mercoledì, Settembre 22

L'Italia, la Svizzera e il 'paradiso perduto' 40

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 Banca nazionale svizzera

L’evasione fiscale in Italia è un fenomeno economico, sociale e storico che ci portiamo dietro da decenni e che ancora rappresenta uno dei più importanti problemi con il quale i Governi che si sono succeduti alla guida del Paese devono necessariamente fare i conti. Secondo uno studio pubblicato nel 2012 da ‘Tax Research llp’, l’Italia è addirittura al primo posto in Europa per percentuale di PIL sottratta alla tassazione dello Stato e terza a livello mondiale (superata solo da Turchia e Messico). Uno dei principali obiettivi che il nostro Esecutivo si è prefisso (come è risaputo) è la lotta all’evasione fiscale, attraverso una serie di misure, da mettere in atto entro il 2014, che si prevede portino nelle casse dello Stato circa 12 miliardi di euro in più rispetto allo scorso anno. Ma il problema non sembra essere solo italiano. 

Anche a livello europeo gli altri Stati che fanno parte dei ‘ventisette’ non stanno molto meglio dell’Italia, dove perfino la Germania (nell’ambito dello stesso studio menzionato) si attesta al secondo posto della molto poco meritoria classifica, con un sommerso pari al 16 per cento del proprio PIL, seguita da Francia, Regno Unito, Spagna, Belgio e Olanda.

Uno scenario nel quale, solo recentemente, si sta cominciando a fare qualcosa di concreto. Un esempio importante sono gli accordi bilaterali siglati dagli Stati Uniti con numerosi Paesi (tra i quali anche l’Italia), nell’ambito della serie di accordi FATCA (Foreign Account Tax Compliance Act), normativa degli Stati Uniti che ha come obiettivo la comunicazione annuale all’amministrazione fiscale statunitense (la Internal Revenue Service) dei rapporti finanziari detenuti all’estero dai contribuenti USA, legge che ha lo scopo di agevolare il contrasto dell’evasione fiscale dei contribuenti statunitensi. La serie di accordi intergovernativi (IGA) prevede la condivisione delle informazioni dei correntisti e dei sottoscrittori di prodotti finanziari statunitensi tra le Nazioni firmatarie degli accordi, con una collaborazione bilaterale, che diventa indirettamente multilaterale tra i vari firmatari, dato che gli accordi riconosciuti dagli Usa ad oggi sono 62. Anche se si tratta di una collaborazione che rimane comunque di tipo bilaterale, rappresenta un primo passo avanti verso una più concreta lotta all’evasione fiscale a livello internazionale.

Un’iniziativa, invece, più vicina all’Italia e all’Europa sta per essere adottata in sede Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Il 6 maggio scorso, infatti, durante un meeting svoltosi presso la sede di Parigi, è nata la bozza di un accordo tra la maggior parte dei Paesi membri dell’Organizzazione (tra i quali anche l’Italia), che rappresenta uno dei primi passi avanti verso una più stretta collaborazione, a livello europeo, nell’ottica di un più deciso contrasto alle diseconomie rappresentate dagli evasori fiscali e dalla ‘shadow economy’.

Sulla base di questo accordo, che sarà firmato ufficialmente dai 65 Paesi aderenti il prossimo 20 e 21 settembre (ed entrerà nella fase strettamente operativa entro il 2017), verrà applicato un protocollo condiviso che prevede lo scambio internazionale automatico delle informazioni bancarie dei cittadini appartenenti ad ogni Stato firmatario. Ciò significa che tutti gli aderenti all’iniziativa saranno obbligati, da questo documento, a fornire informazioni dettagliate sui detentori di posizioni finanziarie di qualsiasi tipo esistenti presso tutti gli istituti bancari, in giro per l’Europa. Tutto ciò, senza contare che la Commissione europea sta apportando alcune modifiche alla Direttiva 2011/16 puntando a rendere più severa la disciplina dello scambio automatico di informazioni, disposizioni che entrerebbero in vigore a partire dai redditi e dai conti in essere dall’inizio del 2014.

Interessi sui saldi, sui dividendi e sui proventi delle vendite di attività finanziarie: proprio tutto, insomma, verrà reso disponibile e fruibile da (e verso) tutti gli Stati che aderiranno all’accordo. Si prospettano tempi davvero duri, quindi, per i ‘furbetti’ e per i ‘maghi’ dell’evasione fiscale, specie se teniamo conto che un gigante del ‘segreto bancario’ come la Svizzera (la quarta piazza finanziaria a livello mondiale), ha deciso di apporre la sua firma sul documento e di rispettare in pieno ai suoi dettami e di uscire ufficialmente dalla ‘black list’ perdendo, così, lo status di ‘paradiso fiscale’. Oltre a rendere disponibili a tutti gli Stati aderenti i dati dei propri correntisti, la Svizzera non potrà accettare più nemmeno un euro da persone fisiche o giuridiche, senza che venga prodotta una dichiarazione dallo stesso cliente (documento che gli accolla tutte le responsabilità civili e penali in merito) che sancisce il rispetto degli obblighi di ‘tassazione assolta’ per tutte le cifre che verranno versate sui conti degli istituti di credito elvetici.

Una decisione che lo stesso Jacques de Watteville, Segretario di Stato svizzero per le questioni finanziarie internazionali, definisce (in un intervista pubblicata sul quotidiano ‘Matin Dimanche’) come «un successo della diplomazia finanziaria elvetica», ma che crea più di qualche preoccupazione nei correntisti delle banche, tali da costringere le autorità svizzere (lo scorso maggio) a bloccare i prelievi dai conti intestati a clienti stranieri, tra i quali figurano moltissimi italiani.

Se una volta il denaro andava in direzione del ‘Paese del formaggio con i buchi’, adesso le cose sembrano essere parecchio diverse con la complicazione costituita dal fatto che, tra gli accordi FATCA e quelli in corso di sottoscrizione in sede Ocse (oltre alla stretta sulla questione che sta per arrivare anche dall’Unione europea), rimangono davvero pochissimi ‘porti franchi’ dove poter andare a ‘nascondere’ il proprio denaro e toglierlo da sotto il naso delle autorità fiscali nazionali.

Uno scenario in cui alcuni istituti di credito stanno già iniziando a registrare una sorta di ‘contro-esodo estivo’ di queste risorse economiche verso i paesi d’origine dei patrimoni. Riguardo l’Italia, l’occasione è particolarmente ghiotta per il Governo Renzi, che avrebbe l’opportunità di riammettere nel circuito economico nazionale un patrimonio (complessivo) stimato intorno ai 200 miliardi di euro, con il relativo gettito fiscale per lo Stato. Un’opportunità che l’ex ‘rottamatore’ fiorentino non ha assolutamente intenzione di farsi sfuggire.

Già da aprile 2014 la VI Commissione Finanze ha avviato l’esame di alcune proposte di legge, (A.C. 2247 Causi e 2248 Capezzone), in materia di ‘Voluntary disclosure’, ovvero quelle procedure di collaborazione volontaria del contribuente con l’Amministrazione fiscale per l’emersione e il rientro in Italia di capitali detenuti all’estero, misura che ha come obiettivo collaterale (come recita la scheda di lettura pubblicata dalla Camera dei Deputati) anche «l’applicazione di alcune misure per il potenziamento della lotta all’evasione fiscale».

Queste procedure, inserite nel DDL 4/2014 (e adottate nella cornice delle linee guida in materia tracciate proprio dall’Ocse nell’ambito della ‘Offshore Voluntary Disclosure – Comparative analysis, guidance and policy advice’ del settembre 2010), prevedono che il contribuente detentore di valori oltreconfine, letteralmente si auto-denunci al fisco e renda l’Amministrazione tributaria al corrente delle sue attività bancarie e finanziarie non ancora dichiarate. Una procedura che se in Italia è ancora in corso di introduzione, ha già visto promulgati analoghi provvedimenti in altri Paesi europei, come Spagna, Germania, Francia e Regno Unito.

Tornando in Italia, i soggetti che avranno diritto di aderire (almeno secondo quanto stabilito nei provvedimenti non ancora arrivati in Aula) saranno persone fisiche, inclusi i titolari di reddito d’impresa o di lavoro autonomo, gli enti non commerciali e le società semplici e i soggetti equiparati, residenti sul territorio italiano. Fonti ufficiali dell’Agenzia delle Entrate riferiscono all’Indro che le richieste di collaborazione volontaria potranno essere presentate fino al 30 settembre 2015 e potranno riguardare tutte le attività detenute dai richiedenti e tutti i periodi di imposta accertabili, per i quali non siano scaduti i termini per l’accertamento o la contestazione della violazione degli obblighi previsti dalla legge per chi detiene capitali o investimenti all’estero. Secondo le stesse fonti, presso l’Agenzia delle Entrate sono già in corso di preparazione le procedure e le documentazioni amministrative per i cittadini che decideranno di prendere parte a questa iniziativa.

Questo ‘harakiri’ finanziario non porterà, però, le conseguenze che ci si potrebbe aspettare. Le procedure contenute nel Ddl licenziato dalla Commissione finanze, già al vaglio delle altre commissioni competenti e in approdo a Montecitorio entro il mese di settembre, prevede una serie di agevolazioni (o incentivi, se volete) per i cittadini che volessero aderire a questa ‘auto-denuncia volontaria’.

I contribuenti potranno, prima di tutto, ottenere una riduzione delle sanzioni amministrative minime di un quarto dell’intero ammontare e, in alcuni casi, addirittura della metà, fatto salvo il corrispettivo di tassazione non versata allo Stato italiano, che dovrà essere in ogni caso a questo corrisposta, secondo legge. Non solo. Nell’ambito della responsabilità penale, il Ddl prevede il dimezzamento della pena nel caso del reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti o mediante altri artifici per operazioni inesistenti, mentre nel caso di reati di ‘dichiarazione omessa o infedele’ il contribuente verrà completamente ‘risparmiato’.

Si tratta di una sorta di condono, quindi? Non esattamente. Se le responsabilità penali e amministrative vengono ridotte (o annullate), lo Stato in ogni caso rimane creditore delle imposte dovute dal contribuente che detiene capitali all’estero non ancora dichiarati e che, grazie a questa procedura di collaborazione, riuscirà a mettere in cassa.

Nessuna riedizione di uno scudo fiscale di memoria ‘tremontiana’, quindi, anche se le procedure che stanno per essere messe in moto rimangono sempre un modo più ‘agile’ per riammettere in patria capitali di contribuenti che, se le circostanze non lo avessero specificamente richiesto, sarebbero rimasti nascosti e ben conservati nelle casse degli istituti bancari elvetici e di altri paradisi fiscali, nascosti agli occhi dell’Amministrazione finanziaria.

Bisogna sempre considerare, tra l’altro, che le misure che stanno per essere messe in campo dal Governo italiano, saranno comunque parte di una strategia più ampia delineata dagli Esecutivi europei in sede Ocse, quindi adottate dalla maggioranza degli Stati membri dell’Unione europea. L’intenzione, quindi, è anche quella operare nell’ottica di un’armonizzazione della legislazione fiscale europea, una evoluzione che è da moltissimo tempo auspicata dall’Italia e dalla maggior parte dei Governi dei ‘ventisette’.

Non è concepibile, nell’ottica di una concreta evoluzione del processo di integrazione europeo, accettare un sistema nel quale gli Stati membri si fanno ‘concorrenza’ fiscale tra loro”, afferma Paolo Moretti, Presidente dell’Istituto per il Governo Societario e Presidente della Fondazione Accademia Romana di Ragioneria. Secondo Moretti, infatti, “gli accordi sottoscritti in sede Ocse dalla maggior parte dei Paesi europei è da considerarsi un fatto molto positivo, ma dobbiamo andare ancora più in la. Chi esporta i propri capitali fuori dall’Italia è un soggetto da contrastare e combattere. Contemporaneamente bisogna agevolare il rientro dei capitali dall’estero in Italia, una strada che il Governo italiano sta già percorrendo”. L’istituto della ‘Voluntary disclosure’, infatti “è una buona misura, anche se da qualcuno potrebbe essere considerata alla stregua di un condono”.

Non importa come lo si voglia chiamare: secondo Moretti, ciò che conta “è far rientrare i capitali in Italia in modo che possano essere investiti a supporto delle nostre imprese, per creare lavoro. Adesso il nostro Paese ne ha bisogno più che mai. Se vogliamo bene all’Italia”, prosegue Moretti, che è anche titolare della cattedra di Economia Aziendale presso la LUISS Guido Carli di Roma, “è necessario che quella in corso di valutazione presso il Parlamento sia una misura che agevoli il più possibile il rientro dei capitali italiani dall’estero. Dobbiamo essere pratici altrimenti, come Paese, non andiamo da nessuna parte”.

Al rientro di queste risorse, poi, bisogna che il Governo accosti una “importante riforma della fiscalità italiana. In un momento di crisi gravissima come quella che stiamo vivendo non solo in Italia, le regole fiscali e il livello della tassazione devono assumere un ruolo di primissimo piano. E’ proprio la scarsa qualità delle regole fiscali italiane che comporta il passaggio dei capitali dall’Italia verso l’estero e non parlo solo di liquidità, ma anche di capitali produttivi. Basti pensare a quello che sta avvenendo alle imprese del Nord Italia, dove molte imprese stanno delocalizzando i loro impianti a beneficio di altre aree del globo, proprio a causa dell’eccessiva pressione fiscale del nostro Paese”.

La ricetta proposta da Moretti, quindi , è di agevolare il rientro dei capitali ‘stoccati’ presso i cosiddetti ‘paradisi’, ma anche “riformare il sistema di tassazione italiano, con l’obiettivo di incentivare gli investimenti di queste risorse sul territorio e impedire, tra l’altro, la delocalizzazione delle imprese che già operano nel nostro tessuto produttivo, oltre che la creazione di nuove attività produttive”.

A livello europeo, inoltre, “bisogna intervenire per cercare di uniformare le fiscalità degli Stati membri ed evitare che si creino le condizioni per una ‘concorrenza fiscale’ tra i Paesi europei, cosa che lede moltissimo la competitività dell’intera regione”.

Il problema vero, infatti, è che “non tutti i Paesi europei hanno aderito a questo accordo formulato in sede Ocse, un fatto che rende le cose molto più complicate. Tra gli Stati membri dell’Unione europea, infatti, il problema della trasparenza e della collaborazione sul piano fiscale sta diventando sempre di più un tema ‘caldo’, ma all’intensità del dibattito non corrisponde la realizzazione concreta di misure universalmente condivise”.

 

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