martedì, Luglio 27

L'Italia, il Paese fermo alla ricerca field_506ffb1d3dbe2

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Siccome al governo Renzi piace tanto l’utilizzo dei social, stavolta lanciamo noi il nostro hashtag: più attenzione per la #buonaricerca.  Il mondo accademico in generale non se la passa bene, da fin troppo tempo si parla di riorganizzazione, razionalizzazione (termine tanto caro al Premier) ed efficientamento. Nobili punti di partenza, anzi indispensabili, nel caso in cui si volesse risollevare il settore che al momento è quello più bistrattato, si proprio la ricerca, l’innovazione, l’investimento futuro. Le cause di questa mala gestione di risorse economiche e umane sono la base del funzionamento traballante del nostro sistema accademico in generale. In questo momento storico non ci possiamo più permettere di sbagliare, o meglio di “scialacquare” le poche risorse che sono rimaste. All’interno della legge di Stabilità esiste anche il capitolo “ricerca”, come è giusto che sia. Abbiamo sottolineato, e non è un pensiero singolo, l’urgenza di un riordino; per questo si parla, ad esempio, di accorpamenti di Enti per la Ricerca, o ristrutturazioni interne riguardanti le carriere dei ricercatori. All’inizio di ottobre è stata pubblicata la risoluzione della VII commissione permanente del Senato (Cultura, scienza e istruzione), in cui si legge chiaramente: «gli enti pubblici di ricerca (EPR) sono, insieme alle università, i pilastri fondamentali su cui poggia la ricerca pubblica in Italia sicché, considerata la valenza strategica della ricerca e dell’innovazione per un Paese, il Parlamento ha il preciso obbligo di creare le migliori condizioni affinché gli EPR possano operare senza difficoltà; purtroppo però, di fatto, gli EPR sono considerati un’appendice del tutto marginale del comparto della pubblica amministrazione da un lato e dell’università dall’altro, con il risultato che azioni strategiche e coordinate spesso non assumono la giusta priorità nelle agende dei lavori parlamentari e governativi».

Dichiarazione giusta, adesso bisogna vedere come verrà attuata. Ce lo chiede anche Bruxelles, maggiori investimenti (nonostante i tagli alla spesa) per la ricerca. A tal proposito abbiamo voluto chiedere il parere di Daniele Archibugi, Dirigente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Roma, affiliato all’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali (IRPPS) ed è Professore di Innovation, Governance and Public Policy all’ Università di Londra, Birkbeck College,  School of Business, Economics and Informatics.

 

Anche il mondo dell’università e della ricerca è nel mirino delle Riforme (o meglio dei tagli), è l’ennesimo annuncio o siamo entrati nell’ottica che dobbiamo raggiungere dei risultati effettivi?

Siamo nel Paese di pulcinella, l’effetto è che si parla in continuazione di riforme. Queste vengono fatte, ma risultano sempre tardive o eseguite male. Siamo in una situazione in cui il sistema accademico italiano è a pezzi. Abbiamo un’età media che è tra le più vecchie del mondo. Abbiamo una distribuzione del tutto irrazionale dei carichi di lavoro in una situazione in cui gli enti di ricerca e le università sono, molto spesso, comandate e gestite da chi di ricerca ne fa di meno, e non da chi di ricerca ne fa di più. Si pensa di poter risolvere questi problemi tramite razionalizzazioni. Certo che servono, ben vengano, però senza avere una linea strategica sono inutili. Il CNR negli ultimi anni ha cambiato spesso presidente. Per esempio Fabio Pistella, che veniva dall’ENEA, decise di spendere due milioni e mezzo di euro (considerando il bilancio del CNR che è di 500milioni l’euro l’anno) per far svolgere una valutazione della ricerca all’interno del CNR. Questa valutazione è stata fatta, sono venuti valutatori esterni. Hanno svolto una valutazione che non ha comportato alcun effetto sulla distribuzione delle risorse all’interno del CNR. E’ stata utilizzata a volte intelligentemente da alcuni Istituti, e per altri è stato uno spreco enorme di risorse. Cosa è successo? Gli istituti che funzionavano bene, che avevano un’etica del lavoro buona, e una valutazione positiva hanno utilizzato in modo creativo questo feedback che veniva dall’esterno. Gli istituti che, invece, lavoravano male, che non facevano ricerca, non l’hanno utilizzata e quindi è stata una valutazione inutile.

Parlando di riorganizzazione degli EPR quali dovrebbero essere gli step da seguire?

Si dovrebbe procedere in questo senso: bisogna porre degli obiettivi, ad esempio partendo dal 2015. Questi obiettivi possono essere quantità di pubblicazioni, formazione dei giovani ricercatori, collaborazione con le imprese, partecipazione ai progetti comunitari. Dopo cinque anni, ricordiamo che gli obiettivi devono essere fatti in anticipo e non a posteriori, bisognerebbe verificare quali istituti li hanno raggiunti e quali no. Di conseguenza si eliminerebbero quelli inefficienti. Chi li raggiunge avrà risorse e disponibilità per continuare a sviluppare nuovi obbiettivi per il quinquennio successivo. Ad esempio nel sistema inglese esiste una valutazione della ricerca. Escono delle classifiche in cui ci sono università e centri di ricerca che ricevono dei finanziamenti aggiuntivi per il loro buon operato e altre che vengono penalizzate perché hanno lavorato male. Questo è quello che si dovrebbe fare. Se continuiamo, ogni volta, a fare delle mezze riforme, che hanno il solo scopo di ridurre la spesa corrente, non si andrà mai avanti. Quando si parla di fare spending review, non si fa seriamente, fanno un’operazione di bilancio. Ma la spending review vuol dire associare dei capitoli di spesa pubblica a degli obiettivi di spesa pubblica. In questo momento, giustamente, l’opinione pubblica esige dei risultati e l’unica risposta (in tempi brevi) è chiudere, come è successo per l’ISPE, ISCO, e ora hanno chiuso il CNEL. Per quanto riguarda l’accorpamento, bisogna dimostrare che porti dei vantaggi. Il CNR con Lucio Bianco, ad esempio, ha fatto una razionalizzazione degli istituti e li ha portati da 300 che erano a 100. L’operazione aveva un errore di fondo, ha avuto l’effetto di mettere insieme istituti che funzionavano bene e istituti che funzionavano male, e ha reso più difficile capire dove bisognava spingere e dove bisognava tagliare. Quella riforma non ha prodotto nessun risultato. Per fare una razionalizzazione bisogna avere ben chiari gli obiettivi.

Perché non riusciamo a sviluppare questi obiettivi, da rispettare, nel campo della ricerca?

Il problema della spesa per la ricerca è un problema storico. L’Italia è sempre stata un Paese che ha speso poco nel settore della ricerca. La mancanza di questa spesa, se confrontata con i risultati di altri paesi, viene dal settore delle imprese. Il Paese che spende di più, in proporzione al PIL, è la Svezia al 4%, altri paesi come la Svizzera sono al 3%. Nel caso svedese, il 3% viene investito dalle imprese e l’1% dal settore pubblico. Noi siamo all’ 1,2-3%, un dato strutturale che non si muove. Sicuramente dipende anche dalla composizione del tessuto industriale, caratterizzato dalle piccole e medie imprese. Di questo dato il settore pubblico ha, più o meno, mantenuto il 50% della spesa. Quello che manca nella percentuale di spesa sono le imprese. Ma queste sono interessate ad investire dove possono attingere ad un patrimonio di conoscenze già esistente (la collaborazione con altre imprese, scienziati, ingegneri etc). Noi abbiamo alcune aziende italiane che sostengono delle spese molto alte per mantenere un ufficio di ricerca in California perché possono sapere cosa succede. E’ crollata totalmente la parte pubblica. E’ venuta a mancare non solo da un punto di vista degli input ma anche dal punto di vista dell’output. Il pericolo effettivo è che avremo una distruzione di capitale umano che sarà estremamente difficile rimpiazzare.

Abbiamo citato, precedentemente, la risoluzione della VII Commissione permanente del Senato. Tra le proposte fatte c’è anche la creazione di un dipartimento (dedicato alla ricerca) all’interno del Consiglio dei Ministri…

Il problema non è la formula istituzionale, bisogna capire quali strumenti utilizzare. Noi paghiamo un problema serio che è l’incapacità della Pubblica Amministrazione. Occorre una rivoluzione manageriale all’interno della PA, in cui si capisca che quello che si spende deve portare a dei risultati. Questo vale per la sanità, per la difesa, per la sicurezza, per l’istruzione e per la ricerca. Finché non avviene, ci troveremo una quantità di persone affamate per ottenere risorse. Un buon Governo dovrebbe fissare degli obbiettivi e vedere chi è in grado di raggiungerli.

In un panorama del genere si possono vedere dei segnali positivi?

Prendiamo il nuovo sistema dei concorsi universitari. I membri delle commissioni devono superare delle mediane di valutazione. Le buone commissioni, naturalmente, sono in grado di selezionare dei candidati validi. Abbiamo delle commissioni composte da elementi che non hanno pubblicato nulla per un lungo periodo, e stiamo parlando del 25% dei docenti, questi li possiamo considerare immobili. Io non sono mai stato chiamato, una sola volta, in una commissione concorsuale italiana, nonostante svolga un’attività di valutazione enorme all’estero. Fino ad ora non si è mosso nulla. La commissione è in una fase decisamente preliminare, sarà difficile reperire le risorse. Non dobbiamo dimenticarci che i fondi esistono in Horizon 2020. Tradizionalmente l’Italia è un Paese che contribuisce di più rispetto a quanto riceve, ma se riuscissimo a prendere la quota di finanziamento italiano ci sarebbero opportunità enormi per la ricerca. Non so se ce la faremo, soprattutto perché non c’è un adeguato sostegno amministrativo per coloro che presentano le domande. Ho visto progetti, estremamente competitivi, presentati da italiani che lavorano in università straniere. Mettono il loro talento a servizio delle istituzioni degli altri. 

 

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