martedì, Novembre 30

L'Italia e i suoi avvoltoi field_506ffb1d3dbe2

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Vi è mai venuta un’illuminazione, non sulla via di Damasco, ma in via Pannini, tranquilla strada del quartiere romano del Flaminio, dinanzi ad un secchione della spazzatura? Vabbé, se non siete né residenti né passanti sulla suddetta via, la domanda è puramente retorica, come, d’altronde, intendeva essere. Ma ovunque voi abitiate, in particolare a Roma, potreste essere stati colti dal medesimo rovello. Dunque, immaginatevi la scena: ho in mano la bottiglia di plastica del colluttorio (pubblicità occulta, è marca Iodosan) e cerco il secchione giusto. Mi blocco.

Anzi, mi blocca un pensiero: ‘Ma, dopo tutto quello che abbiamo letto sui giornali, dello scandalo sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, con quel Cerroni che lucrava a più non posso e spartiva briciole e briciolone con i compagni di merenda istituzionali, ha senso fare la differenziata?’ Un pensiero fastidioso, lo riconosco. Che parli il Grillo che c’è dentro di me? Un po’ mi faccio specie da sola.

Tale imprinting continua a martellare, appena entro in farmacia, a comprare il colluttorio per sostituire quello terminato. Lì, come i fantasmi che si ammassano intorno alla tomba del mite, subalterno protagonista del bellissimo film di Uberto Pasolini, ‘Still life’, le riflessioni amare mi vengono tutte incontro e certo non per colpa dei gentili farmacisti al banco.

La Sanità è uno dei campi che generano scandali come il fertile terreno delle mie lande natali, dove il raccolto del cipollotto si può fare anche cinque volte l’anno – sempre che non scopriamo che i feraci appezzamenti sono allocati su putride discariche abusive, tanto si sa che anche dal letame può nascere un fiore… -. Dall’Alpi al Lilibeo, è tutto un tourbillon di scandali quello della Sanità, il capitolo di spesa più assorbente dei bilanci pubblici.

Mi raccontavano, ad esempio, che le indagini in merito hanno scoperto che persino nelle forniture per l’acquisto di strumenti semplici come le siringhe emergono macroscopiche discrepanze, gonfiandosi i costi in maniera così esagerata da creare margini di cresta stratosferici. La via crucis continua. Perché subito dopo mi tocca prendere il bus. E transeat se non ce n’è uno degli autisti che guidi senza l’immancabile telefonino in uso, vuoi con gli auricolari, vuoi ‘nature’. Ho l’abbonamento, ma vedo timbrare tanta gente il biglietto (le obliteratrici spesso sono rotte, entrambe, per cui è tutta una pantomima obbligare i poveri passeggeri a pescare una penna con la quale annullare il biglietto con data e ora) e mi viene in automatico da chiedermi: quanti di questi ‘documenti di viaggio’ fanno parte di quell’immenso stock farlocco che ha fatto realizzare ruberie incalcolabili non solo a favore dei dirigenti della Società, ma anche dei politici di riferimento (altra indagine uscita sui giornali)?

E queste sono solo alcune delle idee depressive che spuntano soltanto mettendo il naso fuori di casa. Perché, poi, se capita sotto gli occhi anche un unico quotidiano, è tutto uno sciorinare di scandali e di rapine legalizzate da far venire la bile agli occhi. Secondo me, ci vorrebbe un enorme calderone on line che sistematizzasse tutte le indagini che quotidianamente compaiono sulla stampa, sull’intero territorio italiano, e desse una mappa delle ruberie scoperte (punta dell’iceberg?) mettendole a confronto con le risorse assorbite dalla spesa pubblica; ciò scoprendo, magari, che, al netto dei ladrocini, ce la potremmo fare benissimo addirittura abbassando il prelievo fiscale.

Certo, in nome dei principi dell’economia politica, bisogna mettere in conto che si decurterebbe di molto la capacità di spesa dei corrotti, che, pur indirizzando gran parte del maltolto ai cosiddetti ‘paradisi fiscali’, fanno la bella vita e, pertanto, fanno girare i mercati del lusso, dalle auto alla moda; dagli aggeggi tecnologici al turismo (oltre che tutto il sommerso di droga e prostituzione).

Smuovere qualche pedina di tutto questo letamaio, in maniera soft, sì da dare l’impressione alla massa degli impotenti che ci sono pure i potenti che pagano il fio delle loro malversazioni, rappresenta una specie di acrobazia per mantenere l’equilibrio di un sistema che si regge sull’illegalità, pur farisaicamente proclamando di perseguire la legalità.

Scrivo e mi sento Robespierre. Non Grillo, ché, ormai, è emerso che lui ed il suo ristrettissimo cerchio magico predicano bene e razzolano male. Mentre io, che faccio parte dell’esercito dei tartassati, sfuggo a questa tipologia: do voce, con la passione civile che coltivo sin da che ho memoria, all’indignazione diffusa, senza peraltro salire sul carro dei Forconi, che rappresentano l’escamotage escogitato da piccoli mestatori (o aspiranti tali) per guadagnarsi l’impunità, invidiata in coloro che contestano.

In questi giorni è tutto un rendiconto della lenzuolata d’incarichi (25, dicunt) ricoperti da tal Mastrapasqua (che ora che ha cantato il gallo, tutti si affrettano a rinnegare: ‘Mastrapasqua, chi?). Credo che uno degli errori che ho fatto nella mia vita sia stato quello di sostenere (molto brillantemente) l’esame di Antropologia Criminale, metabolizzando le teorie del Lombroso. Purtroppo tali nozioni hanno ‘deviato’ gli itinerari dei miei pensieri e, quando incontro qualcuno, sono elementi che mi influenzano nel giudizio. Talvolta ho incontrato il sunnominato personaggio al bar della Musica in via del Pinturicchio, angolo Antonazzo Romano.

E lì che il mio animo lombrosiano ha fatto tintinnare tutti i suoi sensori… D’altronde, questi grand commis dello Stato, per quanto si assicurino fidelizzazioni alla Girella – ricordate il ‘Brindisi di Girella di Giuseppe Giusti? -, sono travolti da guerre fra bande che li immolano per accontentare altri voraci personaggi contigui. E’ un copione che si ripete spesso e del quale siamo inermi spettatori… un meccanismo spregiudicato (spesso manovrato da … pregiudicati) che ci fa sentire ‘scarnificati da famelici avvoltoi’.

 

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