martedì, Settembre 28

L’Italia non è un Paese per giovani Il divario tra generazioni, un calvario generazionale

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L’Italia, è sicuramente, uno dei più bei Paesi del mondo. Per il clima, per il carattere proprio degli italiani: gioviale, generoso e ospitale. Tollerante, a volte troppo, tendente a dare peso ai valori della famiglia, dell’amicizia e, perché no della buona tavola. Vanta un patrimonio storico, artistico e culturale impareggiabile e la sua creatività imprenditoriale nella moda e nello stile è apprezzata in tutto il mondo. Un Paese, storicamente parlando, giovane, che ha creato la sua unicità e unità, amalgamandosi nelle trincee della prima guerra mondiale e nella rinascita economica degli anni del secondo dopoguerra. Un Paese che è allo stesso tempo però, vittima di dure contrapposizioni e di fazioni. Lacerato da forti contraddizioni. Vi è un forte divario fra generazioni, una meno giovane che gode di diritti acquisiti e una giovane che non ne ha e che soffre del più alto tasso disoccupazione in Europa.

L’ultima decisione della Corte Costituzionale, che ha bocciato l’indicizzazione delle pensioni al costo della vita, introdotta nella riforma Fornero, è la prova che le vecchie generazioni non riescono a capire le emergenze di questo Paese: una finanziaria, che esse stesse hanno facilitato a creare e una sociale, la disoccupazione giovanile. La prima è stata causata a partire dagli anni’70 da una visione distorta del welfare che ha reso insostenibile nel lungo tempo il sistema pensionistico e assistenziale. La seconda è stata indotta dalla globalizzazione e dalle mutate esigenze del mercato del lavoro. Le cause che stanno alla radice di queste due gravi emergenze sono quindi in parte di natura esogena e in gran parte di natura endogena.

L’Italia non è più giovane, registra la minor percentuale di giovani rispetto alla sua popolazione e per di più, demograficamente, continua a non crescere. Così, nella situazione attuale, qualsiasi volontà di riformare, viene opposta da interessi di categoria. E ogni categoria ha la sua rappresentanza in Parlamento.

Al di là della discutibilità del Premier Matteo Renzi, che ha cavalcato, politicamente, l’esigenza di cambiamento rispetto al passato, ciò che andrebbe cambiata è la mentalità. Quella che si oppone a qualsiasi novità, anche quella che suggerisce un sacrificio a beneficio di chi verrà dopo. Un egoismo generazionale che difende privilegi e diritti acquisiti, senza pensare che il costo lo stiamo pagando noi giovani. Poi vi è anche una mentalità un po’ antiquata come quella di alcuni genitori che pensano che il far prendere più lauree al proprio figlio, aiuti nelle chances lavorative, invece di incentivare la flessibilità e la mobilità. Il fatto è che il mondo è cambiato, con esso il mercato del lavoro e le sue esigenze. L’università italiana non ha saputo adattarsi ai tempi e un giovane neolaureato è spesso più un bagaglio di nozioni che di esperienze. Anche le università, salvo alcune eccezioni, sono ormai più dei poltronifici che dei laboratori. In questo contesto uscire dall’università è quasi come uscire da scuola.

Finita l’università, passati una serie di stage non pagati e collaborazioni saltuarie, i giovani rimangono più tempo in famiglia. Lo stipendio dei padri ma più spesso le pensioni dei nonni aiutano e sostengono. Fino a quando ?

Oltre a ciò si aggiungono le immancabili raccomandazioni che facilitano il tramandare della professione dai padri ai figli, per chi se lo può permettere e per chi ha già una professione avviata da parte di un proprio genitore, vedi avvocati, giudici, farmacisti, architetti e via oltre. Una tradizione che dura dal medioevo. In Italia si conoscono, infatti, molti meno casi di successo dal nulla rispetto, per esempio, agli Stati Uniti, dove l’essere figlio di è meno importante che in Italia.

Poi, come dimenticare tutti i problemi che attanagliano l’Italia da quasi cinquant’anni. La corruzione, la burocrazia, l’alta pressione fiscale, una magistratura lenta e a volte troppo politicizzata, un sindacato autoreferenziale, una politica che nutre esclusivamente il proprio consenso elettorale e non persegue il bene comune. Infine una montagna di leggi inutili, che legata a filo stretto con la burocrazia, disincentiva la normale attività economica.

Ora che la congiuntura è favorevole, la domanda globale è finalmente in ripresa e la politica monetaria espansiva di Mario Draghi sta immettendo liquidità nel sistema bancario e quindi, facilitando l’accesso al credito, le chances di cambiamento sono più vicine. Soprattutto per fare tabula rasa di tutto ciò che è stato fatto per impedire all’Italia di crescere. Ma tutto parte dal cambiare la mentalità.

 

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