venerdì, Maggio 7

L’Italia e l’interesse comune europeo: ragioni di sussistenza La nuova Agenda di Juncker e la sfida dell’integrazione. Intervista al Prof. Maurizio Cotta, dell’Università di Siena

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Tornando alle «buone pratiche amministrative», quali sono gli elementi virtuosi che potremmo recepire dall’esperienza di altri Paesi membri?

Citiamo, come esempio, questa famosa riforma dei grandi musei. In un Paese in cui turismo e cultura sono così importanti, modificare i modelli di gestione dei musei più importanti prevedendo, da parte dell’amministrazione, la chiamata ‘internazionale’ dei direttori (quindi anche di cittadinanza non italiana) è un esempio di buona innovazione. Ci sono ovvie esigenze di adattamento, ma la linea è quella di un’amministrazione più aperta verso l’esterno, meno autoreferenziale e capace di scegliere le persone molto più sulla base del merito che dell’anzianità e delle progressioni automatiche di carriera. Questo è un esempio del quale si è discusso, che ha incontrato grosse difficoltà in sede di giudizio, con il TAR del Lazio, intervenuto sollevando una serie di questioni perché si metteva in crisi un vecchio modello amministrativo. Pensiamo, allora, anche al sistema universitario: a quanto sia raro che professori stranieri vengano chiamati dall’Italia. Occorre un’amministrazione molto più aperta, capace di adottare procedure di reclutamento adatte ai tempi attuali e meno legate a modelli che hanno fatto il loro tempo.

Sulla stessa spinta – benché sia un campo nel quale sono poco esperto -, si impongono cambiamenti importanti anche nell’ordinamento della magistratura. Ci muoviamo qui in un sistema ancora poco meritocratico, dove sono tollerati comportamenti al limite dell’indisciplina, con giudici e procuratori che seguono il loro teoremi particolari senza essere richiamati da nessuno. Quindi, sia nel settore della giustizia che in quello della cultura – universitaria e non –, direi che c’è molto da innovare.

«I nuovi tedeschi sono i profughi che riusciranno a integrarsi. Come i  tedeschi che a Monaco o Berlino li hanno accolti rivelandosi ‘nuovi’ per quegli europei che sulla Germania proiettano i cliché di un popolo avaro, conservatore e moralmente rigido». Così scrive il politologo Herfried Münkler, nel suo nuovo libro «I nuovi tedeschi». Senza cercare il cambio di cliché, come potrebbero essere i nuovi italiani?  Al di là delle contingenze geografiche e della litigiosità politica interna, è possibile prevedere un discorso europeo comune centrato sulla realtà dell’accoglienza capace di rendere l’Italia un attore determinante a livello politico-istituzionale  europeo nel senso da Lei suggerito?

“Il momento storico chiede a tutti di essere un po’ nuovi’, il che non significa dimenticare tante qualità esistenti. In linea generale, nel caso italiano abbiamo tantissimi esempi di una grande capacità di realizzazione. Ci sono dati sulla produzione scientifica, ma anche progressi relativi a vari settori dell’industria, che rivelano italiani già ‘nuovi’ – tralasciando il dubbio se siano nuovi perché sono anche antichi – e in grado di stare al passo con i tempi. Occorre, però, una maggiore disponibilità a capire che bisogna cambiare in tanti campi – quindi: essere più aperti al cambiamento.

Parlando di solidarietà, occorre essere più aperti, innanzitutto, alla disponibilità a lavorare insieme. Individualismo, scarsa disponibilità a lavorare insieme ad altri, a fare squadra, in molti settori rimane uno dei nostri punti critici. E poi, certo, l’apertura al nuovo indica anche capacità di accoglienza, la questione dell’immigrazione. Siamo già un Paese di migrazione, lo saremo ancora e ancora di più: dobbiamo essere pronti a questo. Ciò richiede, da un lato, una disponibilità intellettuale, direi anche ‘spirituale’, ad accogliere gli altri; dall’altro, nondimeno, richiede la messa a punto di procedure, istituzioni, mezzi, strumenti tali da evitare che questi restino discorsi vani e far sì che si traducano in accoglienza, apertura seria e non ‘dannosa’. Talvolta, con il cosiddetto «buonismo» si possono fare dei danni, laddove non si fronteggino le situazioni con serietà e assennatezza.

Come porre il senno al centro della crisi?

Lo ribadisco: diventando più aperti al nuovo, più disponibili a lavorare insieme, guardando di più oltre i confini dell’Italia – senza dimenticare il ‘buono’, ma osservando e imparando dagli altri.

Come ha risposto l’UE allo «stress test»?

Se abbiamo imparato qualcosa da questa crisi, è il fatto che l’UE non era e tuttora non è pienamente adeguata a fronteggiare crisi importanti nel settore economico, della sicurezza, ecc.  Quindi, dovrà fare qualcosa per raggiungere un livello sicuro di ‘sopportazione’ e di risposta. Altri «stress test» ci saranno in futuro che, ripeto, non sarà affatto in discesa. Pertanto, urge dotarsi di strumenti più adatti, ma soprattutto avere un capitale politico capace di sostenere questi strumenti, che vuol dire ottenere un maggiore consenso da parte delle popolazioni (in tutte le realtà geopolitiche). Non possiamo costruire un’Europa forte senza questo consenso. È un’impresa importante, che richiede leader, partiti e movimenti europei, e anche una stampa che guardi all’Europa con competenza e serietà.

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