venerdì, Maggio 14

L'Italia e la NATO, storia di un'alleanza field_506ffb1d3dbe2

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Si è aperto oggi, in Galles, uno dei vertici NATO più importanti degli ultimi anni. Gli echi di una guerra ‘europea’ sono così vicini da far passare sottotraccia gli altri conflitti che si stanno combattendo ai confini dell’Unione, quello siriano su tutti. L’ultima guerra che l’Europa ha avuto così vicina è stata quella tra Georgia e Russia solo sei anni fa, anche se l’impressione fu completamente diversa dalla situazione attuale. L’Ucraina è diventato un vero banco di prova per molte questioni irrisolte. Dalla forza politica di Bruxelles alla coesione tra i Paesi membri, dal sentimento europeista dei membri baltici e dell’Est, che sperano di essere ben ricompensati dalla loro visione, alla nuova forma che la NATO può dimostrare di avere.

L’Italia si presenta in questo frangente così delicato in una veste rinnovata. Piaccia o no, Matteo Renzi scalpita sullo scenario internazionale per avere un peso di rilievo, e utilizzerà la guida semestrale del Consiglio dell’Unione Europea per far valere ancora di più i propri interessi. La fresca nomina di Federica Mogherini ad Alto Rappresentante degli Affari Esteri dell’UE è solo uno dei punti in agenda per l’ex Sindaco di Firenze. In questi giorni anche il nostro Paese ha iniziato le esercitazioni militari sul fronte orientale europeo, più per una forma di rassicurazione di Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania che per una vera prova di forza. Le postazioni russe sui confini ucraini sono note da settimane, e le unità dispiegate da Mosca non sono paragonabili all’impegno che può mettere in campo un qualsiasi membro dell’Unione.

La volontà è quella di chiudere politicamente la partita sull’Ucraina, per non far precipitare la già grave situazione diplomatica tra NATO e Russia. Dopo le sanzioni decise da Bruxelles, la Russia ha ottenuto diversi successi politici di grande rilievo. Uno su tutti, l’accordo di vendita di gas con la Cina. L’Europa si prepara a un inverno fatto di minacce, e, si spera, non di guerra aperta. Nome in codice dell’operazione dell’Alleanza è ‘Steadfast Javelin II‘, e prevede la partecipazione attiva di oltre 4mila soldati. Per l’Italia saranno 95 i membri scelti a rappresentare Roma, tutti paracadutisti della Brigata Folgore. Insieme a questi partecipano le èlite militari di Bulgaria, Canada, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovenia, Regno Unito e Stati Uniti. Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama non vuole farsi trascinare sul piano ‘personale’ del conflitto, e punta sulla geografia per far intervenire attivamente i membri europei, anche se gli Stati Uniti mantengono le redini della strategia.

Non sarà un incontro facile quello di Newport. Sono circa sessanta i capi di Stato e di Governo che dovranno trovare una soluzione all’intricato groviglio di violenza in Europa orientale e nel Medio Oriente. Obama, insieme con il suo omologo britannico David Cameron, hanno espresso un pensiero comune secondo il quale il Governo di Kiev andrebbe difeso con ogni mezzo, cercando poi di convincere i partner europei a destinare almeno il 2% del PIL alle spese militari, per dimostrare risolutezza e fiducia nella stessa NATO. C’è da scommetterci che almeno su quest’ultimo punto i Paesi dell’Unione faranno orecchie da mercante, perché nessuno dei leader europei ha intenzione di spendere un centesimo in più per le spese belliche tradizionali, tanto meno nel momento in cui l’economia continua a latitare.

La storia dell’Italia nella NATO ha radici lontane. Paese fondatore nel 1949, Roma ha sempre svolto un ruolo da protagonista soprattutto per quanto riguarda le spese e la partecipazione alle missioni. Per decenni siamo stati la punta della lancia statunitense nel Mediterraneo, e dalla caduta del muro di Berlino abbiamo sostenuto pienamente il processo di allargamento dell’Alleanza Atlantica. Negli ultimi venti anni la NATO ha rivisto la propria struttura interna e le proprie finalità. Con le Nazioni Unite ingessate e paralizzate da una mancata riforma del Consiglio di Sicurezza, la NATO rappresenta per l’Occidente l’unico vero ombrello militare strategico in caso di missioni internazionali e di difesa. Le dotazioni e gli equipaggiamenti vengono prodotti secondo gli standard dela NATO per consentire una maggiore fruizione da parte delle truppe alleate, e così le esercitazioni congiunte sono ormai una prassi consolidata, in aria, terra e mare. Dalla logica bipolare della Guerra Fredda si è passati a un concetto di ‘sicurezza integrata’, che comprende (nella teoria) tutto il quadrante Euro-Atlantico, e non soltanto i membri permanenti. La partecipazione attiva dell’Italia nella NATO permette che l’industria bellica italiana sia sempre all’avanguardia, potendo svolgere il doppio compito di esportatore nei confronti di Paesi terzi e di fornitore di strumenti di alta precisione per gli alleati.

Nel 2002 Silvio Berlusconi si fece portavoce dell’avvicinamento della NATO alla Russia di Putin. Il momento storico consentiva questo passo, anche se Francia e Gran Bretagna non furono propriamente entusiasti del nuovo status quo. Per quanto riguarda le operazioni, l’Italia ha sostenuto attivamente le attività nei Balcani (KFOR) e in Afghanistan nel quadro della missione ISAF, gestendo il comando della provincia di Herat e del Regional Command West.
Nel 2011 Roma non si è tirata indietro per gli interventi in Libia, seguendo a ruota il Governo di Nicolas Sarkozy. Operando con la NATO, l’Italia partecipa anche alle iniziative anti-pirateria nel Mediterraneo e nei mari del Corno d’Africa, come ‘Ocean Shield‘ e ‘Active Endeavour‘. Il contributo annuale che viene ripartito all’Alleanza è significativo. L’8,8% per il budget civile e la stessa percentuale per quello militare, oltre a un 8,7% per il NSIP (NATO Security Investment Programme), sono a cura delle casse di Roma.

Ma in Italia la NATO ha anche molte sedi. Dal Joint Force Command di Napoli al NATO Defence College di Roma, sono molti i militari e i funzionari internazionali che vivono stabilmente nel nostro Paese. Il Rapid Deployable Corps Headquarter ha sede a Solbiate Olona, nel milanese, la Scuola per Sistemi di comunicazione e informazione si trova a Latina, il Centre for Maritime Research and Experimentation è di casa a La Spezia e il Deployable Air Control and Command Center è  a Poggio Renatico.
La geografia italiana è fondamentale per la NATO, dal momento che da qui partono la maggior parte delle truppe americane dislocate in Europa. In un documento del 2009 curato dallo IAI di Roma, (‘La NATO e la difesa europea: sviluppi recenti, scenari e ruolo dell’Italia‘), si affermava: «In linea di principio, quindi, è possibile ritenere che la partecipazione italiana alla Nato e alla Pesd siano coerenti con gli interessi generali di sicurezza del Paese e con le percezioni prevalenti nella popolazione. Tuttavia, a seconda degli scenari, l’impegno nell’ambito della Nato e della Pesd presenta sia opportunità sia problemi».

L’Alleanza Atlantica si è molto allargata negli ultimi anni, più per questioni politiche che realmente strategiche. Anzi, la componente militare dei membri ha sempre cercato di evitare questo genere di aperture nei confronti di altri Paesi, per non modificare le già precarie condizioni di stabilità al suo interno. Contando solo gli ultimi venti anni, sono in tanti ad aver bussato alla porta della NATO, e viceversa. Nel 1997 entravano Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia, mentre nel 1999 era la volta dei Paesi baltici. Altri sette membri erano accolti nel 2007, e nel 2009 si univano alla compagnia anche Albania e Croazia. Comunque andrà il vertice in Galles, l’Italia si farà certamente promotrice di una soluzione diplomatica, anche se la situazione in Ucraina e gli alleati richiedono che la decennale fedeltà di Roma all’Alleanza sia rafforzata da una reale partecipazione di uomini e mezzi.

 

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