sabato, Novembre 27

L’Italia del pallone riscoprì la morte Se la morte di un giovane calciatore ferma il calcio per un giorno forse non è stata vana per le vite di ciascuno di noi

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Semmai si può trovare qualcosa di positivo nella drammatica scomparsa di uno sportivo di 31 anni, compagno di una giovane donna e padre di una bambina di 2 anni, avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 marzo, forse è nella riscoperta collettiva della morte nel mondo del calcio, ma non solo.

Dall’incredulità seguita alle prime notizie, allo sgomento che si faceva strada nei tifosi, ma anche tra le persone che tali non sono, a mano a mano che passavano le ore, fino al rito definitivo, quello del funerale del povero Davide Astori. Una sorta di raduno che sembrava avere lo scopo non dichiarato di farsi reciprocamente coraggio, perché la morte esiste e non risparmia neppure un atleta valoroso, come non ebbe riguardo per Achille, figlio di Peleo e di Tetide, cui bastò una minima vulnerabilità, al tallone, per essere rapito dalla grande signora degli uomini, la morte.
Al funerale di Davide i tifosi della Fiorentina applaudivano persino i calciatori della Juventus, la grande nemica, la squadra dalla quale li divide una rivalità davvero drastica. Esattamente come avvenne per i funerali dell’eroe principale dell’Iliade, anche per il ragazzo delle valli bergamasche, i belligeranti si concessero una tregua.

La morte, quando riusciamo a fermare gli infernali ingranaggi delle nostre giornate e facciamo silenzio, si fa sentire, tanto da spingerci di nuovo a negarla, persino ad escluderla da qualsiasi conversazione.

Invece con Davide non è stato possibile. Se la morte può falciare la vita così sfacciatamente, sottraendola anche a un ragazzo dall’aspetto sano e forte, piccolo Achille per i suoi tifosi, significa che può violare qualsiasi santuario, persino il più munito. Allora ci viene da chiederci cosa sarà della nostra vita, così indifesa al cospetto di quella dell’atleta.

Negli stessi giorni, nelle stesse ore in cui molti piangevano Davide, lasciandosi finalmente assorbire da uno degli inciampi più scomodi dei nostri pensieri, la morte continuava la sua intensa e sinistra opera in tutte le parti del mondo, senza riguardi anagrafici, spesso portandosi via bambini che non avevano fatto neppure in tempo a capire la differenza tra il tepore protettivo delle acque materne e la ruvidità del mondo.

Proprio così, Davide veniva pianto da chi la domenica grida per scacciare le proprie angosce, per non sentire i sussurri di chi sta loro vicino o la disperazione di coloro cui è stato dato in sorte di nascere nelle aree più sventurate del Pianeta, senza potersi permettere nemmeno un’ombra di ciò di cui sovrabbondiamo.

La morte di quel ragazzo gentile, strappato via così presto alla sua bambina, che dovrà dimenticarlo per sopravvivere, è riuscita a rammentarci che la signora con la falce esiste e lavora con lena, ogni istante della giornata, sfiorandoci continuamente.

Rammentarlo rende più preziosa e migliore la vita, liberandola dalla sciocca pretesa dell’immortalità, la finzione dei pavidi che, come bambini piccoli, si illudono che tappandosi occhi e orecchi non saranno mai raggiunti dalla falce.

Oggi ci ha lasciati il papà di una mia amica, la quale mi ricorda che egli “con la sua vita e il suo esempio” le ha “insegnato il valore supremo della libertà individuale, l’anticonformismo, la forza di opporsi, di pagare di persona le scelte contro corrente, assumendosene tutte le responsabilità”. Guai se la morte giunge trovando desolazione, inutilità e assenza significato. Di questo dovremmo spaventarci.

Se la morte di un giovane calciatore ferma il calcio per un giorno, malgrado gli enormi interessi che vi gravitano intorno, forse non è stata vana, persino per coloro che in questo sport vedono una ragione, unica, di vita, ma soprattutto per quella bambina, cui potranno raccontare che il suo papà se n’è andato lasciando tante domande in un mondo che in genere preferisce liberarsene.

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