sabato, Aprile 17

L’Italia in piazza Sciopero sociale, manifestazione Fiom, rivolta di Tor Sapienza. Un Paese in crisi che brucia di rabbia

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sciopero sociale

Mentre l’Italia scende in piazza, Matteo Renzi vola a Brisbane, in Australia, per partecipare al G20. Oggi primo sciopero generale di otto ore proclamato dalla Fiom al Nord. Contemporaneamente, centri sociali, collettivi studenteschi e sindacati di base hanno indetto uno ‘sciopero sociale’ contro le politiche del governo Renzi. Inevitabili gli scontri con le forze dell’ordine. Ma l’Italia in piazza è anche quella dei cittadini romani di Tor Sapienza e degli abitanti delle case popolari di Milano che, abbandonati dallo Stato, scatenano una ‘guerra tra poveri’ contro rom e immigrati. Jobs act: Renzi ricompatta il Pd, ma fa arrabbiare Angelino Alfano. I soliti ‘antirenziani’ dati Istat confermano che il Paese è in recessione, con il Pil del terzo trimestre 2014 diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente. Proprio nel giorno più adatto il M5S decide di presentare in Cassazione la «legge costituzionale di iniziativa popolare per l’indizione di un referendum consultivo sull’euro», anticipata da Beppe Grillo durante il suo show di Bruxelles.

Roma, Milano, Napoli e tutte le altre principali città dello Stivale sono state il teatro di una serie di manifestazioni organizzate dai sindacati di base (Cobas, Cub, Usi, Adl Cobas), a cui si sono uniti studenti, centri sociali e coordinamenti di lavoratori precari e di disoccupati. Motivo di questo «sciopero generale e sociale», recita un comunicato degli organizzatori, è il rifiuto delle «politiche del governo Renzi e dell’Unione europea, no al jobs act, no alla legge di stabilità e al piano di riforma della scuola». I media mainstream, ammaestrati dai fondi pubblici elargiti a pioggia, hanno cercato di inquadrare il crescente malcontento sociale come un problema di ordine pubblico, legato soprattutto ai disagi per il traffico e ai possibili incidenti. Per la gioia dei ‘gufi della disinformazione’, tafferugli tra antagonisti e polizia sono scoppiati a Padova, Milano, Pisa e Roma. Manganellate sufficienti per coprire nei tg della sera i veri motivi della protesta.

Una tattica mediatica fallimentare che cozza con la realtà della crisi economica italiana. Oggi, infatti, si sono fatti vedere in piazza (quelle del nord del Paese) anche i metalmeccanici della Fiom rappresentati da Maurizio Landini che da giorni avevano proclamato lo sciopero generale delle tute blu del centro-nord (il centro-sud manifesterà il 21 novembre a Napoli). «Noi non siamo quelli che pagano mille euro per una cena», ha attaccato il segretario Fiom dalla testa del corteo partito da Corso Venezia, «noi siamo quelli che con mille euro ci mangiano un mese». Una partecipazione massiccia, ben al di là delle aspettative, che ha caricato il ‘Masaniello’ Landini secondo il quale «la gente che lavora non è d’accordo con il governo», ma le posizioni di Renzi coincidono con quelle di Confindustria e «l’attacco assurdo allo statuto dei lavoratori, la riduzione delle tasse senza garanzie sugli investimenti» stanno lì a dimostrarlo. Landini che, spalleggiato dal n.1 Cgil Susanna Camusso,  l’articolo 18 vorrebbe estenderlo a tutti. Altro che cancellarlo.

Ma l’Italia in piazza, come dicevamo, è anche quella dei ‘penultimi’ che scatenano la loro rabbia contro gli ‘ultimi’. Al centro delle cronache resta sempre il caso Tor Sapienza, il quartiere di Roma teatro della rivolta dei residenti italiani contro gli ‘extracomunitari’ e gli ‘zingari’. Giorni di guerriglia urbana che hanno portato all’abdicazione delle Istituzioni con la chiusura del centro di accoglienza per richiedenti asilo del quartiere. In realtà lo Stato ha già perso, non solo nelle borgate romane, ma anche nei quartieri dormitorio di Milano e delle altre grandi città. Cittadini impoveriti, disoccupati, pregiudicati, stranieri senza fissa dimora, ‘regolari’, ‘clandestini’ comunità rom, abbandonati ad un triste destino di scannamento reciproco. In questa situazione disperata non bisogna poi lamentarsi se l’estrema destra xenofoba e razzista ha gioco facile ad inserirsi. Oggi a Tor Sapienza è arrivato addirittura Mario Borghezio che, contrariamente alle attese dei residenti, non si è presentato di fronte al cancello del centro d’accoglienza, ma ha preferito fare la sua comparsata in un bar della zona dove, davanti ad un buon caffè, il ‘fascioleghista’ ha dichiarato che «qui a Tor Sapienza c’è il deserto istituzionale. Non c’è il sindaco Marino né il ministro degli Interni Alfano. Non escludo però di andare a prendere ‘delicatamente’ Marino per il collo per portarlo qui». Ignazio Marino si è invece presentato a sorpresa nel pomeriggio nel quartiere, ovviamente contestato, ma protetto da decine di agenti. Una polveriera pronta ad esplodere a cui contribuisce ad accendere la miccia la cecità ‘radical chic’ delle classi dirigenti. Esempio tipico ne è il pur stimabile giornalista Furio Colombo che da giorni, così come molti suoi colleghi, continua a chiedersi stupito perché «in questo Paese il 10% delle persone pensi ciò che dice Salvini». Il problema è che, caro Colombo, caso umano Matteo Salvini a parte, sono molti più del 10% i cittadini esasperati che, non riuscendo a prendersela con la cricca di Renzi, decidono di sfogare la rabbia contro i soliti ‘brutti, sporchi e cattivi’ della porta accanto (chi la porta ce l’ha).

Il Jobs act continua dunque a turbare i sonni di Matteo Renzi e del suo governo. L’accordo con la minoranza ‘di sinistra’ Dem, raggiunto ieri in Commissione Lavoro a Montecitorio tra il responsabile economico renziano Filippo Taddei (messo sotto scorta dal Viminale) e l’ex comunista Cesare Damiano, sembrava aver sbloccato una situazione ingarbugliata. In pratica, (quasi tutti) gli anti-Renzi hanno alzato bandiera bianca in cambio di vedere inserito nel Jobs act il contenuto del documento votato il 29 settembre dalla direzione del partito: diritto al reintegro per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare. Una ‘vittoria di Pirro’ perché l’articolo 18 rappresenta solo un simbolo dei diritti dei lavoratori che, in questa fase storica, dopo due secoli di sanguinose conquiste, stanno subendo un rovinoso arretramento, schiacciati da quelli che una volta venivano definiti gli interessi dei ‘padroni’. Ricordiamo che quella sul lavoro è una legge delega (voto entro il 26 novembre), ancora non scritta dal governo che lo farà prima della legge di stabilità, escludendo così le coperture per gli ammortizzatori sociali su cui si basa il contratto a tutele crescenti, vera colonna portante dei ‘diritti uguali per tutti’ strombazzati dal premier. E così uno come Pippo Civati non cade nella trappola renziana. E anche Rosy Bindi dichiara di «non capire» questo accordo. Ma, allo stesso tempo e per motivi opposti, gli alfaniani alleati di governo minacciano di far crollare il castello di carta tenuto in piedi a fatica dall’Esecutivo.

Questa mattina il premier, prima di prendere il volo per la terra dei canguri, ha chiarito con decisione che non intende farsi «fermare dal pantano» e che «la partita è chiusa». Chiaro messaggio agli alleati riottosi di Ncd che, con in testa il ‘pirata’ Maurizio Sacconi, avevano chiesto un vertice di maggioranza in stile Prima Repubblica, cassato ieri dalla ‘sibilla renziana’ Maria Elena Boschi e oggi dal ‘capo’ in persona. Renzi si dichiara pronto a mettere la fiducia sul Jobs act anche a Montecitorio. Ma questa solo presunta «svolta a sinistra» sul lavoro (parola del capogruppo Pd alla Camera Roberto Speranza) sta scatenando una ridda di reazioni tra i politici ‘garanti del Capitale’. «Reintrodurre i disciplinari significherebbe che alla fine la montagna ha partorito un topolino», spara l’ex saggio Gaetano Quagliariello a cui si associa lo stesso Sacconi (‘crociato’ della linea Treu-Biagi-Ichino). Per Paolo Romani di Forza Italia il premier «soccombe» ai comunisti. Confusione.

 

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