giovedì, Settembre 16

L’Italia e l’interesse comune europeo: ragioni di sussistenza La nuova Agenda di Juncker e la sfida dell’integrazione. Intervista al Prof. Maurizio Cotta, dell’Università di Siena

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Guardando alla posizione dell’Italia sullo scacchiere politico europeo, è possibile prevedere uno scenario nel quale il nostro Paese sarà meno ‘osservatore’ e più  ‘attore’ della politica dell’Unione? In proposito, nel Suo contributo, faceva riferimento a tre ambiti nei quali l’azione politica dell’Italia dovrebbe/potrebbe trovare uno sbocco virtuoso mediante una presenza attiva a livello istituzionale: la questione della sicurezza, l’interscambio sul mercato europeo e le buone pratiche amministrative. Potrebbe fare qualche riferimento per almeno uno di questi ambiti?

È chiaro che, in base alla sua esperienza di Stato membro dell’Unione, l’Italia dovrebbe cercare di giocare un ruolo più attivo che in passato. Per un lungo periodo, c’è stato da parte nostra un atteggiamento in base al quale – semplificando –  tutto quello che avveniva in Europa, in linea di massima, ci andava bene. In un certo senso, si trattava di un’attitudine parzialmente passiva: non in tutti i settori, non sempre, ma era un’attitudine acquisita. Questi anni di crisi hanno mostrato invece che non basta un atteggiamento passivo perché, tanto sul piano economico quanto in materia di immigrazione e sicurezza, si può perdere molto: se non si è presenti, se non si ha una politica chiara, ossia idee chiare su cosa l’Europa debba fare, si finisce per subire forti condizionamenti che risulteranno eccessivi e ‘non giusti’, cadendo in un difetto di considerazione. Tale processo può portare a una situazione in cui i problemi dell’Italia non figurano adeguatamente nelle politiche europee.

Con ciò non intendo significare che l’Italia debba solo pensare ai suoi stretti interessi; tutt’altro: la sua classe politica deve capire che i suoi interessi saranno meglio tenuti in conto se trasferiti in una prospettiva europea. In altre parole, e in sostanza: se si riuscirà a ragionare sull’ interesse comune europeo, vale a dire su qualcosa che è in grado di tenere insieme esigenze di Paesi economicamente più efficienti e meno efficienti. Uno sforzo molto importante per l’Italia consiste nel rifiuto di giocare una partita da sola, cercando invece di perseguire e sviluppare alleanze, accordi ad ampio raggio con altri Paesi, in modo da poter sostenere meglio il proprio contributo.  Naturalmente, questo richiede che la classe politica italiana comprenda anche le ragioni degli altri, perché quando gli altri Paesi ci criticano, ad esempio sul piano economico o dell’efficienza amministrativa, non hanno proprio tutti i torti. Non bisogna, allora, fare la vittima, bensí capire che i propri problemi vanno affrontati sia in sede nazionale che in sede europea.

Parliamo della questione amministrativa. Questo resta un nostro handicap molto serio. L’amministrazione pubblica italiana, a tutti i livelli – sia nazionali che subnazionali – , è molto indietro in termini di efficienza, accountability, trasparenza. Qui dobbiamo esercitarci soprattutto all’interno del Paese, naturalmente imparando anche dalle migliori pratiche suggerite dagli altri ordinamenti. L’Europa è utile anche perché esiste questo stimolo competitivo tra i vari Paesi; pertanto, cercare di imparare dagli altri o fare meglio degli altri è uno stimolo importante.

Altro problema è quello dell’immigrazione, imposto dalla nostra posizione nel Mediterraneo: siccome in questo fenomeno sono implicate competenze governative afferenti sia agli Interni che agli Esteri, dovremo batterci molto, da subito, per lo sviluppo di una politica estera europea comune molto più consistente, perché non possiamo pensare di gestire noi da soli il problema dell’immigrazione africana.

Questo è un problema politico o ci sono aspetti giuridico-organizzativi che, a suo parere, potrebbero essere modificati per consentire meglio un ingresso dell’Italia come protagonista nel dialogo istituzionale europeo?

Credo che, prima di tutto, ci sia un problema di [quel che potremmo chiamare]‘dibattito pubblico’, che solleva tutte le difficoltà legate alla natura dell’informazione e della comunicazione politica. La mia impressione è che il dibattito pubblico, sia a livello politico che giornalistico e di media, in gran parte continui a essere troppo introverso. Per fare un esempio, quanta attenzione si è prestata sui giornali al discorso di Juncker sullo stato dell’Unione? In esso sono emerse varie proposte interessanti, alcune discutibili, per il futuro. Ancora, quanta attenzione prestiamo, in questa fase, al dibattito elettorale che si sta svolgendo in Germania? Pochissimo. Stiamo prestando, invece, un’enorme attenzione alle elezioni siciliane, certamente importanti: la Regione Sicilia è una grossa Regione; però noto questa disattenzione sulle vicende europee. Dal mio punto di vista, è un problema grave, che denota il radicamento di una politica e di un sistema dei media molto introversi e poco aperti all’attualità fuori dai confini nazionali, con tutte le sue implicazioni.

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