domenica, ottobre 21

L’Italia dell’Istat e le nuove frontiere della comunicazione Il ‘Rapporto 2018’ apre interessanti nuovi squarci sul Paese e i suoi mutamenti

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Il ‘Rapporto annuale Istat 2018apre squarci di conoscenza molto interessanti, e originali, anche nel campo della comunicazione e delle relazioni comunicative. In tutti i sensi. E in tutti i sensi di tutti i sensi. In particolare tra i giovani e’ diffusa la percezione dell’overeducation, che testimonia una certa insoddisfazione per la valorizzazione del capitale umano e un esiguo mercato del lavoro qualificato. Lo afferma appunto l’’Istat’. Il 38,5% dei diplomati e laureati (di età compresa tra i 15 e i 34 anni, cioè circa 1,5 milioni) dichiarava nel 2016 che per svolgere adeguatamente il proprio lavoro sarebbe stato sufficiente un livello di istruzione più basso rispetto a quello posseduto: 4 giovani diplomati e 3 giovani laureati su 10 (il 41,2% e il 32,4% rispettivamente). I giovani diplomati degli istituti tecnici e professionali si percepiscono meno frequentemente sovraistruiti mentre la percezione è massima tra i diplomati con maturità liceale. L’incidenza dei sovraistruiti è minima tra i giovani con lauree a indirizzo tecnico-scientifico, più elevata per le aree disciplinari umanistiche e per quelle socio-economiche e giuridiche.

Inoltre nel 2017 continua la crescita del numero degli occupati (265 mila, pari a +1,2%) in tutte le aree del Paese, ma il Mezzogiorno rimane con un saldo occupazionale negativo rispetto al 2008 (-310 mila unità, -4,8%). Il riavvicinamento del numero di occupati ai livelli pre-crisi si deve esclusivamente alla componente femminile (404 mila unità in più) mentre gli uomini fanno tuttora registrare un deficit di 471 mila unità. Il tasso di occupazione è in crescita e si attesta al 58%, ancora 0,7 punti percentuali sotto il livello del 2008 e lontano dalla media Ue. Nonostante il miglioramento registrato, il tasso di occupazione femminile resta ben sotto la media europea (48,9% contro 62,4%): il valore più basso dopo la Grecia.Il numero di disoccupati diminuisce del 3,5% (-105 mila) e il tasso di disoccupazione passa dall’11,7% del 2016 all’11,2%. Gli inattivi tra i 15 e i 64 anni si riducono per il quarto anno consecutivo e sono sotto i 13,4 milioni. Il calo è stato meno intenso rispetto al 2016, ma comunque rilevante (-242 mila unità, -1,8%); rispetto al 2008 se ne contano quasi un milione in meno. I giovani Neet (non occupati e non in formazione) scendono sotto i 2,2 milioni, con un calo dell’1,1% più debole di quello registrato nel 2016.

E’ una ‘emorragia’ continua: a partire dal 2015 l’Italia è entrata in una fase di declino demografico e per il terzo anno di fila la popolazione totale diminuisce, di quasi 100mila persone rispetto all’anno precedente. Al 1° gennaio 2018 si stima che la popolazione ammonti a 60,5 milioni di residenti, con una incidenza della popolazione straniera dell’8,4% (5,6 milioni). La stima della popolazione straniera, alla stesa data, mostra un incremento di 18mila persone rispetto all’anno precedente, come saldo tra ingressi, uscite e acquisizioni di cittadinanza. E’ dal 2016 che la variazione della popolazione straniera sull’anno precedente presenta valori modesti, soprattutto se comparati con quelli degli anni Duemila. E si va accentuando l’invecchiamento della popolazione, nonostante la presenza degli stranieri caratterizzati da una struttura per età più giovane di quella italiana e con una fecondità più elevata. E così l’Italia è il secondo Paese più vecchio al mondo, con una stima di 168,7 anziani ogni 100 giovani. Per il nono anno consecutivo le nascite registrano una diminuzione: nel 2017 ne sono state stimate 464mila, il 2% in meno rispetto all’anno precedente e nuovo minimo storico.

La comunicazione avviene in maniera nuova e atipica. Questo anche in relazione ai ‘nuovi media’, alla comunicazione digitale ed alle sue modalità di utilizzo. Ma ci sono anche quelli che non hanno alcuna rete di sostegno: in Italia circa 3 milioni di persone di 14 anni e più (il 5,8%) dichiarano di non avere una rete di amici, né una rete di sostegno, né partecipano a una rete di volontari organizzati. La quota di persone senza reti esterne alla famiglia è più alta tra le persone che vivono da sole (7,7%) ed è massima tra gli anziani di 75 anni e più (15,6%). La ricerca di una rete di sostegno diventa importante, perché si è consapevoli che essere parte di una o più reti sociali porta vantaggi in termini di benessere individuale, soprattutto alle persone più vulnerabili. Mentre si ripropone chiaramente la necessità che i nuovi strumenti comunicativi aiutano a ricreare quella ‘socialità’ che appare chiaramente disgregarsi.

 

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