lunedì, Giugno 21

L'Italia e la cooperazione internazionale

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Infine, un altro aspetto importante che ha destato preoccupazione ai cooperanti italiani è questa sorta di “battaglia delle cifre” che è stata ingaggiata a livello politico, a seguito delle dichiarazioni del Presidente del Consiglio Matteo Renzi in merito al raggiungimento in tempi brevissimi dell’obiettivo dei Paesi OCSE sull’investimento destinato al settore, già annunciato lo scorso luglio nella città di Addis Abeba in occasione della Conferenza Internazionale sui Finanziamenti allo Sviluppo delle Nazioni Unite e ribadito durante la visita del cantante Bono Vox all’Expo di Milano il 6 settembre. Nello specifico, Matteo Renzi ha promesso che entro il 2017 l’Italia sarebbe stata il quarto investitore per percentuale sul Pil nel contesto del G7, in forza soprattutto del nuovo meccanismo illustrato nella riforma della cooperazione e dell’intervento di soggetti altri rispetto alle ONG. La legge n. 49/87 identificava come soggetti principali della cooperazione le organizzazioni non governative che, come si legge sul sito istituzionale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, «dopo un’istruttoria molto selettiva, ottengono dal Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale un riconoscimento di idoneità per la gestione di progetti di cooperazione». La nuova legge, invece, prevede una larga partecipazione ai bandi di finanziamento dei progetti anche attori privati e provenienti dal profit. Posto che le risorse elargite volontariamente dai cittadini sono sempre state importanti per la sussistenza delle ONG a cui hanno assicurato una certa indipendenza di azione, tuttavia siamo di fronte ad una sorta di controversa ingerenza da parte delle associazioni con fini di lucro in ambiti e a risorse che sono fondamentali invece per il settore del no profit. Il Vicepresidente di Emergency e Nicola Morganti sono concordi nel rimarcare l’importanza fondamentale della definizione chiara degli ambiti e del raggio di azione di questi nuovi soggetti della cooperazione: “Dal momento che non è chiaro quali siano gli ambiti di intervento e gli strumenti che devono prevedere tale intervento, non è nemmeno chiaro appunto quali siano gli obiettivi e in che modo la partecipazione dei soggetti privati si trasformi poi in concreto in un apporto reale alle persone che hanno bisogno. Negli scorsi anni si è parlato spesso di sviluppo sostenibile, ovvero progetti che possono produrre le risorse necessarie  per poi essere in grado di continuare l’attività in modo autonomo, tuttavia noi abbiamo l’idea che chi usi queste definizioni conosca poco o male la realtà dei Paesi in via di sviluppo o in generale delle aree in cui si necessita un intervento di cooperazione. Prendendo ad esempio il settore della sanità, quello in cui opera Emergency, se si tratta di intervenire in un Paese per aiutarlo a ricostruire un sistema sanitario decente, che possa rispondere ai bisogni delle persone, il principio del ‘Cost Recovery’, tanto sponsorizzato qualche anno fa, si è rivelato essere un disastro. Quest’ultimo prevedeva infatti il pagamento delle prestazioni sanitarie anche da parte delle persone che ne avevano un estremo bisogno ma che non avevano le disponibilità economiche necessarie per pagare. In tal caso, non si tratta di cooperazione, non è la cooperazione internazionale che siamo abituati a conoscere noi che operiamo direttamente sul campo” dice Alessandro Bertani.

Il Presidente della Fondazione Acra-Css affronta la questione da una prospettiva ancora diversa: “La preoccupazione che abbiamo è che secondo la nuova legge non saranno più eleggibili sono le ONG che prima venivano dichiarate ‘idonee’ per ricevere i fondi per implementare i progetti, ma la nuova legge apre ad una grande varietà di soggetti fra cui le Onlus, gli istituti di ricerca, le società private e alcune cooperative. Da una parte, si riflette una tendenza diffusa a livello mondiale della cooperazione internazionale di riconoscere anche ad altri soggetti la facoltà di condurre delle attività di cooperazione allo sviluppo, dall’altra però bisogna vedere il modo in cui verranno fatti i bandi e come verrà condotto il processo di selezione dei progetti. Mentre prima c’era un qualche centinaio di ONG che proponevano diverse attività, adesso assisteremo a diverse migliaia di soggetti che proporranno per lo stesso bando diverse idee, diversi Paesi di intervento e il rischio reale è quello di un ingolfamento della ‘macchina della cooperazione’: come faranno a scegliere a chi destinare i fondi fra migliaia di proposte? La risposta a questa domanda costituirà la grande sfida dell’Agenzia, cercare cioè di definire i meccanismi che permettano di avere determinate progetti per determinati tipi di soggetti e regolare, quindi, l’intervento privato”.

Dopo 13 mesi dal licenziamento della riforma della cooperazione internazionale italiana da parte del Parlamento, alcune fondamentali disposizioni risultano non implementate e gli aspetti più innovativi vengono, in questo modo, annullati. Ciò di cui la cooperazione internazionale italiana ha bisogno è il riconoscimento della sua importanza nel contesto della politica interna e dello sviluppo della società civile e il conseguente impegno economico che ne deriva. A prescindere dalle soglie numeriche e dai punti percentuali, occorre attribuire la giusta dignità al lavoro dei cooperanti cercando di favorire la loro azione e allo stesso tempo pensare un sistema di monitoraggio e controllo degli obiettivi e delle modalità con le quali questi vengono effettivamente perseguiti, perché si tratta di incarichi che hanno a che fare con la vita delle persone, degli individui che ne hanno più bisogno. Gli spunti per un confronto responsabile e un impegno coerente e costante sono rintracciabili nel testo della legge, ma devono al più presto trovare un approdo concreto, calato nella realtà delle circostanze che si trovano ad affrontare gli operatori della cooperazione, perché il rischio che si cela dietro anche le migliori intenzioni è sinteticamente espresso da Alessandro Bertani, Vicepresidente di Emergency: “L’istituzione di tavoli di discussione rappresenta sicuramente un fattore positivo. Occorre però che questo segni un momento di discontinuità rispetto al passato, o perlomeno al recente passato, poiché il rischio che si corre, che nessuno vorrebbe mai vedere concretizzarsi, è che la cooperazione internazionale diventi uno strumento di promozione della politica economica del Governo. Il fondamento della cooperazione internazionale dovrebbe consistere, invece, nella risposta ai bisogni reali delle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo e il coinvolgimento dei grandi soggetti non deve essere frustrato da un interesse diverso rispetto a quello vero della cooperazione. La cooperazione internazionale non può attendere i tempi lunghi, lunghissimi della politica, non solo italiana ma quella particolare di ogni singolo Paese, perché il bisogno c’è e continua a crescere e ogni giorno che passa senza una risposta si traduce in una grave mancanza di aiuto in qualsiasi ambito, in quello sanitario ma anche in quello alimentare e in tutti gli altri che compongono l’universo della cooperazione internazionale. Non sono tempi che consentono di tergiversare”. Tic tac, il tempo scorre e il dramma che stanno vivendo milioni di persone nei territori europei ne è l’indiscutibile prova.

 

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