lunedì, Ottobre 25

L’Italia e il nuovo ruolo della NATO nel Mediterraneo Si tratta di evoluzioni strutturali che, al di là delle ambizioni del governo italiano, lasciano presagire pochi cambiamenti

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La formazione del nuovo governo italiano ha riportato in auge la questione del ruolo che le strutture collettive cui il Paese appartiene possono svolgere per garantire la sicurezza della sua ‘sponda sud’. Se, per diverse ragioni, il focus del dibattito continua a puntare sull’Europa, una posizione italiana più assertiva rischia di avere ricadute anche in altri ambiti. Fra questi, un posto speciale è ricoperto dall’Alleanza Atlantica e dalla NATO, che dall’Alleanza rappresenta il braccio operativo. Nei giorni scorsi, le dichiarazioni del Presidente del Consiglio riguardo a una possibile revisione della posizione nazionale sulle sanzioni imposte a Mosca hanno innescato vivaci reazione da parte fra gli altri del Segretario generale Stoltenberg. Al di là del loro contenuto, il tono di queste reazioni ha messo in evidenza come la sicurezza delle frontiere orientali e la politica di reassurance degli alleati più vicini alla Russia continuino a essere le priorità dell’organizzazione e a strutturare le sue scelte in materia di assetti e loro dispiegamento. In questo senso, né le ambigue aperture dell’amministrazione statunitense né il ribilanciamento degli impegni deciso al vertice di Varsavia sembrano avere sortito effetti sul lungo periodo o avere influito sulla distribuzione del potere dentro l’Alleanza.

Su questo sfondo l’interrogativo sul ruolo che la NATO può assumere sul fronte sud – come chiesto dal governo italiano – assume una rilevanza particolare. L’Alleanza è da tempo spaccata sulla questione e l’assenza di un attore unificante (rappresentato, sino a qualche anno fa dagli Stati Uniti) non agevola le cose. Come deciso durante il vertice di Varsavia, negli scorsi anni l’Alleanza ha lanciato una nuova missione di pattugliamento e sorveglianza aero-marittima (Sea Guardian) che ambisce ad essere ‘uno strumento flessibile, capace di assolvere una vasta gamma di compiti’, fra o quali ‘la sorveglianza degli spazi marittimi d’interesse, il contrasto alla minaccia terroristica e formazione a favore delle forze di sicurezza dei paesi rivieraschi’. A questi compiti – già svolti dalle forze marittime dei singoli Stati membri – si aggiungono quelli di garanzia della libertà di navigazione, di interdizione marittima, di contrasto alla proliferazione delle armi di distruzione di massa e di protezione delle infrastrutture sensibili. La missione è condotta in sinergia con l’UE, per quanto concerne sia l’operazione Sophia (EUNAVFORMED – EU Naval Force Mediterranean) sia le attività svolte da FRONTEX per la gestione delle frontiere esterne e il controllo dei flussi migratori in entrata.

E’ ipotizzabile un potenziamento di questo impegno? La richiesta implicita di Roma è che lo sforzo dell’Alleanza si concentri sul controllo dei flussi migratori in arrivo verso il Paese; un compito che rientra solo indirettamente fra quelli di Sea Guardian. Sebbene l’Alleanza abbia da tempo incluso la human security fra le vulnerabilità che richiedono il suo impegno e sebbene il traffico di armi, narcotici e esseri umani sia indicato fra i tratti critici del security environment anche dall’ultimo Concetto strategico (2010), la gestione di queste problematiche è affidata sostanzialmente all’azione dei singoli Stati membri. Anche la missione in oggi in atto nell’Egeo a sostegno di Grecia e Turchia ha come mandato la ricognizione, il monitoraggio e la sorveglianza, al fine di ‘assistere gli alleati e Frontex a svolgere i loro compiti di fronte alla crisi’ attraverso la fornitura delle informazioni raccolte grazie gli assetti dell’Alleanza. Tuttavia, come precisa la stessa NATO, ‘in base al diritto internazionale, tutte le navi, comprese quelle della NATO, devono prestare assistenza a chiunque si trovi in difficoltà in mare, e spetta alle unità alleate onorare la propria responsabilità nazionale di prestare assistenza’ (‘Allied vessels will live up to their national responsibility to assist’).

Quella secondo cui si muove l’Alleanza Atlantica è quindi, sostanzialmente, una logica residuale. Lo stesso accade, ad esempio, nel caso delle azioni di contrasto al terrorismo. Diverso è il discorso sul ri-orientamento delle priorità strategiche, il cui ‘sbilanciamento a Est’ è indicato da più parti come potenzialmente distruttivo della sua coesione interna. Con il crescere del peso dei Paesi dell’Europa centro-orientale, il rafforzarsi delle mire neo-imperiali di Mosca e il graduale sganciamento degli Stati Uniti dall’Europa, il posto del Mediterraneo nella strategia comune è venuto perdendo d’importanza. Nonostante le dichiarazioni, gli sforzi sinora compiuti per porre rimedio a tale stato di cose sono stati poco efficaci. Da una parte, i Paesi del ‘fronte sud’ faticano a proporre una posizione condivisa a fronte di quella che è la loro crescente subalternità; dall’altra, il disimpegno di Washington dall’Europa li ha privati di un partner che ha sempre avuto interesse a bilanciare le pulsioni che agitano il ‘pilastro europeo’. Si tratta di evoluzioni strutturali che, al di là delle ambizioni del governo italiano, lasciano presagire pochi cambiamenti in vista del summit che il prossimo 11 e 12 luglio riunirà nuovamente a Bruxelles i Capi di Stato e di Governi dei Paesi membri dell’Alleanza.

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