sabato, novembre 17

L’Italia non ‘s’è desta’, è ferma, ma a Chigi non lo sanno Il fenomeno era apparente non da ieri, i segni erano tutti chiari, bastava ignorarli, percorrere la città a bordo di auto blu con i finestrini oscurati per non vedere

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Evviva, finalmente ci siamo. La grande stampa italiana, dopo alcuni anni di deplorevole negligenza, ha scoperto l’ombrello e anche l’acqua calda. Contrariamente ai pii desideri del Governo, l’Italia nons’è desta’, come recita il nostro ‘buffo’ inno nazionale: l’Italia è ferma.
Se qualcuno a Palazzo Chigi e dintorni legge ancora quelle voluminose e spesso pulciose rassegne stampa mattutine, non avrà potuto ignorare i titoli concordi dei maggiori quotidiani sulla recessione che tutti sperano solo incombente e quindi ancora scongiurabile, ma purtroppo con qualche dubbio.

A un banale osservatore come chi scrive, il fenomeno era apparente non da ieri, non da un anno, ma da molto prima, e i segni erano tutti chiari, bastava ignorarli, voltarsi dall’altra parte, percorrere la città a bordo di auto blu con i finestrini oscurati per non vedere. Per chi, invece, percorre le nostre città a piedi, in bicicletta, in motorino o nei cosiddetti mezzi pubblici -rari, in ritardo e mal gestiti-, il fenomeno primo più appariscente è la morte delle edicole dei giornali. Giornali ormai illeggibili, pletorici, remoti dalla realtà concreta delle cose, sostituiti solo in parte dai quotidiani on-line. Né vi è più alcun acquirente per le migliaia di riviste, relitti di un benessere lontano, dedicate a temi ormai esoterici come l’alta fedeltà, l’archeologia, le scienze, gli orologi da polso, l’arredamento e il turismo. Troppo care quelle riviste e ormai tutto si trova su internet. Un business che si arresta, posti di lavoro che spariscono.

Già che parliamo di internet, altro fenomeno apparentemente ignorato a Palazzo Chigi e dintorni, segnaliamo l’epidemia delle agenzie di viaggio, falciate dalla moda invalsa di farsi i programmi cercando tutto in rete, rinunciando magari all’aiuto di un esperto e fidandosi di sospetti ‘avvisatori di Trip’. Un altro business etc.

Passiamo poi alla vistosa crisi del commercio al minuto.
Chiudono i banchi di quel meraviglioso fenomeno tutto italiano che è, o meglio era, il mercato rionale, una volta sanamente all’aperto. Chi ha il tempo di fare la spesa.
Chiudono i piccoli esercizi alimentari, schiacciati da canoni di affitto che sembrano ignorare la crisi continuando a pretendere somme inverosimili e da una concorrenza della Grande Distribuzione Organizzata, che prolifera ormai a piede libero.
Chiudono a rotta di collo i negozi, non è chi può non avvedersi della moria di un commercio minore che aderiva al territorio, aveva una specializzazione storica in abbigliamento e arredamento, ed era una rete di gente viva, non di avatar come sull’altra rete per antonomasia, il micidiale Web. Vano è dirci ‘ma resteranno i negozi di nicchia per i prodotti di alta qualità’, sì, magari fosse ma quanti, una frazione minima e poi nella miseria generale chi ancora può permettersi le ricercatezze alimentari, i prodotti di pregio con il loro inevitabile maggior costo?
Qualcuno al Governo si è preoccupato di quantificare le centinaia di migliaia di addetti al commercio (commessi, commesse, magazzinieri etc) che nel giro di pochi anni spariranno in un mondo in cui il negozio è diventato solo un recapito per ritirare la merce acquistata on line? Se non altro per capire di quanto si amplierà la platea degli aventi diritto al loro tanto caro reddito di cittadinanza? Un altro business etc.

Ci spiace dare un quadro così poco allegro, e allora, per rallegrarci, passiamo alle banche. Per anni hanno fatto a gara a contendersi le agenzie, rubandosele una con l’altra, espandendosi senza fare i conti con un fenomeno micidiale: il banking on line ha devastato l’occupazione nel settore in maniera pesante. Oggi le agenzie fisiche sono deserte, molte chiudono, ma chi se le compra, tutto si può fare via computer o via telefono cellulare, tutto si paga e si bonifica dal tabaccaio all’angolo (finché dura perché anche il tabaccaio disperato si è messo a vendere la qualunque, perfino gli alimentari, per sopravvivere). Il personale liberato dal fastidioso compito di presidiare sportelli vuoti è stato speranzosamente riciclato in servizi di promozione finanziaria. Per carità, compito utile, anche se foriero di pericoli come dimostrano quei clamorosi casi in cui tali servizi di banche diciamo così poco scrupolose hannopiazzato’ senza vergogna carta straccia nei conti di fiduciosi vecchietti ignari. Ma è un servizio che vivacchia, perché oggi chi ha soldi da investire, e a che rendimento, l’uno per cento lordo a cinque anni magari bloccato? E chi chiede un prestito se la famigerata busta paga, passaporto necessario, si è dileguata con la progressiva scomparsa del tempo indeterminato? È sparito anche, chissà perché, quell’utile servizio che si chiamava ‘Pronti contro termine’, in cui un cliente prestava i soldi alla banca per un certo tempo scontando un interesse decente.
Per dare un raggio di sole in questo scenario temporalesco, pare che i maggiori istituti bancari stiano completando come pitoni pigri la digestione dell’enorme massa di crediti insolvibili che erano riuscite con tanta perseveranza ad accumulare.  

Percorriamo poi l’Italia in lungo e in largo e ammiriamo a fianco della strada, in spesso improvvisate quanto inefficienti ‘aree industriali’, centinaia di capannoni con offerta di affitto, parcheggi deserti, locali di ristoro abbandonati. La piccola e media industria, l’ossatura del sistema, ha le sue colpe, non sa fare sistema, non si consorzia per fare ricerca e sviluppo ormai indispensabili, tira a campare, corre a destra e a sinistra con dispendio di energie, certo, tutto sacrosanto. Ma anche lo Stato ha dato una mano, con la pesantissima burocrazia che ostacola ogni iniziativa, con i controlli fiscali ottusi su industrie nascenti, con l’arretratezza delle infrastrutture, garantendo solo che quando piove per un paio d’ore si interrompa tutto, dalle strade all’erogazione dell’energia elettrica.

Per adesso fermiamoci qui, è un discorso che merita ahimè una seconda puntata. Ma una considerazione interlocutoria va fatta. Quando una nave imbarca acqua non sembra saggio gravarla di altra mercanzia, magari avariata come la nostra immortale e imperitura compagnia di bandiera. Per evitare il peggio si opera la manovra contraria, si chiudono le paratie stagne per restare a galla, e purtroppo a volte si intrappola qualcuno e lo si condanna. Ma l’esperienza insegna che può essere inevitabile.

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