lunedì, Ottobre 25

Lituania contro Putin Vivaci reazioni di Vilnius al timore di nuovi attentati russi all’indipendenza nazionale

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Lituania putin

Dopo un quarto di secolo la più grande delle tre piccole repubbliche baltiche ex sovietiche torna ai cosiddetti onori delle cronache. Nel marzo del 1990 la Lituania era stata la prima del gruppo e dell’intera URSS a proclamare l’indipendenza da Mosca, dando il buon esempio alla Georgia, poi alla vicina Estonia, e così via. Il che, allora, richiedeva ancora parecchio coraggio. Michail Gorbaciov, sia pure con poca convinzione, compì infatti, nel successivo gennaio, l’ultimo tentativo di arrestare con la forza il generale processo di disintegrazione da lui stesso involontariamente innescato.

Fece fiasco, perché a Vilnius, la capitale lituana, la folla riuscì a difendere il parlamento repubblicano dall’assalto delle forze dell’ordine e ad impedire che cadesse nelle loro mani il gruppo dirigente guidato da un mite ma indomito musicista, Vytautas Landsbergis, che alla testa del movimento nazionalista Sajudis aveva spodestato il locale partito comunista. Il quale, peraltro, aveva già imboccato la strada verso l’emancipazione da Mosca.

Il breve quanto aspro scontro costò quattordici morti ma fu decisivo per la riconquista dell’indipendenza, che la Lituania aveva già conosciuto tra le due guerre mondiali, dopo essere appartenuta per un paio di secoli all’impero zarista. E aveva poi riperso nel 1945 non senza opporre una tenace resistenza partigiana, fino al 1953, all’Armata rossa di Stalin vittoriosa sulla Wehrmacht di Hitler.

Sono precedenti che aiutano a capire vari aspetti degli sviluppi attuali. Per meglio tutelare la propria sovranità il governo di Vilnius aderì, nel 2004, all’Alleanza atlantica, e l’avrebbe fatto anche prima se avesse potuto. Nello stesso anno, sempre di conserva con Estonia e Lettonia, la Lituania diventò altresì membro dell’Unione europea, dopo avere affrontato da sola la travagliata trasformazione del proprio sistema economico e imboccato la strada di un non facile sviluppo.

I frutti di questi sforzi sono divenuti tangibili solo in questi ultimi anni, una volta superata la battuta d’arresto subita con la crisi internazionale del 2008. Le previsioni attuali parlano di ulteriori progressi nei prossimi anni, ed è in questo clima relativamente favorevole che è stata appena concordata l’adozione dell’euro a partire dal 2015, stavolta un po’ in ritardo rispetto all’Estonia (2011) e alla Lettonia (2014).

Avvenuto in circostanze non delle più felici per l’Eurozona, il ripudio della moneta nazionale non è stato effettuato soltanto per motivi economico-finanziari. La concomitanza con la crisi ucraina non è per nulla casuale. I lituani, evidentemente, ritenevano necessario cautelarsi contro eventuali soprassalti più o meno imperialistici della Russia post-comunista anche prima che Vladimir Putin destasse qualche sospetto in proposito.

Aggiungendosi al ruvido (benchè non troppo significativo, checchè se ne dica) trattamento della Georgia nel 2008, la brusca riappropriazione russa della Crimea e l’appoggio anche militare di Mosca al secessionismo del Donbass hanno sollevato a Vilnius e dintorni il più vivo allarme e provocato reazioni al limite del panico, comunque più energiche e plateali che in qualsiasi altro Paese vicino al teatro della crisi.

Il rafforzamento dei legami con l’Occidente anche mediante l’ingresso nell’Eurozona ha un valore simbolico oltre che contenuti concreti tali da renderlo una delle reazioni più plausibili. Altre appaiono meno facili da spiegare. La copertura contro ogni minaccia esterna istituzionalmente assicurata dalla NATO dovrebbe rappresentare una garanzia più che sufficiente nonostante i dubbi sollevati un po’ dovunque dal ridimensionamento degli impegni americani oltre oceano in generale.

Dopotutto, Barack Obama e altri a Washington hanno confermato esplicitamente e alquanto credibilmente che, se gli USA non intendono nonostante tutto intervenire militarmente in alcun modo in Ucraina (e neppure, del resto, accoglierla nella NATO), per i Paesi che a differenza di essa sono membri dell’Alleanza atlantica non è cambiato nè poteva cambiare nulla.

Forse i dirigenti di Vilnius sono rimasti particolarmente impressionati, oltre che dal dichiarato rimpianto di Putin per la potenza sovietica, dalla sua proclamazione del dovere russo di proteggere tutti i connazionali che vivono all’estero e dal convincente esempio datone in Ucraina. Va però rilevato che proprio la Lituania dovrebbe avere meno da temere al riguardo dei suoi vicini.

I russi rimasti nel Paese non superano infatti, oggi, il 6% dei suoi tre milioni di abitanti, mentre ben diversa e oggettivamente più pesante è la situazione in Estonia (25%) e Lettonia (30%), dove sono maggioritari nella capitale, Riga, e il loro partito ha conquistato la maggioranza relativa nelle recenti elezioni locali, sia pure approfittando della frammentazione dello schieramento indigeno.

Il problema rappresentato da minoranze così ingombranti (nate da una programmata quanto massiccia immigrazione russa nell’era sovietica) è stato certamente spinoso, dopo il 1991, in Lituania come nelle due repubbliche vicine. Ma lo è stato, almeno fino a ieri, soprattutto a causa del loro trattamento diffidente e discriminatorio da parte dei rispettivi governi, criticato perciò anche dal Consiglio d’Europa, più che di ingerenze e pressioni da parte di Mosca.

Il comportamento russo è diventato più intimidatorio negli ultimi mesi, con improbabili minacce di chiamate in giudizio per renitenza alla leva sovietica, qualche arresto più o meno pretestuoso e un’intensa propaganda ostile di disinformazione e, secondo Vilnius, sobillazione. Il tutto, peraltro, anche in risposta alle oggettive provocazioni lituane, sotto forma di incessanti e vibranti denunce di un inguaribile imperialismo russo e di roventi accuse all’indirizzo del Cremlino. La presidente della repubblica, Dalia Grybauskaite, ha bollato pubblicamente e ripetutamente Putin come emulo di Hitler.

Parole a parte, i dirigenti lituani sono stati i più attivi nell’Est europeo nell’adottare in proprio e promuovere in sede collettiva concrete contromisure per fronteggiare i temuti pericoli. Hanno innanzitutto cercato di ridurre, quanto meno, la pesante dipendenza energetica dalla Russia, mediante la costruzione di un impianto per la ritrasformazione del gas liquefatto proveniente dalla Norvegia e destinato anche alla Lettonia e all’Estonia.

Allo stesso scopo si è convenuto con le altre due repubbliche baltiche di rimpiazzare la vecchia centrale nucleare già sovietica di Ignalina, da tempo dismessa, con un nuovo impianto per la produzione di elettricità affidandone l’allestimento ad una società giapponese. Alcuni anni fa la costruzione di due centrali nucleari poco al di là del confine con Russia e Bielorussia aveva suscitato al di qua vivaci proteste, mentre un referendum domestico aveva bocciato, col 63% di “no”, il suddetto progetto nazionale già approvato dal parlamento.

Con l’esplosione della crisi ucraina il vento è dunque cambiato, analogamente a quanto è accaduto sul piano militare, dove la Lituania spiccava, fino a ieri, per un livello minimo record di spese per la difesa. Adesso sono stati annunciati nuovi e più cospicui stanziamenti al riguardo, accompagnati da instancabili pressioni su piccoli e grandi alleati per il rafforzamento del dispositivo bellico necessario per scoraggiare ed eventualmente respingere attacchi da est.

Col favore delle esternazioni di Putin (o comunque a lui attribuite) circa la capacità delle forze armate russe, allo stato attuale delle cose, di arrivare in un battibaleno a Berlino e oltre, alcuni risultati non del tutto disprezzabili sono stati ottenuti. In funzione quanto meno dimostrativa gli Stati Uniti hanno già inviato nell’area baltica alcune centinaia di paracadutisti e materiale bellico di vario genere.

In Lituania e dintorni è attualmente in corso una grossa esercitazione multinazionale della NATO denominata ‘Atlantic Resolve”. Il governo di Vilnius ha inoltre raggiunto con quelli di Varsavia e Kiev un accordo per la costituzione di una brigata comune, quasi a voler ricordare a Mosca che alcuni secoli fa l’Ucraina faceva parte non della Russia ma dell’Unione polacco-lituana, sia pure in una posizione subordinata che permase del resto anche dopo l’aggancio allo Stato moscovita.

Anche l’attuale affiatamento o addirittura affratellamento con Varsavia, per la verità, sembra dovere qualcosa alla crisi ucraina con annessi e connessi. Appena approdate insieme all’indipendenza dopo la prima guerra mondiale Lituania e Polonia si affrontarono con le armi per una disputa territoriale. I polacchi prevalsero e si appropriarono persino di Vilnius, costringendo i lituani ad accontentarsi di una capitale provvisoria, Kaunas.

La capitale storica fu definitivamente recuperata, benchè sotto la dominazione russo-sovietica, nel 1945, ma anche dopo il ritorno alle rispettive indipendenze di fatto e/o di diritto nel 1989-1991 i rapporti tra Varsavia e Vilnius non sono stati dei più cordiali, sempre a causa dei contrasti riguardo alla minoranza polacca in Lituania e soprattutto nella sua capitale.

Contrasti che adesso appaiono quanto meno accantonati, così come la spinta esterna verso una più fattiva solidarietà sembra farsi sentire anche tra le tre repubbliche baltiche, che come rilevava solo un anno fa l’’Economist’ non riuscivano a mettersi d’accordo neppure, tra le altre cose, per realizzare un normale collegamento ferroviario.

C’è da domandarsi, naturalmente, se con l’avvìo della crisi ucraina verso una qualsiasi soluzione relativamente stabile, o almeno verso una sdrammatizzazione, rientreranno anche tutti i mutamenti in peggio o in meglio fin qui registrati. I dirigenti lituani figurano ad ogni buon conto tra i più scettici e più pessimisti circa le prospettive di una distensione, nella convinzione apparentemente ferma che dalla Russia ci si debba aspettare sempre il peggio.  

In attesa di capire, tanto per cominciare, se la tregua attualmente in vigore in Ucraina (e rispettata solo fino ad un certo punto da entrambe le parti) resisterà ancora preludendo a qualcosa di più costruttivo, rimane da segnalare un ultimo primato lituano non meno e semmai più eloquente di altri, trattandosi di cifre che non possono essere smentite o fraintese.

In prima linea tra i Paesi dell’Unione europea che non si sono limitati ad applicare ma hanno anche sostenuto le sanzioni a carico della Russia, magari al punto da caldeggiarne l’ulteriore inasprimento, la Lituania è quella che ha subito i danni  maggiori provocati dalle controsanzioni di Mosca.

Principale esportatrice di prodotti agricoli in Russia (per 900 milioni di euro nel 2013 su un export complessivo sempre in Russia di 1,3 miliardi di euro), davanti a Polonia (800 milioni), Germania (200 milioni), Olanda (500 milioni) e con l’Italia (200 milioni) penultima della lista, essa ha visto colpito dalla chiusura chissà se solo temporanea del mercato russo il 41% del proprio export alimentare al di fuori della UE, contro il 19% della Polonia e della Finlandia, il 18% dell’Estonia e il 6% del Belgio fino a chiudere con Francia e Italia all’1%.

E poiché attraversavano il territorio lituano per raggiungere la Russia anche prodotti agricoli provenienti dal Sudeuropa, mediante spedizioni a cura di imprese locali, si calcola che il danno complessivo annuale subito dall’economia del Paese potrebbe ammontare a 900 milioni di euro.

Una botta, insomma, che a Vilnius non si poteva non prevedere, o per lo meno non mettere nel conto pur senza darla per scontata. Ma che, evidentemente, è stata ritenuta più sopportabile dei rischi derivanti da reazioni non abbastanza energiche all’incombere di una vera o presunta minaccia russa.

 

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