venerdì, Settembre 17

Litighiamo o si fa politica? field_506ffb1d3dbe2

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 banchetti

In garbato ma netto disaccordo con l’opinione di alcuni tra i commentatori politici più trendy del web, io non credo che ci sia un elevato tasso di litigiosità all’interno del progetto politico noto come “L’Altra Europa con Tsipras”, né – tantomeno – credo che le contrapposizioni strategiche e tattiche che pure vi sussistono siano un altro effetto del fenomeno antropologico noto come berlusconismo, che caratterizza la vita pubblica del nostro Paese da ben oltre un ventennio.
Non sono d’accordo. E infatti io non sono né trendy à la page, pertanto sono ben poco letto e influente. (E per nulla stipendiato per l’esternazione delle mie opinioni, e sarà un caso?)

Diciamo invece che sìè berlusconismo il diffuso dividersi del pubblico tra chi seguirebbe Grillo sulle braci ardenti (se lui, in una resipiscenza di buona fede, vi camminasse davvero), e chi lo getterebbe legato sulle braci per impedirgli di far danni ulteriori; è berlusconismo il virale differenziarsi del pubblico tra chi sente già di voler bene a Renzi per la sapidità con cui promette mirabilie, e chi comincia a detestare perfino tutte le incolpevoli magnifiche cose e persone di Toscana a causa di quel gaglioffo; ed è ovviamente berlusconismo il pandemico contrapporsi del pubblico a favore o contro il condannato con sentenza definitiva, che nessuno (nemmeno tra i suoi stessi tifosi) capisce perché non sia ancora ridotto in pene detentive benché alternative al carcere ordinario.

A mio parere, questi tre fenomeni epidemici di amore e odio irrazionali quanto superficiali, sono in effetti riconducibili a una stessa matrice di regressione collettiva – profetizzata quasi mezzo secolo fa da Pasolini – per la quale il cittadino-massa estende anche all’analisi di ciò che attiene alla vita della polis (e quindi di se stesso) e alle scelte conseguenti all’analisi, assai importanti, i meccanismi deteriori del più futile e puerile tifo sportivo: VIVA o ABBASSO quello là! Coi risultati, sulla bontà delle scelte di massa, che lo stato comatoso della Repubblica italiana sta lì a testimoniare mestamente.
Non era così, prima dell’involuzione antropologica. Cittadine e cittadini, perfino con un tasso medio di istruzione più basso dell’attuale, distinguevano gli stadi calcistici dalla vita quotidiana e si regolavano rispettivamente di conseguenza. Così l’Italia – nei trent’anni successivi alla fine della guerra – crebbe in diritti e civiltà, al pari dei fondamentali dell’economia, e un capitalismo ‘dal volto umano’ fece buoni affari trattenendo con lungimiranza i propri ‘spiriti animali’.
Poi questo lusso è finito. Il capitale ha capito che, per una serie di fattori e cause, per non smettere di lucrare doveva ricominciare a fare il duro contro il lavoro, contro l’ambiente e contro la democrazia; e anzitutto si è assicurato la distrazione del pubblico dalle cose importanti che si apprestava a porre in essere (smantellamento del welfare, privatizzazioni a catena, globalizzazione feroce), regalandoci a forza con la televisione (e ora la Rete) prima l’individualismo sfrenato e la disumanizzazione atomizzata e poi la politica-spettacolo, la politica-derby, quella in cui il giudizio razionale e assennato non ha corso legale e la cui dialettica visibile si risolve esclusivamente in leaderismo, bipolarismo muscolare, tifo per o tifo contro

Grillo, Renzi, Berlusconi sono sì – qui hanno ragione, ripeto, i commentatori trendy tuttora i campioni di questa modalità, le tessere di questo domino spacciato agli italiani per politica. E la litigiosità sorda con cui gli italiani si dividono sull’uno o sull’altro personaggio – lasciando beninteso sul remoto sfondo le proposte politiche effettive e realizzabili, o realizzate e misurabili, di ciascuno di loro (tutte congiuntamente e disgiuntamente pessime, per il sottoscritto) – è davvero, per usare una figura sola, berlusconismo dall’onda lunga.

Ma “L’Altra Europa con Tsipras” che c’entra?

Le contrapposizioni all’interno del (nostro, mio) progetto e percorso politico in questione, non facile né facilitato dal mainstream mediatico (per questo non capisco perché ci si mettano pure gli ‘amici’ tra le penne à la page, ma vabbè), ebbene attengono tutte e solo al merito politico vero e proprio. Giammai al tifo!

Noi – compagne e compagni, cittadine e cittadini, un po’ come quelle italiane e quegli italiani di prima dello sviamento di massa di coscienza – in questi giorni ci siamo divisi, ci dividiamo e ci divideremo sull’opportunità di usare o non usare parole come ‘sinistra’ e ‘socialismo’ nella nostra comunicazione politica ed elettorale, di dichiarare o non dichiarare preventivamente in quale gruppo parlamentare europeo le nostre elette e i nostri eletti condurranno le battaglie per nostro conto, di accettare o non accettare che nella stessa lista circoscrizionale siano posti alla ricerca del consenso elementi della vita sociale che non hanno condotto la stessa vertenza – e anzi – sulla medesima emergenza del territorio, di transigere o non transigere sull’apparentemente inevitabile fastidio reciproco tra i rappresentanti delle organizzazioni politiche vere e proprie e quelli della cosiddetta società civile più o meno organizzata; eccetera eccetera eccetera.

Ci siamo divisi, ci dividiamo e ci divideremo – ma con interi la testa e il cuore, non con la sola pancia o le zanne! – Ma su un valore, non su una faccia!
E, se e quando in grado di farlo, abbiamo ricomposto e ricomponiamo e ricomporremo le antitesi su punti di sintesi sempre più pregiati. Perché questa è la politica fatta con un’idea in testa (e non con una mano in tasca).

Ed è litigiosità, questa? E’ – horribile dictu – berlusconismo?
Secondo me, no. Tutt’altro, come credo di aver argomentato.
E’ invece, questo, provare a fare ciò che non si è più fatto da tanto tempo nel nostro Paese, e in cui pertanto è e sarà difficilissimo riuscire. Ma che è necessario – proprio stante la crisi e del capitalismo dal volto umano, ormai storica, e di quello bieco e istintivo, scagliata da qualche anno in mezzo alla vita di tutte e tutti.
E’, questo, fare la sinistra in Italia.

Epica impresa? Tragica? Titanica? Velleitaria? Lo vedremo – lo stiamo vedendo.

Ciò che è importante chiedersi è semmai: à la page o no, chi dà una mano?

 

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