mercoledì, Luglio 28

L’Italia non è un Paese… per nessuno

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bandiera 

 

Noi giornalisti, poiché usare la fantasia è faticoso, molto spesso ci schiacciamo in un tourbillon di luoghi comuni.
Quando ci arrivano notizie su misure apocalittiche riguardanti le pensioni o i servizi sociali per gli anziani, ecco che, in punta di tastiera, spunta l’irritante: ‘Non è un Paese per vecchi‘. E, senza dire né ‘a’ né ‘bà’, lo trasferiamo in pagina, nell’apoteosi della banalità.
Quando, invece, ci tocca scrivere l’articolino di maniera sulla disoccupazione giovanile o sulla difficile situazione delle giovani generazioni, costrette a rimanere nel nido familiare, causa entrate scarse o nulle, va da sé che ci scappa: ‘Non è un Paese per giovani‘.
E lo stesso copione si replica se il soggetto del pezzo è la generazione di mezzo, quella che si vede allungare i tempi della vita lavorativa: ‘Non è un Paese per adulti‘.
Forse sarà giusto un Paese per uomini… perché ne ho visti talmente tanti di titoli che proclamavano ‘Non è un Paese per donne‘ che, solo a pensarci, mi viene la nausea.
E la crisi degli asili nido, dei parchi giochi ci restituisce un: ‘Non è un Paese per bambini‘; così come lo zero assoluto di sostegni ai nuclei familiari (quelli che c’erano, sono stati vanificati da varie ondate di spending reviews succedutesi negli anni) si traduce, senza soffermarsi neanche un momento a ‘ideare’, in ‘Non è un Paese per famiglie‘, così non si prende collera nessuno (perché questo, in fin dei conti, ‘Non è un Paese per italiani‘   -senza aggiungere il corollario che ‘Non è un Paese per immigrati‘… – ed ho detto tutto).

Cosicché, quando mi son trovata di fronte all’ennesima ricerca sociologica internazionale, riguardante una hit parade sui migliori Paesi in cui invecchiare, ero strasicura che l’Italia era giù giù nella classifica, a meno che il criterio non fosse quello di monitorare quale fosse il miglior Paese per invecchiare… anzitempo, con le montagne russe della crisi a farci venire i capelli bianchi.
(Potrebbe, però finanziarsi quella ricerca dell’University of New Mexico, che è arrivata a scoprire che i capelli possono cambiare colore in cinque minuti sottoponendoli al passaggio di fasci di ioni tramite piastra o arricciacapelli).
Per il momento, i capelli bianchi ci restano… se rimaniamo in Italia. Fossimo nati norvegesi, forse ci saremmo annoiati fra i fiordi, non avremmo avuto Michelangelo Buonarroti o Gian Lorenzo Bernini a portata d’occhi, ma avremmo avuto un welfare invidiabile (e infatti lo invidiamo).

Una ong, Help Age International, ha, infatti, stilato la classifica dei Paesi in cui invecchiare è meno traumatico: «Il rapporto, che mette a confronto i welfare dei diversi Paesi, si basa su quattro parametri: salute, sicurezza del reddito, capacità personale e modo in cui il contesto ambientale aiuta l’anziano. La Norvegia primeggia per l’alto reddito pro-capite, per il livello di istruzione degli anziani e per il numero di lavoratori sopra i 60-66 anni. Non brilla nella sanità, dove è ‘solo’ sedicesima», recita ‘La Stampa.
Gli Stati esaminati sono 96 e l’Italia, naturalmente, sta nel gruppone centrale. Subito dopo la Norvegia, infatti, si piazzano Svezia, Svizzera, Canada e Germania (il che dimostra che, lì, i compiti li hanno fatto bene).
La Nazione Ue che sta peggio è la Grecia, 73.ma, e questo non mi stupisce, viste le notizie che arrivano da Atene e la povertà che ha spazzato via anche il ceto medio -qui stiamo correndo incontro al baratro.

Fra gli anziani dei 96 Stati monitorati, quelli messi peggio sono gli afghani, che già ad essere arrivati ad invecchiare rappresenta per loro un successo!
Ma, se confrontiamo i dati dell’anno scorso, gli italiani hanno fatto la corsa del gambero.

Dice il Rapporto di Help Age International: «Rispetto al 2013, la situazione reddituale degli over 60 italiani è peggiorata. L’Italia in questo settore passa dal sesto posto del 2013 al venticinquesimo».
Ovvero, questa è la testimonianza che gli anziani made in Italy sono cascati a capofitto nel crepaccio della povertà, forse anche in considerazione non solo della diminuita capacità di acquisto, ma anche perché sostengono le finanze meno floride di figli e nipoti.
Sempre che, quell’over 60 sia l’asticella reale dell’anzianità. Mi pare che bisognerebbe innalzarla almeno di 10 anni… e per le donne anche di 15.

Provate a chiamare anziana Madame Imelda Marcos, classe 1929, di professione vedova di dittatore e passata alla storia per aver replicato il copione della sfruttatrice del popolo, utilizzando le risorse dell’affamamento dei filippini per togliersi tutti gli sfizi che le saltavano in mente, dai gioielli che sembravano cocci di vetro e, invece, erano clamorosamente veri, alle tremila paia di scarpe che l’hanno affidata alla leggenda. Anch’io condivido con lei l’attrazione fatale per questo accessorio (anche per le borse, precisiamo… così, se vi dovesse capitare di volermi fare un dono…) e c’era un mio boy friend che mi aveva ribattezzata ‘Imelda’.
Ora, però, Madame, oltre alle scarpe perderà anche un’altra ‘piccola’ collezione che esaudiva il suo amore per l’arte e la bellezza.

Si legge su ‘Il Corriere della Sera: «Una quindicina di quadri dal valore inestimabile. Tra questi un Michelangelo, un Monet, un Picasso. Poi Mirò, van Gogh, Gauguin. Tutto appartenente a Imelda Marcos, la moglie del dittatore filippino costretto all’esilio. Una collezione acquisita durante un ventennio di regime e spendendo fiumi di soldi pubblici. Il tesoro è stato posto sotto sequestro dalle autorità di Manila che hanno condotto una certosina investigazione sulle dimensioni della  collezione che dovrebbe comprendere almeno 150 capolavori, di cui, però, non si sa dove siano stati nascosti».
Un’eminenza grigia durante il regime del marito, non ha rinunciato ad avere un ruolo istituzionale: nel 2010 è stata eletta al Parlamento filippino. Donna con le pareti di casa vuote, ma sempre di potere.

Un’altra donna di potere, invece, sta mostrando a ragione il pugno di ferro. Ci vedo lo zampino di Christine Lagarde, Presidente del Fondo Monetario Internazionale, in una delle cinque disposizioni che saranno discusse questa settimana alla riunione dell’FMI in programma a Washington. E’ inflessibile… come lei!
Papale papale, si suggerisce che i banchieri che hanno sbagliato, provocando infinite ripercussioni nelle finanze dei cittadini, devono essere obbligati a restituire i soldi. Quante vite dovranno campare ciascuno di loro per rifondere i danni prodotti? Penso alla bufera Montepaschi e a Giuseppe Mussari costretto a vivere come minimo quindici secoli!

Questa notizia si salda perfettamente con quella dell’incipit: se la qualità della vita degli anziani dipende dal welfare somministrato dai singoli Stati, allora una grande responsabilità ricade anche su quei banchieri che hanno spinto il masso, causa iniziale della valanga della crisi. E dovrebbero pagare tutti, senza pietà.
Siamo stati noi cittadini, uno ad uno, vittime dei loro giochetti irresponsabili, avidi, superficiali. Gli untori che hanno appestato il mondo li manderemo a passare la vecchiaia in Afghanistan!

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