martedì, Settembre 28

L'Italia nell'ONU Intervista all’Ambasciatore Francesco Paolo Fulci

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Onu palazzo

Sono trascorsi quasi sessant’anni dal quel 14 dicembre 1955, data che segnò nel calendario italiano il tanto atteso ingresso nell’Onu. Una conquista resa possibile non senza numerose lotte diplomatiche combattute per ben dieci anni, a partire dalla famosa Conferenza di San Francisco del 26 giugno 1945, evento per cui l’Italia si era invano adoperata a parteciparvi, data la sua esclusione. Un rapporto non tutto rose e fiori, una storia intrisa di delusioni e soddisfazioni. Tra le prime, appunto, la storica delusione nel non aver potuto presiedere ad un evento in cui si stavano realmente gettando le fondamenta della nuova costruzione mondiale a seguito dei più importanti conflitti che l’avevano stravolta: una decisione definita dal grande intellettuale Benedetto Croce come ‘une faute’, uno sbaglio.

Erano gli anni del dopoguerra, quelli in cui gli animi brucianti di un popolo ferito pesavano sempre più come un macigno in un Paese che fece però, di quella pesante scomunica, un profondo motivo di ripresa intriso di orgoglio e determinazione. Un’attesa che, seppur ‘umiliante’, come osò definirla Alberto Folchi in un suo discorso alla Camera, dovette superare i problemi derivanti dal riconoscimento della Cina popolare  -che considerava l’Italia un paese ancora nemico- e la polemiche contemporanee suscitate da una possibile entrata dell’Austria. A ciò si aggiungevano poi sentimenti forti, nascenti tra le file della sinistra filosovietica italiana, che rafforzavano ancora di più l’ostacolo ideologico di un Paese che -secondo tale pensiero – aveva pagato in quel modo la scelta di allearsi a fianco degli Stati Uniti, a partire dall’Armistizio di Cassibile.

Oggi, l’Italia, nonostante le numerose problematiche interne che la attanagliano e che è chiamata quotidianamente a risolvere, continua ad essere il primo finanziatore delle operazioni dei caschi blu nel mondo ed il settimo contributore al bilancio del peacekeeping delle Nazioni Unite, tra i Paesi occidentali. Un ruolo di primaria importanza, quello italiano, se consideriamo l’impegno profuso nel corso degli anni anche in campo  militare: dalla missione UNIFIL (United Nations Emergency Force) nata già nel marzo 1978 dopo l’attacco israeliano in Libano e che oggi vede schierati circa 1.100 militari italiani sotto il comando del Generale Luciano Portolano, all’attività di formazione del personale di polizia provenienti da numerosi Paesi, addestrati presso i vari centri Onu in Italia, dal COESPU di Vicenza al Centro Globale di Servizi di Brindisi. Insomma, la politica estera del Governo italiano non si è mai sottratta dallo svolgere quello che viene sentito come un ‘dovere morale’: il sostegno costante ad un’organizzazione internazionale che si propone di prevenire nuovi potenziali conflitti, attraverso la risoluzione di quelli già esistenti.

Non si può dimenticare, ripercorrendo qualche passo indietro, l’importante ruolo che l’Italia svolse durante gli anni novanta nel porre freno ai terribili stermini che vedevano protagonisti Paesi africani come il Mozambico o la Somalia; impegno all’interno dell’Onu testimoniato dal fatto che gli stessi accordi di pace tra Governo mozambicano e la RENAMO furono siglati proprio a Roma nel 1992. Allo stesso modo, il compito svolto nell’operazione di peacekeeping in Albania nel 1997, anno in cui l’Italia usciva dal Consiglio di Sicurezza dopo la sua elezione nel biennio 1995-1996 in qualità di membro non permanente. Posizione che poi ricoprì per la sesta volta nel biennio 2007-2008, periodo di grande visibilità per un Paese come l’Italia che, poco prima, si era fatta promotrice di una proposta di moratoria sulla pena di morte, approvata con successo dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Quell’occasione fu, infatti, un evento storico di non poca importanza, dato che all’interno del Palazzo di Vetro proposte come queste erano, ormai da anni, destinate a naufragare. Un messaggio che, seppur non vincolante per quei Paesi che tutt’oggi applicano la pena di morte, risuonò come un eco simbolico ma fortemente intimidatorio.

Da sempre sostenitrice di una politica di ‘multilateralismo’ volta a stabilire maggiori cooperazioni tra i Paesi del mondo, oggi però l’Italia deve far fronte a problemi non meno importanti che la riguardano da vicino. Problemi a cui non sempre la diplomazia nazionale riesce a dare delle risposte rapide, a fornire delle soluzioni. Ecco perché, in queste circostanze, il ruolo di organizzazioni sovranazionali come l’Ue e l’Onu dovrebbe rappresentare un ulteriore scudo di difesa e di rassicurazione, al fine di fungere da efficace mezzo di risoluzione delle controversie che vedono protagonisti gli stessi Stati. Ma è davvero sempre così? Cosa succede quando interessi contrapposti si incrociano fino a scontrarsi? In che modo la Nazioni Unite possono intervenire? Ne abbiamo parlato con un diplomatico di lungo corso, Francesco Paolo Fulci, già Ambasciatore presso le Nazioni Unite dove ricoprì anche le cariche di Presidente del Consiglio economico e sociale (ECOSOC) e del Consiglio di Sicurezza. Oggi è Presidente della Ferrero S.p.A.

 

Sono quasi 60 anni che l’Italia fa parte dell’Onu, traguardo raggiunto dopo dieci anni di guerre diplomatiche. Lei stesso commentò l’esclusione dell’Italia dalla Conferenza di San Francisco (che diede vita appunto all’Onu) come un ‘torto’, dato che l’Italia era già alleata degli Usa dal 1943. Oggi però lo scenario internazionale sembra molto cambiato da quello che caratterizzò il clima della guerra fredda: quanto pensa sia importante l’attuale ruolo dell’Italia nell’Onu?

Dal secondo dopoguerra la politica estera italiana ha poggiato, costantemente, su tre grandi pilastri: la NATO, per la nostra difesa, l’Unione Europea, per la nostra crescita economica e politica, e le Nazioni Unite per la loro universalità. All’ONU oggi sono membri 193 Stati, tutti quelli, cioè, che compongono la comunità internazionale, nessuno escluso. A tratti, a questi tre pilastri se ne è aggiunto un quarto: il Mediterraneo. Ma quest’ultimo senza continuità, a seconda degli umori dei Governi e degli uomini che si sono succeduti alla guida del nostro Paese. Specificamente, rispetto all’ONU, il ruolo dell’Italia nell’Organizzazione è stato sempre di altissimo livello. A dimostrarlo, cifre e fatti concreti. Da molti anni siamo il settimo maggior contribuente, in assoluto, al bilancio ordinario annuale, con un ammontare del 4,448% pari a 113,5 milioni di dollari. Veniamo dopo solo a USA, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito e Cina. Addirittura, in alcuni degli anni Novanta l’Italia era stata la quinta maggior contributrice, prima di Regno Unito e Cina.  La nostra partecipazione alle operazioni di pace, svolte o avallate dal Consiglio di Sicurezza, è tra le più importanti in assoluto: per il tributo di sangue versato dall’Italia (171 caduti), per la consistenza dei contingenti di militari e in termini di sostegno economico. Ci è stato affidato il comando di varie operazioni di pace (Operazione Alba nel 1997; quella in Kashemir; l’altra al confine tra Iraq e Kuwait; oggi UNIFIL, in Libano). Altro esempio: quando rappresentavo l’Italia nel C.d.S. (di cui per due mesi siamo stati Presidenti nel biennio 96-97), venivo sollecitato ad assegnare ad alcune tra le più difficili missioni nella ex Jugoslavia i nostri carabinieri. Perché? Perché erano particolarmente apprezzati dalle popolazioni locali, oltre che per l’efficienza e l’efficacia, per le loro doti profondamente umane. Non solo, in passato (nel 1965 si fece appello ad Amintore Fanfani per la guida dell’Assemblea Generale da parte del Gruppo Occidentale: quell’anno la carica, per rotazione, spettava a quest’ultimo Gruppo, ma era insidiata dal Ministro degli Esteri  jugoslavo, Koca Popovic, alla testa del Movimento dei ‘non allineati’ che si andava forgiando proprio in quell’epoca). Inoltre l’Italia ha spesso dato suoi rappresentanti per la presidenza dei maggiori organi dell’ONU, come ad esempio nel 1999 all’ECOSOC, il Consiglio Economico e Sociale. Ancor oggi il Presidente dell’influente Seconda Commissione dell’Assemblea Generale è il nostro Rappresentante Permanente, l’Ambasciatore Sebastiano Cardi, un veterano dell’ONU, che già da giovane funzionario vi aveva prestato apprezzatissimo servizio, e ne conosce quindi profondamente tutti gli aspetti, le difficoltà, ma anche le grandi potenzialità. Si potrebbe continuare. Tra il 1993 e il 1999, l’Italia vinse all’ONU ben 27 elezioni ad importanti Consigli, Commissioni ed altri organi societari delle Nazioni Unite, perdendone una sola per un voto: un vero record, ancor oggi ineguagliato da altri Paesi!

Ed il ruolo dell’ONU per l’Italia? Quali sono stati i casi più importanti in cui anche l’Italia si affidò all’Onu per dirimere le controversie della storia? 

Storicamente va innanzitutto ricordato che fu proprio grazie alle Nazioni Unite se l’Italia, all’indomani del conflitto, perduti Briga e Tenda, l’Istria, l’Egeo e tutti i territori africani, tornò a vedersi affidata la Somalia in amministrazione fiduciaria. E fu sempre grazie all’ONU se, a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, evitammo ulteriori mutilazioni del territorio nazionale, con l’Alto Adige che ci veniva conteso dall’Austria.  C’è altro. Grazie alla FAO, al PAM (Programma Alimentare Mondiale), all’IFAD (International Fund for Agricultural Development) di Roma, lo Staff Center (centro di addestramento professionale, di Torino) e alla base logistica di Brindisi, l’Italia è divenuta il terzo grande polo nell’ONU, dopo New York e Ginevra. Ancora, fu a Roma che si tenne, alla fine degli anni 90, la Conferenza istitutiva del Tribunale Penale Internazionale, un’istituzione che per decenni aveva costituito una sorta di irraggiungibile chimera per le stesse Nazioni Unite. Né si può dimenticare che ogni anno, a fine settembre, a margine della sessione inaugurale dell’Assemblea Generale, New York diviene il luogo privilegiato per innumerevoli contatti e colloqui del nostro Primo Ministro e del Ministro degli Esteri per trattare argomenti di reciproco interesse con i loro omologhi degli altri 192 Paesi. In realtà, infatti, l’ONU costituisce un indispensabile foro di risoluzione delle controversie e di promozione dei propri interessi e dei propri valori, in quanto unica organizzazione a vocazione davvero universale. E anche se qualche volta (per fortuna poche) azioni belliche sono state iniziate senza la prevista autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, sempre all’ONU si è poi dovuti tornare per ottenere tregue e concludere accordi di pace, e per le necessarie opere di ricostruzione delle istituzioni e dei luoghi sconvolti dalle guerre.

Recentemente l’Italia ha annunciato l’internazionalizzazione del caso Marò con il coinvolgimento dell’Onu. Eppure l’ex Ministro degli Esteri, Emma Bonino, aveva accolto con rammarico la risposta del segretario generale dell’Onu, Ban ki-moon, quando definì la vicenda “una questione bilaterale”. Quanto attualmente l’Onu potrebbe essere realmente d’aiuto all’Italia per risolvere il caso in questione? Se oggi fosse stata membro non permanente del Consiglio di Sicurezza (così come lo era nel biennio 2007-2008), avrebbe avuto forse  maggiore voce in capitolo? 

L’internalizzazione della vicenda dei Marò in India prevedrebbe un arbitrato ai sensi della Convenzione sul diritto del mare (UNCLOS). Si tratta di una Convenzione negoziata in ambito ONU, ma questo non vuol dire che l’ONU avrebbe un ruolo diretto. Le autorità italiane hanno peraltro affermato di voler esperire tutti i possibili canali bilaterali prima di passare a una fase ulteriore.  Il Segretario Generale dell’ONU è intervenuto ripetutamente sul caso, a cui dedica diretta attenzione, da un lato rammaricandosi di una controversia tra due “importanti Stati membri delle NU”, dall’altro esprimendo preoccupazione per le possibili ripercussioni che essa potrebbe avere sulla lotta internazionale alla pirateria e al terrorismo. L’ipotesi di maggiore voce in capitolo ove l’Italia fosse stata membro non-permanente del CdS è un’ipotesi astratta. Personalmente, alla luce dell’andamento della controversia, non credo avrebbe fatto molta differenza.

L’Italia è uno di quei Paesi che ha fornito aiuto ai curdi per sconfiggere il terrorismo. Anche per questo oggi si espone in prima linea come obbiettivo nemico dell’Isis. Lo chiamano ‘jihad di ritorno’. Lo stesso Premier, Matteo Renzi, ha da poco annunciato l’appoggio italiano alla risoluzione anti-Isis dell’Onu. In che modo l’Italia potrebbe far valere le sue ragioni in tale sede, ottenendo maggiore protezione da questa minaccia? 

Quello dell’ISIS è un fenomeno che, per l’efferatezza delle atrocità commesse e tuttora compiute, non ha precedenti nella storia moderna. Neppure lo stesso Bin Laden si era spinto a tanto. È un fenomeno quindi che va combattuto e stroncato con la massima urgenza e la massima determinazione. Benissimo ha fatto quindi il nostro Governo a schierarsi subito, e con ogni mezzo possibile, a lato della vasta ‘coalition of the willing’ che si è formata per contrastare il gravissimo fenomeno. La recente decisione turca di consentire il passaggio dei valorosi ‘peshmerga’ curdi accorsi ad aiutare i loro fratelli in pericolo nell’Irak ed in Siria, e quella di Obama di inviare un contingente di 1.500 uomini sul teatro del conflitto (i raids aerei non servono a presidiare il territorio!), sono un buon avvio per una soluzione definitiva e radicale del tristissimo fenomeno.

Sappiamo bene che l’Italia occupa un ruolo di primo piano in materia di assistenza umanitaria, finanziando fondi come il CERF (Central Emergency Response Fund). Quali azioni potrebbe intraprendere l’Onu, al di là di quelle dell’Ue, al fine di sostenere la penisola Italiana nel difficile ruolo di gestione dell’ingente afflusso migratorio?

Va ricordato innanzitutto che il Segretariato dell’ONU ha ripetutamente sottolineato l’ingente sforzo italiano nel salvare vite umane nel Mediterraneo, sottolineando che l’Italia non poteva essere lasciata sola ad affrontare un fenomeno di così vaste dimensioni. Da un lato contribuiamo attivamente alle attività dell’ONU volte ad affrontare alla radice le cause dei fenomeni migratori (operazioni di mantenimento della pace, lotta alla povertà, programmi di ‘institution building’, fornitura di aiuti d’emergenza, ecc…). Dall’altro sollecitiamo un ruolo profilato delle Agenzie dell’ONU coinvolte come l’UNHCR con sede a Ginevra, che peraltro già collabora con le autorità italiane nella gestione dei flussi in arrivo. E’ però prima di tutto necessario un maggiore sforzo collettivo di tutta l’Unione Europea, come da tempo chiede l’Italia, nel contrasto e nella gestione di questo drammatico fenomeno alle frontiere esterne dell’Unione, e come si sta cominciando a fare.

 

Organizzazioni internazionali come quelle delle Nazioni Unite, dovrebbero rappresentare uno strumento strategico non solo a difesa della pace internazionale ma anche a favore di quei Paesi che, facendone parte, aspirano a conquistarsi una posizione sempre più rilevante all’interno dei processi decisionali entro cui opera tale organizzazione, fermi restando i dubbi sul ruolo, sul funzionamento e sulla reale incidenza dell’Onu nei diversi scenari di crisi, che hanno alimentato negli anni anche l’ampio dibattito sul come riformare l’Organizzazione. Quello della riforma del Consiglio di Sicurezza, per esempio, è  un tema che da ormai troppi anni produce accese discussioni e scarse soluzioni. L’Italia, dal canto suo, partecipa attivamente a tali discussioni già dalla fondazione dello Uniting for Consensus Gorup, avvenuta nel 1995 per volere dell’Ambasciatore Fulci, al fine di frenare il chiaro intento dei Paesi del G4 (Brasile, India, Giappone, Cina) di ottenere in via definitiva un seggio permanente all’interno del Consiglio, a discapito quindi di Paesi come l’Italia. Secondo l’Ambasciatore Sebastiano Cardi, rappresentante permanente all’Onu, «l’unica via d’uscita è il compromesso, una soluzione in grado di raccogliere il più vasto consenso politico possibile, una via di mezzo tra quelli che appoggiano un incremento dei singoli seggi permanenti e quelli che, come il’UFC, preferiscono l’istituzione di seggi non permanenti».

Tante, diverse proposte che tuttavia rimangono ancora lì, aggrappate ad un muro di incertezza che fa da protagonista ad uno scenario internazionale del tutto mutato rispetto a quello emerso dalla seconda guerra mondiale, eppure sempre in balìa di correnti opposte, incompatibili, troppo spesso inconciliabili.

 

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