martedì, Maggio 18

L'Italia è tutta 'Pressoché ignuda' Le macerie di L'Aquila in una emozionante mostra fotografica che è metafora anche del nostro Paese

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PRESSOCHE' IGNUDA 

 

Come ogni anno, dal 2010 in poi, nei primi giorni di aprile, i media dedicano il siparietto alle piaghe del terremoto de’ L’Aquila.

Imperversano cocenti messe in stato d’accusa e, negli ultimi anni, anche la cronaca giudiziaria concernente gli sciacalli che hanno speculato pesantemente sulla ricostruzione (mai partita per davvero): lugubri risate di chi si fregava le mani al pensiero dei potenziali business che gli avrebbero fruttato il sisma; pantomime politiche che hanno fatto da paravento all’immobilismo nei fatti e allo spreco delle risorse.

In questi giorni, agenzie, giornali, radio, tv, web, hanno tracimato amarezze di circostanza, spesso copie anastatiche degli anni precedenti; hanno registrato le lacrime di coccodrillo da palcoscenico mediatico di chi ricopre ruoli svuotatisi di autorevolezza.

Li ho fatti parlare tutti, poi distrarsi… perché oggi è il 7 aprile ed il 6 è ormai passato e si tacerà su L’Aquila (a meno che non emerga un ulteriore scandalo) almeno per altri 360 giorni, fino al sesto anniversario.

Così è stato per il terremoto dell’Irpinia, che ho vissuto sulla mia pelle e che, a distanza di 34 anni, ha ancora dolorosi strascichi. Così è stato da sempre, per ogni tragedia collettiva, da che ho memoria.

E ora parlo io, ma più di quanto possa farlo personalmente, cedo la parola alle immagini di un grande artista, il fotografo teatrale Paolo Porto.

Paolo ha accostato l’angoscia delle rovine, dei tubi Innocenti che ingessano le mura ferite a morte di L’Aquila, con la bellezza assoluta della plasticità dei corpi di performer famosi, in un parallelo emblematico fra… la vita e la morte.

Il progetto che questo grande artista vuole portare in giro per il mondo, grido di dolore misurato e senza sensazionalismi (com’è nel carattere aquilano), s’intitola ‘Pressoché Ignuda’ e, attraverso delle foto che colpiscono al cuore chi le guarda, dice più degli oceani di parole che, in questi giorni, ci hanno assediato senza reali risultati, salvo palleggiamenti di responsabilità   -tutti colpevoli = nessun colpevole-  attraverso i mezzi di comunicazione, web compreso.

Un titolo, che è un’invocazione di aiuto ed una constatazione di impotenza, proviene da un titolo de ‘Il Corriere della Sera‘ tratto da una relazione di un militare addetto ai soccorsi durante il disastroso terremoto + tsunami che colpirono Messina e Reggio Calabria nel 1908.

Lo usò descrivendo il ritrovamento di una giovane donna, viva, ma ‘Pressoché ignuda’. Com’è L’Aquila oggi, spogliata delle sue bellezze architettoniche e storiche.

Ho chiesto a Paolo di poter attingere al suo album per condividere alcune foto su ‘L’Indro‘, ricevendone il suo assenso… mi piacerebbe aiutarlo a promuovere una road exhibition nel mondo perché se L’Aquila va nel dimenticatoio a livello internazionale, le autorità nazionali non avranno nessuno a far loro le pulci, stigmatizzandone l’inazione. Ovvero, l’Aquila rimarrà pietrificata nelle sue rovine, assediata a vita dalle impalcature.

Elucubravo su questa triste consapevolezza, quando, dovendo occupare una domenica mattina, ho deciso di rivedere il Museo Nazionale d’Arte antica di Palazzo Barberini. Uno scrigno meraviglioso di preziosi tesori.

Un luogo che i romani sconoscono, lasciandolo alla visita dei turisti: ma Roma è una tale Grotta di Alì Babà, che questo sito non fa sempre parte dei tour turistici, votati al mordi e fuggi fra il Vaticano e il Colosseo.

Prima delusione: ieri, domenica, erano di turno solo 4 custodi, più alcuni anziani volontari dell’AUSER, per cui dei tre piani, contenenti 350 opere d’arte di straordinario valore (per non parlare dei depositi, dove stazionano altre migliaia di capolavori d’arte antica, non solo italiana), solo il primo era aperto.

L’ho battuto palmo palmo, in tutte le sale disponibili alla visita, compresa la straordinaria Cappella di Pietro da Cortona, un gioiellino delizioso, incontrando ‘volti’ noti: ‘La Fornarina’ di Raffaello; la ‘Beatrice Cenci’ di Guido Reni; il ‘Narciso’ di Caravaggio; il ritratto di Enrico VIII, re d’Inghilterra accanto a quello di Erasmo da Rotterdam che facevano riaffiorare ricordi di gioventù, quando lo studio della storia dell’arte era ritenuto necessario a potersi fregiare di un diploma di maturità. Dalle cartoline del book shop si scopriva, poi, che nelle sale inibite, vi erano altri capolavori da togliere il fiato.

Quasi per caso, ho cominciato un gioco fra me e me, che è quello di porre attenzione alla provenienza di ciascun dipinto.

Si scoprono un sacco di cose interessanti leggendo le didascalie. Si ricostruiscono provenienze, donazioni, eredità, investimenti statali nell’acquisto di opere d’arte.

L’acquisizione più vicina nel tempo, ad esempio, risale a 32 anni fa. Sarà in quegli anni, probabilmente, che ha cominciato a formarsi l’idea che con la cultura non si mangia. Io rispondo a costoro: ma si respira… E’ l’incultura la madre di tutti i tanko e i prigionieri politici da operetta…

Altra notazione scaturente da questo setacciamento delle ‘legende’: lo Stato pre-repubblicano, a cavallo fra l’800 e il ‘900, esercitava la prelazione non solo nell’acquisto delle quadrerie delle famiglie della nobiltà romana, ma anche alle aste del Monte di Pietà: fra il 1875 e i primi decenni del ‘900, molti dipinti vennero acquisiti per rimpolpare le collezioni statali.

Colpisce che, nel 1918, ovvero quando davvero le finanze del Regno erano esauste per lo sforzo bellico, si seppero trovare i fondi per acquistare una preziosissima collezione di quadri.

Un groppo di amarezza sale su al pensiero che oggi tutto va in rovina; che i capolavori presenti nei Musei di proprietà del Comune di Roma vengono usati come pegno per favorire l’attrazione di capitale straniero che serve per l’ordinaria (mimetizzata da straordinaria) manutenzione dei monumenti capitolini.

Eppure, il povero Diego della Valle ha dovuto sudare sette camicie (e consumare sette paia di Tods…) per poter intervenire nel restauro del Colosseo, ovvero uno dei monumenti simbolo di Roma!

I Beni Culturali (compresi le preziosissime opere d’arte semi-custodite nei musei) vengono definiti il ‘petrolio d’Italia’; un petrolio gettato nelle tubature delle fogne… a causa della disattenzione che vige intorno a loro.

Come per una fulminazione, il titolo che Paolo Porto ha voluto attribuire alla sua mostra fotografica, ‘Pressoché ignuda mi è sembrato riferibile non solo a L’Aquila ferita dal sisma, ma all’Italia tutta, messa in ginocchio dal terremoto culturale che la squassa e le fa svilire ciò che altri considererebbero incalcolabili ricchezze e le invidiano.

Un moto tellurico ormai senza soluzione di continuità causato dalla sommatoria di microsismi derivanti dall’incuria e dall’indifferenza a cui la condannano tutti gli italiani/e che dimenticano che… lo Stato siamo ciascuno di noi.

 

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