilancio ufficiale saudita, fermo a 769 morti, e i più di duemila attestati dei media dei Paesi d’origine delle vittime.

Per gettare ulteriore benzina sui rapporti infuocati tra Riyad e Teheran, lo scorso gennaio provocò scalpore in tutto il Medio Oriente l’esecuzione di Nimr Baqr al-Nimr. Religioso fortemente ostile al regime degli al-Saud, lo sceicco Nimr al-Nimr era anche una figura politica di primo piano in qualità di leader ufficioso della comunità sciita saudita, maggioritaria nelle regioni orientali del Paese e da sempre soggetta a discriminazioni da parte dei regnanti sunniti. Più volte istigatore all’indipendenza dei territori orientali da Riyad e guida della rivolta scoppiata sull’onda delle cosiddette ‘primavere arabe’, Nimr al-Nimr, arrestato nel luglio 2012 con l’accusa di fomentare disordini e incitare alla ribellione contro il governo, fu giustiziato il primo gennaio insieme ad altri quarantasei sospetti terroristi. La sua uccisione fu come una miccia in una polveriera, scatenando lo sdegno tra le comunità sciite in Libano e nei Paesi del Golfo come in Bahrein, dove proteste da parte della popolazione perlopiù sciita furono soffocate dal locale regime sunnita sostenuto dall’Arabia Saudita.

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