domenica, Agosto 1

L’Italia, l’Ue e il gas russo field_506ffb1d3dbe2

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Dallo scorso marzo, quando si è consumata la crisi in Ucraina con la secessione della penisola di Crimea a favore della Federazione russa, è diventato evidente quanto le importazioni di idrocarburi dalla Russia siano diventate importanti nell’ambito delle decisioni di politica estera degli Stati europei.

L’agenda internazionale del vecchio continente al riguardo è stata, infatti, condizionata profondamente dalle relazioni economiche in essere tra il Governo di Mosca e i singoli Stati Ue, specie riguardo alla fornitura di gas naturale.

La diversa intensità con cui i membri dell’Unione europea sono legati economicamente (e dal punto di vista energetico) alla Russia è una delle principali ragioni per cui le posizioni assunte dagli Stati membri sono state cosi carenti, dal punto di vista della coesione e nella compattezza, contro il Governo di Mosca.

L’annessione della Crimea da parte della Russia (atto peraltro non riconosciuto dalla maggior parte delle democrazie occidentali) ha generato nei Paesi dell’Ue una serie di reazioni differenti, che hanno visto Paesi come Slovacchia, Ungheria e Bulgaria (le Repubbliche baltiche e i Paesi ex sovietici, tanto per intenderci) assumere posizioni di forte intransigenza nei confronti del comportamento del Cremlino, auspicando una vigorosa reazione da parte dell’Occidente. Reazione che non c’è stata, almeno inizialmente.

Le Nazioni più ‘centrali’, come Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna hanno assunto posizioni molto più moderate nei confronti della Federazione Russa, mentre gli Stati Uniti si sono limitati a condannare l’accaduto e, solo in seguito, hanno reagito proponendo una serie di sanzioni economiche contro Mosca e, solo recentissimamente, con lo stanziamento di un miliardo di dollari per il dislocamento di nuovi contingenti militari in Europa orientale (stanziamento che dovrà passare prima al vaglio del Congresso Usa).
Un ombrello sotto il quale molti degli Stati europei si sono affrettati a prendere posto e che ha dato nuova sicurezza soprattutto a quelli periferici contro le spinte inclusive dei progetti della Federazione russa (leggi Unione Eurasiatica).

Solo in seguito ad un maggiore decisionismo americano, quindi, in Europa si è assistito a una certa spinta verso un agire coeso. Resta comunque da vedere quale sarà la risposta del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin alla firma avvenuta venerdì scorso a Bruxelles del trattato di associazione all’Unione Europea, non solo dell’Ucraina del Presidente Petro Poroshenko, ma anche della Moldova e della Georgia, regioni che la Russia considera da sempre sotto la propria sfera dinfluenza. L’Ucraina, in particolare, rappresenta (anche senza la Crimea) una regione di alto valore strategico per Mosca.

Dall’Ucraina transitano, infatti, circa il 60 per cento dei gasdotti che trasportano il prezioso idrocarburo verso i Paesi europei, (tra i quali l’Italia) ed è da solo un grandissimo consumatore di gas, per il quale dipende per il 90 per cento dagli approvvigionamenti russi. Per il Governo di Mosca ciò rappresenta, però, una forte vulnerabilità. La compagnia ucraina di distribuzione del gas (la Naftogaz) è una cattiva pagatrice che ha già costretto la Russia a contenziosi che sono sfociati in vere e proprie crisi nel 2006 e nel 2009.

Date le condizioni precarie dell’economia ucraina e per evitare di dover interrompere le forniture al resto d’Europa nel caso di un nuovo contenzioso, Gazprom (la compagnia che gestisce estrazione e distribuzione del gas nella Federazione russa) ha avviato insieme ad Eni, alla tedesca Wintershall e alla francese Edf e con la collaborazione di Saipem, i lavori di una conduttura di trasporto idrocarburi (South stream) che aggirerà il territorio ucraino con un tratto off-shore che attraverserà il Mar Nero (dalla costa russa di Beregovaya fino a congiungersi con quella bulgara di Varna) e che sarà ultimata nel 2015.

Ad ogni modo, le ragioni di un comportamento cosi ambiguo da parte degli Stati europei deve essere ricercata soprattutto nell’ampiezza (o nella scarsità) delle loro disponibilità energetiche.

Bisogna tenere presente che la Federazione Russa gode di una particolare ricchezza di risorse naturali: è la più grande produttrice mondiale ed esportatrice di gas naturale, con il 60 per cento delle riserve mondiali ed è la più grande produttrice mondiale di petrolio, seconda per esportazione con il 10 per cento delle riserve mondiali.

Inoltre, sempre dal punto di vista energetico, è la seconda Nazione al mondo per grandezza di giacimenti di carbone e possiede considerevoli riserve e tecnologie produttive nel campo idroelettrico e nucleare.

Queste enormi disponibilità, miste all’incremento dei prezzi delle fonti d’energia degli scorsi anni, hanno fruttato alla Russia l’accumulo di massicce riserve di capitale che il Governo di Mosca ha impiegato, tra l’altro, nell’espansione nei mercati europei e nel Mediterraneo delle grandi società energetiche russe, come la Gazprom.

Tenendo presente tutti questi fattori, bisogna considerare che l’Italia, più di tutti gli altri Paesi europei, si trova in una posizione particolare dal punto di vista energetico, ma anche politico ed economico. Prima di tutto perché, a differenza di Francia, Germania e Gran Bretagna che dispongono di risorse che provengono anche da massicci investimenti sul nucleare, l’Italia può contare solo su una limitata parte di risorse energetiche di autoproduzione.

Bisogna dire, comunque, che nel corso degli anni l’approvvigionamento italiano è stato ampiamente diversificato, acquistando da una molteplicità di Paesi fornitori le materie prime necessarie al fabbisogno energetico del Paese.

In secondo luogo bisogna considerare la componente politica e quella economica della situazione italiana. La presidenza italiana dell’Unione Europea che inizia oggi, pone il nostro Paese in una posizione determinante, ma sotto certi versi molto scomoda.
L’esigenza di dare un segnale di coesione tra le diverse sovranità europee e di compattezza istituzionale, si scontra con la necessità dell’Italia di mantenere delle positive relazioni (soprattutto economiche) con il Governo di Mosca.

Questo non solo perché gli idrocarburi russi rappresentano oltre il 28 per cento nelle nostre importazioni (riguardo il gas, dato del 2011), ma anche per l’importante penetrazione che il Made in Italy possiede nel vivace mercato interno della Federazione russa (l’Italia è tra i primi sei Paesi fornitori della Russia, fonte ICE Mosca 2014).


Se lo scenario dovesse precipitare verso posizione più estreme
, cosa rischia davvero l’Italia? Questi fattori come influiranno nello scenario geopolitico europeo? E quali sono le prospettive e le sfide in campo politico ed economico che l’Italia dovrà affrontare, anche alla luce del prossimo semestre di presidenza del Consiglio UE? L’abbiamo chiesto a Umberto Ranieri, già parlamentare di lungo corso e Sottosegretario agli Affari Esteri in tre diversi Esecutivi, e ora Presidente della Fondazione Mezzogiorno Europa.

Presidente, è di pochi giorni fa la firma del trattato di adesione all’Unione europea dell’Ucraina del presidente Poroshenko, nonché della Moldova e della Georgia, tutte regioni storicamente parte dell’area di influenza di Mosca. La Russia, infatti, non ha tardato ad annunciare che ci saranno ritorsioni. Cosa dovremmo aspettarci e come l’Italia e l’Ue dovrebbero agire?
Mi auguro che l’Ue affronti la questione con giudizio e buon senso. Sono del tutto d’accordo con le decisioni che portano Paesi come l’Ucraina, la Moldova e la Georgia a sottoscrivere un accordo di associazione e partenariato con l’Ue. Spero che ciò avvenga senza laceranti conseguenze nel rapporto tra l’Ue e la Russia, considerati gli interessi e i legami economici e commerciali in essere. Auspico che la Russia si muova in modo costruttivo e positivo. C’è da augurarsi che non ci siano ritorsioni nel campo energetico, specie considerata la dipendenza dei Paesi dell’Ue dall’idrocarburo russo per il 38 per cento circa del totale delle forniture e sapendo che l’80 per cento di quel gas giunge in Europa proprio attraverso il territorio Ucraino. E’ evidente che la crisi tra Mosca e Kiev pone l’intera Unione europea in una posizione rischiosa.

In questa escalation della crisi, l’Italia si trova in una posizione decisamente scomoda, divisa tra le necessità dell’Ue (che da oggi guida) e dell’Occidente da un lato, mentre, dall’altro quella di mantenere su un terreno positivo le relazioni economiche con Mosca, sia per motivi energetici che commerciali. In che modo il Governo italiano dovrebbe agire in questo scenario?
L’Unione europea stenta a darsi una politica energetica comune che sia all’altezza dei grandi problemi. L’efficienza in questo senso è legata alla possibilità per i Paesi Ue di disporre in modo costante di fonti di energia a prezzi ragionevoli. Una delle soluzioni sarebbe quella di diversificare il mix energetico interno, ovvero la quota nazionale di energia prodotta tramite varie fonti energetiche. L’obiettivo che si dovrebbe perseguire è dipendere meno dai combustibili fossili e affidarsi a fonti di energia alternative. Inoltre è necessario diversificare i fornitori, evitando i dipendere per le forniture da regioni instabili politicamente. Ciò eviterebbe che si ripresentassero i problemi di approvvigionamenti che abbiamo già vissuto in occasione delle crisi del 2006 e del 2009.  L’Italia nel semestre dovrà ispirare le proprie azioni agli interessi generali dell’Unione. In questo caso l’interesse generale è costruire delle positive relazioni di collaborazione con la Russia, contrastando allo stesso tempo i comportamenti delle autorità russe orientati a ledere i principi di indipendenza e sovranità di altri Stati. Bisogna sempre tenere presente il ruolo ricoperto dalla Russia in campo internazionale e le relazioni in essere con l’Italia sia a livello europeo sia nazionale. Allo stesso tempo, però, occorre dimostrare fermezza nella difesa della sovranità e delle libertà degli altri Paesi. Sul dossier energetico, l’Italia dovrebbe dare un impulso alla costruzione di una politica energetica comune, una strada che in una certa misura l’Unione ha già imboccato. Il nostro Paese, poi, deve affrontare il problema della gestione della politica energetica interna, non molto differente da quello dell’Unione nel suo complesso.  La quota nazionale di energia prodotta deve essere meno dipendente da combustibili fossili, puntando sulla produzione di energia che provenga da fonti solari, idroelettriche, eoliche e geotermiche. C’è bisogno di diminuire anche i consumi e puntare sul risparmio energetico.

Una delle ritorsioni che la Russia avrebbe come opzione, potrebbe essere legata alla sospensione degli approvvigionamenti di gas per l’Europa? Nel caso, quanto il nostro Paese potrebbe esserne colpito e quali potrebbero essere le alternative di approvvigionamento?
Sembra quasi che si sia creato un clima da Guerra fredda tra Occidente e Russia. E’ evidente che la il Governo di Mosca sbaglia a considerare una minaccia le proprie frontiere occidentali e gli accordi tra alcun Paesi ex sovietici con l’Unione europea. E’ indispensabile che la Russia sia rassicurata sul fatto che uno sviluppo delle relazioni con l’Ue di questi Paesi non costituisce in alcun modo una destabilizzazione della sua sicurezza. Inoltre, la Federazione russa non può considerare questi Paesi come il suo ‘cortile di casa’: questi sono Stati indipendenti che decidono del loro destino in piena libertà e autonomia. La Russia se vuole garanzia sulla propria sicurezza deve essere rispettosa della sovranità e dell’indipendenza degli altri Paesi.  L’Italia è più esposta alle difficoltà degli approvvigionamenti, influenzati dalle relazioni che la Russia intrattiene con i suoi vicini. Il nostro Paese ne risulterebbe certamente più colpito, con il rischio di avere delle grosse difficoltà energetiche con una probabile conseguente interruzione di una parte delle forniture. Non solo. Anche una consistente parte delle relazioni economiche e commerciali che abbiamo in corso con la Russia potrebbero risultarne compromesse.

L’Ufficio per la Sicurezza e l’Industria del Dipartimento al Commercio degli Stati Uniti ha annunciato recentemente di voler iniziare ad esportare petrolio. Come dovremmo leggere questa decisione storica nell’ottica degli equilibri energetici europei?
Gli Stati uniti da tempo, anche contando su una nuova serie di tecnologie per recuperare petrolio utilizzabile, mirano a diventare autosufficienti ed esportatori. Se gli Usa possono essere in grado di esportare petrolio, per l’Europa si accrescono le opzioni dei Paesi dai quali importare fonti di energia. Tutto ciò deve sempre essere letto nell’ottica di diversificazione già accennata. Certamente, però, rappresenta un fatto positivo anche in relazione all’accrescimento della concorrenza e alla probabile discesa dei costi delle fonti di energia, nonché dell’aumento della qualità del prodotto energetico importato.

Una delle cose che questa crisi ha mostrato è che ancora una volta gli Stati membri dell’Unione non hanno saputo (almeno all’inizio) agire in maniera compatta. In che modo dovrebbe agire il Governo italiano nel semestre di presidenza per accelerare il processo di integrazione?
Già se riuscissimo nel corso del semestre ad accelerare verso una maggiore integrazione europea sarebbe un risultato importante. Questo processo deve passare attraverso, prima di tutto l’unione bancaria, da realizzare in modo compiuto. Poi c’è bisogno che l’eurozona si doti di un bilancio comune e una politica fiscale condivisa, nonché coordinare in modo più incisivo le politiche fiscali dei Paesi che ne fanno parte. Solo in questo modo è possibile procedere in modo tale che il processo di integrazione si irrobustisca e vada avanti.

Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi ha detto che la prospettiva dell’Unione sono gli Stati Uniti d’Europa. Quanto siamo vicini a realizzare questo sogno?
E’ ancora prematuro parlare di Stati Uniti d’Europa come prospettiva ravvicinata, ma è importante mantenere quest’obiettivo come orizzonte. Un obiettivo che passa anche dal dotarsi di una politica comune sull’immigrazione e sulla politica energetica: questi sarebbero degli ulteriori passi in avanti che permetterebbero di poter sostenere che l’integrazione procede nella prospettiva di un’Europa come soggetto capace realmente di pesare in modo incisivo sulla scena internazionale.

 

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