martedì, Maggio 18

L'italiano e la due giorni fiorentina false

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lingua italiana firenze

La due giorni fiorentina sugli stati generali della lingua italiana si appena conclusa, molti dei numerosi partecipanti italiani e stranieri provenienti da varie parti d’Italia e dall’estero sono ancora a Firenze e già si pensa ai prossimi appuntamenti: un incontro di verifica delle azioni intraprese da parte dei gruppi di lavoro che si sono costituiti da tenersi entro il primo semestre del 2015 e un nuovo grande appuntamento sempre a Firenze nel 2016 per fare il punto e aggiornare gli orientamenti emersi.

Il documento finale sottolinea l’entusiasmo espresso nel corso di queste intense giornate fiorentine, che non deve smarrirsi. Al contrario, si tratta di raccogliere tutte le proposte della rete per mantenere un «confronto interattivo sulla promozione della lingua italiana nel mondo». Nel frattempo sarà allestito un portale della lingua italiana. Ma le giornate fiorentine promosse dal Ministero degli affari esteri, non hanno offerto soltanto una trionfalistica immagine reclamizzata attraverso i costanti spot televisivi e radiofonici dell’ “italiano nel mondo che cambia” anche accorate voci critiche volte a stimolare più efficaci azioni istituzionali e diversità di comportamenti a tutela della nostra lingua. Ciò si è manifestato con plastica evidenza sia nella sessione inaugurale in Palazzo Vecchio che nei diversi tavoli di discussione tematica tenutisi in vari luoghi della città dove si è discusso fino a tardi. Certo, le cifre sono importanti e denotano un interesse nel mondo verso la nostra lingua e la nostra cultura, più ampio di quanto pensiamo, racchiuso ( secondo i dati forniti dal sottosegretario Giro) in tre semplici cifre: 4,5 milioni, 80 milioni, 250 milioni. Sono 4,5 milioni gli italiani all’estero, 80 milioni sarebbero gli italo-discendenti, 250 gli italici, cioè coloro che anche se non in senso etnico o nazionale, si riconoscono nella nostra cultura e lingua: la definizione è attribuita a Piero Bassetti.

Insomma, stringendo, la nostra lingua è la quarta-quinta insegnata e la 21 tra le lingue d’uso. La sua forza d’attrazione è prevalentemente artistica e culturale, ma anche il design, la moda, il cibo, il cinema (Sofia Loren e Marcello Mastroianni sono i nomi più noti) lo stile di vita, costituiscono un forte elemento di richiamo verso quel “gigante culturale” (così lo ha definito il Ministro Stefania Giannini) che è il nostro Paese. I dati ufficiali relativi a coloro che studiano l’italiano all’estero (attraverso la Dante Alighieri e i suoi 400 Comitati o gli Istituti di Cultura o le scuole di lingua italiana), indicano la cifra di 1 milione e mezzo, distribuiti nei vari continenti secondo queste percentuali: 31,47% in Europa il 18,73% in America Latina il 16% in Asia il 13, 99% nell’America del Nord, il 10,45% nel Mediterraneo e in M.O. il 7,75% nell’Europa Extra Comunitaria, lo 0,75% nell’Africa Sud Sahariana. I Paesi ove l’interesse e lo studio della lingua sono più diffusi sono la Germania,l’Australia, gli Usa, l’Egitto, l’Albania.

Crescente interesse – soprattutto per la nostra cultura musicale – si registra anche in Cina e Giappone. Non è un caso che alla sessione inaugurale in Palazzo Vecchio fossero presenti insieme all’ambasciatore cinese in Italia, due giovani cantanti lirici cinesi, il tenore Xiaoquing e la soprano Yng Zhan, che si sono esibiti in celebri arie liriche. La stessa scrittrice Dacia Maraini, una delle voci più critiche verso il modo in cui noi stessi “maltrattiamo” la nostra bella lingua con forme di “servilismo linguistico “ che si manifesta attraverso l’uso di termini inglesi laddove non è assolutamente necessario ( location, welfare,discount, trandy, step, ecc.ecc.), ha manifestato il proprio stupore in occasione dei suoi viaggi in Vietnam, Corea e Cina, della partecipazione di migliaia di ragazzini ( in particolare a Seul), ad un concerto lirico italiano! Ed alla sua domanda: «perché studiate l’italiano?», una ragazzina le rispose: «perché siete la più grande potenza culturale del mondo».

Il ruolo trainante della nostra musica, sia lirica che pop, è stato uno dei motivi più toccati di questa sessione, trovando eco sia nelle parole di Renzo Arbore, guest star dell’evento, che del Sindaco di Firenze Dario Nardella, anch’egli musicista. poiché, ricordava Arbore parlando dei suoi anni giovanili, lui si accostò all’inglese, al francese ed alle altre culture, attraverso le canzoni che più amava in quegli anni ( da Sinatra a Perry Como, da Becaud a Trenet). Perché dunque non sostenere con adeguati mezzi e iniziative la diffusione della nostra musica, quella dei nostri poeti-musicisti che costituiscono una delle nostre eccellenze? Nardella ha proposto un “Erasmus delle arti”, proponendo Firenze quale “sede naturale di un percorso di studi incentrato sulle discipline artistiche, in particolare sulla musica”. I tavoli di discussione hanno riguardato le nuove sfide e i nuovi strumenti di comunicazione, le strategie di promozione, il ruolo degli italoni e delle comunità italiane all’estero.

Non trova invece riscontro nel documento il fatto già sollevato dall’Indro e da autorevoli rappresentanti del pensiero scientifico – che nelle Università italiane abbiano iniziato ad impartire gli insegnamenti scientifici in inglese . Qua là se ne è parlato: anche nella sessione conclusiva tenutasi stamani alla Pergola, due o tre voci si sono levate contro questa scelta, manifestando la loro indignazione. Ma, si sono chiesti, si possono formulare pensieri creativi in una lingua straniera? No, è la risposta che si son dati, confortati dal fatto che secondo la biologa Maria Luisa Valle, ed altri studiosi, l’elaborazione del pensiero avviene nella lingua materna ed allora come fanno i nostri giovani ad elaborare nuove teorie? Marconi e Fermi sarebbero giunti alle loro scoperte pensando in inglese? E’ un aspetto che non può essere ignorato. Altro aspetto che dovrà essere ripreso e approfondito è quello sollevato dalla stessa Maraini: ovvero quello del rispetto delle regole della nostra lingua, oggi troppo trascurate. «La genuinità del pensiero deriva anche dalla parola limpida, Il multilinguismo va bene, è importante, ma ogni lingua è separata dall’altra. Se si parla male, si pensa anche male».  La discussione prosegue ora attraverso la rete: speriamo che accolga anche queste tematiche.

 

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