lunedì, Settembre 27

L'Italia nell'oceano della globalizzazione I prodotti che contraddistinguono il Bel Paese nel Mondo

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Certo, l’impatto è politico, accademico e d’opinione prima che concretamente economico. Tuttavia, forse come mai dagli anni ‘60-’70, cioè da quella terza rivoluzione industriale che ha stravolto il pianeta con l’avvento dell’elettronica e dell’informatica, oggi la globalizzazione viene messa in discussione alla radice, mentre si allarga il consensus scientifico, intellettuale e addirittura tra le leadership politiche che contesta l’assunto secondo cui deregulation, caduta delle barriere e apertura dei mercati possano davvero contribuire a migliorare la condizione generale dell’umanità. Intendiamoci, i movimenti ‘no-global’ o ‘new-global’ esistono almeno da un ventennio a questa parte e hanno contribuito a scrivere pagine storiche tanto importanti quanto, a volte, traumatiche. Ma è solo da poco tempo che i nemici di Adam Smith danno l’idea di poter incidere sugli assetti planetari attraverso il ritorno ai localismi, alle piccole (o medie) patrie (difese sempre più spesso con i fili spinati), alle specificità economiche e culturali. O almeno attraverso un pensiero che chiede regolazione dei fenomeni, che evoca il primato della politica sull’economia e che quantomeno coniuga il globale al locale, ‘glocal’ appunto.

Mercati e concorrenza senza barriere, delocalizzazioni delle produzioni, spostamenti fulminei del grande capitale secondo molti hanno accentuato le diseguaglianze e smesso di migliorare la qualità della vita del “99%”, ossia della gente normale. Dilaga la convinzione che una casta finanziaria e tecnocratica ristrettissima si sia presa tutti i vantaggi del “villaggio globale”, lasciando gli svantaggi alla gran parte della popolazione.
Insomma, la domanda di José Mujica è oggi quantomai impellente: stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione governa noi? E soprattutto, venendo alla nostra piccola Italia: per noi è meglio navigare nel mare aperto di una deregulation sempre più spinta oppure determinate regole e barriere rappresentano un porto sicuro?
Guardiamo l’esempio più recente e clamoroso di rigurgito anti-global: la Brexit. Siamo di fronte a scenari senza precedenti, la Gran Bretagna ha imboccato infatti una via che nessuno sa dove porterà. In ogni caso, l’ipotetica uscita del Regno Unito dall’Unione europea potrebbe arrecarci qualche danno in termini di crescita. Confindustria stima un -0,6% di Pil cumulato nel 2016-2017, in pratica poco meno di 10 miliardi di ricchezza che verrebbero a mancare. L’Italia potrebbe pure vedersi accollare una porzione dei 5,5 miliardi medi annui per i quali la Gran Bretagna è contributore netto dell’Ue, ma sarebbe una cifra da dividere proporzionalmente tra 27 membri, dunque briciole. Dall’altra parte, è pur vero che una ipotetica maggiore difficoltà di circolazione delle persone dalla Ue verso il Regno Unito potrebbe favorire il turismo in Italia, così come il nostro Paese potrebbe giovarsi finanziariamente e commercialmente dell’innalzarsi di barriere regolamentari sulla Manica. Certo, le conseguenze di Brexit sono tutte da vedere, eppure la Penisola non appare tra i Paesi che più debbano preoccuparsi di un’eventuale uscita dell’Uk.

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