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L’Italia non aiuta le guide turistiche image

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La professione di guida turistica è regolata, in Italia come in altri Stati europei, da un corpus normativo che nel nostro caso è anche complesso e antico. Oggi come oggi fare la guida turistica in Italia è complicato da diverse questioni: la crisi, la complessità normativa e una serie di vicende che intersecano livelli locali, nazionali ed europei.

Secondo ANGT – Associazione Nazionale Guide Turistiche – è in pericolo lo stesso il riconoscimento della professionalità delle guide, mentre l’applicazione di leggi europee estende la possibilità di esercitare la professione di guida dal livello locale a quello nazionale (la competenza e conoscenza dei territori e della loro storia risulta sminuita) e addirittura a tutti Stati Membri dell’UE o -tramite tour operator con sedi operative in Europa- a guide provenienti da tutto il mondo.

Recenti i dati di un convegno organizzato da Formez e Federculture (12 febbraio 2014) sulla situazione del turismo, settore chiave per l’economia nazionale. Se guardiamo ai dati generali di crescita del prossimo 2014, però, il previsto +0,7% non basterà a far tornare il buonumore nel mondo delle nostre imprese. È prevista una crescita della capacità di spesa degli italiani (+0,2%) praticamente nulla e se manca la capacità di spendere il mercato non si riprende.  Questo perché secondo la cosiddetta ‘legge europea’ del 6 agosto 2013 (in vigore dal 4 settembre) si può arrivare in Italia portandosi la guida dall’estero, secondo la normativa del Paese di origine, e dunque senza fare ricorso ai servizi in loco dei nostri professionisti del turismo.

Alcuni anni fa l’approvazione della cosiddetta Legge Bersani (la 40/2007) diceva infatti  che “Ai soggetti titolari di laurea o diploma universitario in materia turistica o titolo equipollente non può essere negato l’esercizio dell’attività di accompagnatore turistico, fatta salva la previa verifica delle conoscenze specifiche quando non siano state oggetto del corso di studi”. Questa norma è stata abrogata nel 2011, nella grande insoddisfazione delle associazioni di archeologi e storici dell’arte, che ricadono nuovamente nelle normative locali per l’esercizio della professione di guide. E se sono stati esclusi dalla professione i laureati italiani -apparentemente perché la loro competenza generale non basta a illustrare le bellezze monumentali e le peculiarità paesaggistiche del nostro ricco territorio nazionale- la vicenda è stata surclassata dall’approvazione della legge europea.

Secondo Marcella Bagnasco (presidente dell’ANGT), si è trattato da un lato di un’erronea interpretazione delle norme vigenti e dall’altro di una serie di pressioni esercitate dai tour operator internazionali per accedere al mercato turistico culturale italiano. L’Associazione delle guide ha rappresentato la difficoltà del settore partecipando alla manifestazione nazionale del 18 febbraio 2014 organizzata da R.ETE. Imprese Italia (Casartigiani, Cna, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti) per sollevare l’attenzione sulla crisi per le imprese italiane. Sono migliaia le imprese che hanno chiuso i battenti negli ultimi anni e anche il turismo vive momenti difficili. L’ANGT sottolinea l’importanza di prestare la massima attenzione a uno dei settori che sono ancora il cardine dell’economia italiana.

Abbiamo chiesto Marcella Bagnasco di spiegarci come funziona la normativa delle abilitazioni su scala europea:  “Non ci sono obblighi di formazione, ma in generale si prevede un esame di abilitazione, delle ordinanze o delle attività di formazione regolamentata, che per l’Europa è grosso modo come avere una legge per l’esercizio della professione. Le professioni regolamentate, come la nostra o quella degli accompagnatori turistici, i direttori di agenzia e le guide alpine, tanto per citare alcune delle categorie del turismo, hanno in Italia una regolamentazione nazionale. Si parla dell’applicazione “di un principio di sussidiarietà dello Stato che riguarda tutti i beni culturali.

In Italia le guide esistono da quando esiste lo Stato italiano e anche prima perché, prosegue Bagnasco “Il nostro patrimonio, unico per consistenza e importanza, era già considerato meritevole di regolamentazione nel 1800”. Non si trattava, allora come oggi, solo di spiegare la nostra cultura, ma anche di “tutelare i visitatori richiedendo alla guida -oltre alla competenza- una fedina penale pulita”. Circa 100 anni dopo, nel 1983, l’articolo 11 della legge quadro n. 217 faceva un elenco dettagliato “delle attività professionali del turismo e descriveva le guide come chi, per professione, accompagna persone singole o gruppi di persone nelle visite ad opere d’arte, a musei, a gallerie, a scavi archeologici, illustrando le attrattive storiche, artistiche, monumentali, paesaggistiche e naturali. La conoscenza del territorio è il punto chiave, anche in termini di sicurezza. “Durante l’alluvione delle Cinque Terre di alcuni anni fa almeno cinque guide sono state capaci di portare in salvo i turisti loro affidati, cosa che non è possibile se non si conosce a menadito il territorio”. “Le differenze anche idrogeologiche tra le regioni -prosegue Bagnasco- sono notevoli. Per esempio la Sicilia ha un paesaggio con forme squadrate di ascendenza araba e le guide sono in grado di spiegare il perché esista tale organizzazione”.

Poi sono ‘arrivate’ l’Europa e la norma Bersani. Secondo Marcella Bagnasco “la norma sui laureati era sbagliata perché la laurea fornisce la cultura, ma non la conoscenza specifica dei territori. Sarebbe meglio richiedere la laurea come titolo di base e poi imporre una formazione specifica territoriale”.  La legge Bersani diceva però anche qualcosa di più grave e cioè che -ferma restando la necessità di conoscere la lingua italiana e il territorio di riferimento- ”I soggetti abilitati allo svolgimento dell’attività di guida turistica nell’ambito dell’ordinamento giuridico del Paese comunitario di appartenenza operano in regime di libera prestazione dei servizi senza necessità di alcuna autorizzazione, né abilitazione, sia essa generale o specifica. Ecco che interpretando solo la parte conclusiva e senza tenere conto di aspetti linguistici o  territoriali “in tutto il mondo si è semplicemente ritenuto che la professione fosse liberalizzata. Questa stessa frase è stata inserita anche nell’articolo 3 della successiva legge europea del 2013.

Basta dunque un’abilitazione da guida (o il riconoscimento della possibilità di fare la guida turistica) nei paesi di origine per poter esercitare la professione anche in Italia. In regime “di libera prestazione di servizi”, anche guide extra europee, canadesi o australiane, lavorano in Italia se il loro tour operator ha una sede in Europa. Si evita così di incorrere nelle normative per il riconoscimento delle professionalità extra europee (equipollenze, esami, verifiche). Per sanare il caso di infrazione EU Pilot 4277/12/MARK alla cosiddetta ‘Direttiva servizi’, la legge 97 del 2013 determina così che le guide turistiche possano esercitare la professione negli stati Membri in regime di libera professione, e su tutto il territorio nazionale, senza necessità di ulteriori autorizzazioni o abilitazioni. In questo modo anche le guide italiane acquisiscono la possibilità di esercitare in tutta Italia.

Durante il convegno del 12 febbraio, infine, Roberto Grossi, presidente di Federculture, ha detto che “il turismo culturale rappresenta il 39% del mercato turistico italiano e potrebbe arrivare al 50% nei prossimi tre anni gestendo in modo efficiente un patrimonio spesso abbandonato e attuando politiche integrate nei territori”. E se, secondo CISET, nel 2014 è previsto l’aumento dei flussi dall’Europa Centrale e l’Incoming da tutto il mondo, il nodo del legame tra territorio e cultura resta ancora stretto sul tavolo di discussione degli operatori economici e culturali.

 

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