mercoledì, Dicembre 1

L’Italia e la Cooperazione territoriale europea. Una questione di ‘senso’ Riduzione delle diseguaglianze, competitività regionale, sinergie locali di respiro europeo. Intervista a Lodovico Gherardi, coordinatore dell’Autorità di Gestione del Programma ADRION e docente presso l’Università del Piemonte Orientale

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Potrebbe riportare l’esempio di un progetto-tipo?

Parlerò del problema del social housing. Ogni comune – non solo in Emilia-Romagna, ma in tutta Italia – quando si tratta di dare concessioni edilizie, nel proprio piano regolatore conta una parte di metri cubi di urbanizzazione da destinare necessariamente all’ ‘edilizia sociale’, ossia quella che poi garantirà abitazioni a prezzo agevolato per le fasce più svantaggiate della popolazione (giovani coppie, migranti, etc.). Il caso riguarda un piccolo Comune (15000 abitanti) dell’area pedemontana di Modena: Castelnuovo Rangone. Il problema, per l’Assessore all’urbanistica, era la costruzione di un lotto edificabile parte del quale andava in edilizia sostenibile.

La domanda è: come faccio ad avere a costo attraente per le imprese edili costruttrici – quindi non andare a far pagare una specie di ‘tassa’ su questa costruzione – un lotto di edilizia sociale che però sia in ‘Classe A’? Mi riferisco a una categoria a zero emissioni, con tutti i sistemi ecologici collegati, senza dispersioni, a energie alternative (pannelli solari e quant’altro). Come costruire un nuovo tipo di abitazione a basso costo che sia però di alta qualità da dare all’edilizia sociale? Questo è un problema per un Comune piccolo… Che tanti Comuni hanno: rendere appetibile anche alla costruzione destinata al social housing. Siamo in Central Europe (programmazione 2007-2013). Nella ricerca di partner, ovviamente il Comune di Modena era quello più vicino; ma sono intervenuti anche partner internazionali: Città di Vienna, Città di Praga, Città di Budapest, Università di Belgrado, Università ungherese di Györ… Questi partner si mettono insieme: un piccolo Comune italiano riesce a dialogare con le Capitali dell’Est europeo su un tema di edilizia sociale dove, ad esempio, anche la città di Vienna contempla realizzazioni, esperienze, idee. I partner mettono in comune tutto questo per realizzare una serie di prodotti che, per Castelnuovo Rangone, si è tradotta nell’ideazione di una ‘gara di appalto per idee’, aperta a ingegneri e architetti. I termini di riferimento di questa gara consistevano nell’utilizzo di determinati materiali, che sono stati individuati grazie al dialogo tra i tecnici delle municipalità di Praga, Vienna, Castelnuovo Rangone, Modena, Budapest, etc, con determinati tipi di requisiti. La gara di idee ha previsto un accordo con la ditta costruttrice, che si impegnava a utilizzare il progetto vincente (realizzato secondo i criteri messi a punto dalla cooperazione programmata) per costruire nel lotto edificabile.

Qual è stato l’utile di questa iniziativa?

In primo luogo, il fatto di porre in dialogo diverse realtà di diversi Paesi: realtà grandi (Vienna, Praga) con realtà piccole (Castelnuovo Rangone, Györ, …), scambio di esperienza, messa a punto di metodi comuni, utilizzo di questi metodi, realizzazione del progetto edilizio non più con i fondi del Programma, ma con le risorse – nel caso portato a esempio – del privato che si impegna a costruire a sue spese e poi a rivendere. Oppure con fondi ‘mainstream’ (nel caso di programmi operativi regionali o nazionali). Questi programmi servono, perciò, per poter mettere in comune esperienze di diversi territori arrivando a spendere meglio e in modo più funzionale, sfruttando l’esperienza di altri e le varie tipologie di finanziamento – pubblico e privato – che possono trovarsi su quel territorio. Altri temi principali sono – qui ho fatto l’esempio dell’edilizia sociale – la promozione dell’attrattività di un territorio (gestione patrimonio naturale o culturale), la soluzione di problematiche legate ai trasporti e alla logistica, l’incremento di una mobilità sostenibile che utilizza energie rinnovabili (compresa l’energia umana – pensiamo alla diffusione delle ciclovie urbane e periurbane). Innovazione, ambiente, cultura, trasporti e mobilità: questi, mediamente, sono gli assi principali di questi programmi, che comunque stanno sempre all’interno degli obiettivi tematici che fondano le politiche di coesione nel loro insieme e della gestione dei Fondi strutturali. Il progetto di Castelnuovo Rangone è andato a buon fine.

Quali sono i problemi maggiori a livello gestionale, considerando anche eventuali asimmetrie tra le diverse realtà regionali?

Troviamo due criticità principali. Ho sempre parlato di pubblica amministrazione e mai di privati: in effetti uno dei problemi è che, seppure teoricamente aperti ai privati, questi programmi non li incentivano a partecipare. Sono tutti programmi finanziati per il 85% con fondi europei e per il 15% con fondi nazionali. Per le programmazioni 2000-2006 e 2007-2013 erano progetti teoricamente finanziati al 100%, con un solo problema: il finanziamento a rendiconto (senza anticipi). Quindi, di fatto, i privati non riuscivano a partecipare perché non erano incentivati. Sto parlando dei programmi transnazionali, non transfrontalieri (ad esempio, in Piemonte, per il Programma Italia-Francia-Alpi, l’anticipo esisteva, perciò la partecipazione dei privati in questa tipologia è stata più alta). Per i programmi a cui hanno partecipato partner della mia Regione, non avendo transfrontalieri – salvo quello marittimo con la Croazia – , devo sottolineare la difficoltà di partecipazione dei partner privati.

Il secondo aspetto, che potrei riassumere in ‘fatica rispetto a gusto’, consiste in un onere amministrativo enorme anche per le pubbliche amministrazioni. Per cui, per progetti di un valore di 100/200/300 mila euro, c’è un lavoro amministrativo molto grande per via delle rendicontazioni e di tutta una serie di processi e prassi abbastanza complicate. Questo porta a una dispersione di energie molto ampia e, se il progetto non è veramente importante da un punto di vista politico per l’amministrazione che lo sta conducendo, finisce che l’amministrazione si disamora del progetto, che alla fine rimarrà poco tangibile.

C’è, poi, un terzo problema: quello della disseminazione della spiegazione. Come dicevo, trattandosi di programmi che non finanziano, nell’insieme, investimenti grossi (nel caso più emblematico, infrastrutture), essi non sono immediatamente percepibili dall’opinione pubblica. Sono percepiti in modo indiretto. Nonostante sia stata fatta una gara a Castelnuovo Rangone per avere un lotto, quest’ultimo però è stato costruito da un’azienda privata che non ha ricevuto i fondi da quel progetto: non c’è una chiara relazione 1 a 1 e occorre essere molto bravi a pubblicizzare questa provenienza. Per cui, di fatto, uno dei problemi è quello di spiegare ciò che questi progetti hanno comportato in concreto. Nella realtà, invece, questa è una considerazione a cui siamo arrivati dopo 20 anni di esperienza INTERREG.

Che vantaggi ha portato, nella durata, questa esperienza?

Le amministrazioni locali che hanno partecipato a INTERREG sono diventate molto più competitive nella partecipazione a qualsiasi tipo di gara pubblica: si è abituata, cioè al concetto di gara, diverso dalla distribuzione a pioggia delle risorse. Una gara particolare, però, di respiro internazionale: non è più un discorso relativo alla gara in cui io, Comune di Castelnuovo Rangone – per riprendere l’esempio – , vado a Bologna e tratto con la Regione per un finanziamento interno al programma operativo regionale. Qui si entra in un ambito che è valutato da soggetti extra-statali. L’aumento di competitività è l’esito della partecipazione a INTERREG, ma anche a HORIZON, COSME e tanti altri programmi a gestione diretta della Commissione europea ai quali, prima, non si era posta neppure attenzione.

In questo processo rientra la ‘de-provincializzazione’ alla quale prima faceva riferimento?

Per l’appunto: in Italia molte amministrazioni locali hanno iniziato a guardare il mondo al di là dei confini comunale, provinciale o – al massimo – regionale. Dal mio punto di vista, si tratta di un valore aggiunto.

Sulla base di questa evoluzione, pensa che si andrà progressivamente verso una integrazione regionale sempre più svincolata dall’ambito statale nazionale?

No, credo che necessariamente bisognerà rafforzare le governance multilivello: bisogna che, in entrambe le direzioni, ci sia un rapporto più stretto. Le prossime politiche di coesione, se risentiranno negativamente della Brexit, verranno ad avere qualcosa come un 30% in meno di risorse. Ciò significa che, a livello europeo, dovremo decidere quale sarà la tipologia dei territori destinatari dei finanziamenti. I territori più ricchi probabilmente cesseranno di avere contribuzioni o ne avranno molto poche; oppure si andrà a gara.

In questo scenario, l’equazione politica esprimibile come ‘sono riuscito politicamente a far convergere delle risorse su un territorio’ risulterà molto più debole con risorse minori, mentre acquista valore la componente tecnica, vale a dire: saper scrivere progetti, essere competitivi, saper gestire i progetti per potere essere affidabili e entrare in squadre con località di altri Paesi per una progettualità congiunta. Quindi diventa più importante l’aspetto tecnico di quello ‘politico’. Pertanto, più che fissarsi sullo svincolamento del livello locale rispetto al livello centrale (nazionale o europeo), devo dire che il livello locale dovrà sicuramente essere molto più abituato a dialogare con i livelli superiori, rispettandone comunque il diverso ruolo. Perché se un piccolo Comune va in Commissione europea, in quella sede sarà invitato ad accordarsi con il livello nazionale. Bisogna rafforzare tutte le varie sinergie.

All’esigenza di coordinamento si aggiunge la necessaria capacità di mantenere i rapporti a un livello tecnico anziché politico. Perciò anche la qualità del dipendente pubblico dovrà crescere in questa direzione: ad esempio dovrà essere capace di lavorare in lingua inglese, dialogare con colleghi di altre nazioni, interagire insomma con realtà che non sono le realtà territoriali locali. Fattore non secondario, nel nostro contesto nazionale questo sistema è in grado di rispondere a esigenze specifiche di sviluppo in base a meccanismi tesi a evitare rapporti clientelari tra le Regioni e, più in generale, asimmetrie politiche nell’accesso alle risorse europee.

 

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